Il capolavoro di Nanni Moretti è aver terrorizzato la critica col suo ditino puntato

In tutti questi anni si è costruito un personaggio pubblico che funziona anche da guardiano dei propri film. Una polizia morale morettiana per cui, alla fine, non è più la critica a giudicare il regista ma lui a giudicare la critica

8 SET 26
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Foto ANSA

Sei a Roma, fa caldo, per non angosciarti troppo coi nazisti della Sassonia ti butti su Venezia: c’è Moretti, un evento. L’ultima volta era Palombella rossa, trentasette anni fa, prima della Bolognina di Occhetto – quando metà dei critici-influencer che oggi mi spiegano Moretti su Instagram e Substack non era ancora nata. Stavolta, leggo, è una rom-com (c’è scritto proprio così). Una commedia romantica à la Nora Ephron, Nanni ti presento Sally, chissà. Vorrei farmi un’idea del film ma già so che non ci riuscirò. Impossibile con Moretti. Gli americani, come spesso capita, storcono il naso: stanco, pieno di stereotipi, impolverato. Qualcuno tira fuori un’immagine perfida: “è un tiramisù riscaldato” (i morettiani insorgeranno: casomai una Sacher-Torte! ignoranti!). Ma sono americani, che vuoi ne capiscano di Moretti. Giusto. Sentiamo i nostri. Qui molto meglio: “Il grande film d'amore che mancava al cinema italiano”, “Nanni è tornato”, “capolavoro”, paragoni con Almodóvar (leggo “musiche di Iglesias”, penso subito Julio, invece è Alexi). Era già successo col “Sol dell’avvenire”: quattordici minuti di applausi a Cannes, lacrimoni e gran discutere qui, ma incredibilmente orrendo per il Guardian, “roba per soli fan” per Variety. Da che parte stare?
Quel Moretti lo vidi facendo molta fatica: quel tono, quelle facce, l’overacting perenne, come quasi sempre coi film italiani – e la trovata di Moretti, recitare-facendo-finta-di-recitare-male, con me, non funziona (colpa mia, per carità, sia messo agli atti). Mi vedrò anche questo. Ma più del film mi intriga ormai l’effetto-Moretti: queste reazioni sempre un po’ isteriche, quel culto – fortissimo in Francia, forte da noi – che non ha più a che fare con i film, ma con Moretti e basta. La spiegazione classica del culto morettiano è sempre stata l’appartenenza a sinistra, il riconoscimento, lo specchio: Moretti totem di un album di famiglia più largo del Campo Largo. Ma l’album di famiglia non basta. Non spiega. Non mi soddisfa più, è sempre stata una scorciatoia. La mia non empirica teoria è un’altra: e cioè la paura di Nanni Moretti. In tutti questi anni – ed è questo il suo capolavoro – Moretti si è costruito un personaggio pubblico che funziona anche da guardiano dei propri film. Una polizia morale morettiana per cui, alla fine, non è più la critica a giudicare Moretti ma lui a giudicare la critica. Leggetevi certe recensioni del critico italiano o francese – non l’americano, non l’inglese: sembrano scritte da qualcuno che se l’è visto uscire dallo schermo a metà proiezione, come nella “Rosa purpurea del Cairo”, o il Moretti di “Caro diario” che tortura il critico. Eccolo lì col ditino puntato: ma l’hai capito il mio film? Ma non trovi geniale che uno come me faccia una commedia romantica proprio ora? Ma ti rendi conto chi sono io, e chi sei tu? Anche le stroncature, quando ci sono, escono sempre affettive, trattenute, con un vago senso di colpa – ci ha deluso, non è più lui, sarà una fase minore, aspettiamo – il tono di chi rimprovera un parente, uno di famiglia. E la famiglia, si sa, è piccola. Tranne pochi critici appartati (come Mariarosa Mancuso, che scrive in esilio dalla Svizzera e può dire quello che vuole), qui prima o poi si casca nei sei gradi di separazione morettiana – una serata al Nuovo Sacher, una rassegna a la Cinémathèque, un bistrot a Monteverde Vecchio (ma non da Lavitola), un amico che è il fratello del cugino di uno sceneggiatore di un vecchio film di Moretti.
Ai Festival peggio che mai. Lì cellule morettiane sparse ovunque si muovono compatte come i testimoni di Geova. Se becchi quelle hai chiuso – farsi un’idea del film è come chiedere alla redazione di “Report” cosa pensa di Ranucci. Ma gli antimorettiani non stanno meglio, sia chiaro: anche la loro è un’ossessione, un eccesso di attenzione, una cosa che non si ferma al film. I francesi stanno messi peggio di tutti: Moretti coscienza critica, antidoto alla volgarità del presente si porta da trent’anni. Moretti come la tela bianca su fondo bianco di Arte, la piéce di Yasmina Reza, che più è bianca più tutti ci vedono la qualunque. Con inglesi e americani questo sortilegio funziona meno. I francesi invece sono arrivati a dare la Palma d’oro a “La stanza del figlio” – che non piaceva neanche a Goffredo Fofi – preferendolo a “Mulholland Drive” di Lynch e “La Pianiste” di Haneke. Ora, con calma, rivedeteveli tutti e tre. Poi ne riparliamo. Verdetto contrastato, si disse all’epoca. Ma in quella giuria sedeva Mimmo Calopresti, creatura della factory, adepto, evangelizzatore del morettismo. Ecco: provate a immaginare con che faccia sarebbe rientrato a Roma, se Moretti fosse tornato da Cannes a mani vuote.