Una strana, irresistibile coppia di agenti segreti sull’isola di Pasqua

John Malkovich con Sam Rockwell fa fronte allo stress di un passato pochissimo limpido in "Wild Horse Nine” di Martin McDonagh. Ma il secondo eroe, finora, di questa Mostra del Cinema è il magnate Rupert Murdoch in “Ink” di Danny Boyle

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Foto LaPresse

La Mostra di Venezia – si è aperta il 2 settembre scorso e durerà fino al 12 – ha regalato finora due eroi piuttosto discutibili. Non ai nostri occhi, che davanti a un film benissimo riuscito come “Ink” di Danny Boyle e “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh mai si farebbero guastare il divertimento da questioni tanto futili. L’editore coraggioso che negli anni 60 e 70 rivoluzionò l’editoria britannica – comprandosi il Sun e mettendoci quel che la gente vuole: oroscopi, ricette di cucina, sport e più avanti le famigerate tette nude – si chiamava Rupert Murdoch. Proprio lui: il magnate che ha avviato il declino della stampa, non solo britannica. I quotidiani italiani si son fidati di Danny Boyle, regista al di sopra di ogni sospetto. Come si fa a diffidare del regista di “Trainspotting”, che finisce con la più gran tirata anti tutto, al grido di “scegliete la vita”. Non la casetta con il mutuo, abbasso il fai-da-te, la televisione davanti al divano è veleno.
Su un divano lungo lungo, prendono posto nel film gli artefici della rivoluzione. Perché rivoluzione fu, rispetto alla paludata stampa britannica. Linguaggio accessibile, i programmi tv, i consigli di cucina mai avevano trovato posto nei quotidiani. Cambiò anche il formato, adattando le rotative perché quelle giuste per i tabloid ancora non le fabbricavano. Rupert Murdoch era arrivato dall’Australia, paese di ex galeotti. Si era comprato un quotidiano malmesso, lo aveva affidato – oggi diremmo per il restyling, sempre di rimettere in sesto le finanze si tratta – a un direttore proveniente dalla classe operaia. Si chiamava Larry Lamb, e chiamò attorno a sé giornalisti per varie ragioni tenuti ai margini della carriera. La cura d’urto riuscì piuttosto bene. Appena il tempo di riflettere – per poi pentirsi – sull’applauso scrosciante all’anteprima per i giornalisti. Che ora appena pronunci il cognome Murdoch sparano (e intanto in Italia, le ex ammiraglie come Corriere della Sera e Repubblica fanno a gara a seguire l’agenda dettata dalla tv – la formula originale, tocca ripeterlo, era fare un giornale per chi guardava solo la tv). Il tempo di riprendersi, e arriva il fantastico film di Martin McDonagh (regista e sceneggiatore del magnifico “Gli spiriti dell’isola”, e “Tre manifesti a Ebbing Missouri”). “Wild Horse Nine” – il suo film alla Mostra di Venezia 2026 – ha per protagonista un magnifico John Malkovich. Un po’ fuori di testa, l’età si fa sentire, tira fuori “ragionamenti molto completi”, direbbe l’Innamorato Fisso. Ma soprattutto, dalla memoria colabrodo escono brandelli di vecchie missioni, piuttosto serie. E’ il 1973, prima della vacanzina gli agenti della Cia erano a Santiago del Cile. Dove hanno lasciato il loro capo, un terribile Steve Buscemi, peggio delle barzellette che si raccontano su di lui.
Anche i nostri – con John Malkovich c’è un magnifico Sam Rockwell che fa da badante, collega premuroso che vuole evitare troppi danni, e all’occasione, su precisa richiesta, potrebbe ucciderlo – tanto santarellini non sono. Ma John Malkovich con il suo principio di Alzheimer è adorabile e irresistibile. Una strana coppia che, sullo sfondo dell’isola di Pasqua, fa fronte allo stress di un passato pochissimo limpido. Siamo al secondo eroe dalla fedina penale non proprio specchiata. Due fantastici personaggi da non presentare alle propria mamma, forse neppure alla fidanzata, per cui fare il tifo. Ovvio che invece non succede nel film di Gianni Amelio, presentato come una favola. Alessandro Borghi è un venditore di libri usati – ma sembra non averne mai letto uno – che si sente in colpa per non aver dato retta a un bambino immigrato con gli occhioni, che poi è finito sotto una macchina. Apre quindi la sua casa, e i migranti arrivano a decine: gli tocca andare a dormire sulla panchina. Per fortuna c’è Valeria Golino che aveva comprato un libro sulla sua bancarella, scintilla sufficiente per un contatto tra anime belle. Siamo al paradosso: chi ci ha annoiato finora ha il diritto inalienabile di continuare ad annoiarci.
Gianni Amelio era fuori concorso, gli italiani in concorso sono cinque: Nanni Moretti, Edoardo De Angelis, Andrea Pallaoro, Marco Bechis e Paolo Strippoli che tiene alta la bandiera del cinema di genere. Nella sezione Orizzonti abbiamo già segnalato “La ragazza con la Leica” di Alina Marazzi, biopic con materiali d’archivio e scene rifatte con gli attori. Nella stessa sezione Orizzonti c’era “La città dei vivi”, che il regista Edoardo Gabriellini (nato come attore per Paolo Virzì) ha tratto dal romanzo premio Strega di Nicola Lagioia. Un film ben scritto e recitato, di lunghezza civile – mica c’è bisogno di superare le due ore, sempre, anche in assenza di materiale. La vita di Luca Varani, figlio di giostrai e vittima di un atroce delitto – i particolari erano in cronaca, non sono nel film. E’ ancora presto per giudicare. Ma possiamo dire che la Mostra 2026 è partita piuttosto bene. Solo per veri appassionati, c’era “Queer Edward II”. La comunità britannica sotto attacco, nel 1991, mentre Derek Jarman sta girando “Edward II”. Quando il cinema politico non temeva i lustrini. Sul set, una Tilda Swinton giovanissima dalla pelle di luna.