Cinema
LA POLEMICA •
Il direttore della Mostra del cinema di Venezia difende il film russo Dau, criticato da Kyiv
Ilya Khrzhanovsky, il regista, si è sempre detto contrario all'invasione russa dell'Ucraina, ricorda Alberto Barbera. "È finito nelle liste di proscrizione del Cremlino come nemico dello stato: un dissidente, non un propagandista"

Alberto Barbera (Gian Mattia D’Alberto/Lapresse)
Il direttore della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera, scende in campo per difendere un film che il ministero degli Esteri ucraino ha bollato come propaganda russa. Barbera, in un post su Instagram, definisce "meschino e inaccettabile" l'attacco a "Dau", il progetto del regista russo Ilya Khrzhanovsky in concorso per il Leone d'oro.
Kyiv aveva accusato la Mostra di offrire una vetrina a un'opera legata alle reti di influenza del Cremlino, in un momento in cui la Russia continua a bombardare città e patrimonio ucraino. Il ministero degli Esteri ucraino aveva chiesto agli organizzatori di smettere di trattare come neutrali i progetti culturali sostenuti da Mosca, e aveva contestato che la città di Kharkiv, dove "Dau" fu girato tra il 2008 e il 2011, sia rappresentata nel film attraverso una lente sovietica, senza tener conto della sua identità ucraina.
Barbera ribalta l'accusa. Khrzhanovsky, scrive, è finito nelle liste di proscrizione del Cremlino come nemico dello stato e sin dall'inizio ha condannato l'invasione: un dissidente, non un regista di regime. "Dau", continua, denuncia l'intrusione dei regimi totalitari nella vita dei cittadini: altro che propaganda filoputiniana. Chi accusa il film, sostiene il direttore artistico, probabilmente non lo ha nemmeno visto.
Restano alcune complicazioni nella difesa di Dau. Il progetto è stato finanziato dall'imprenditore russo Sergei Adoniev, colpito da sanzioni ucraine e samericane e tra i protagonisti della pellicola c'è il direttore d'orchestra Teodor Currentzis, cittadino russo per decreto presidenziale dal 2014. Dettagli che il ministero ucraino cita come prova dei legami del film con l'apparato statale russo, e che Barbera nel suo post non affronta.
Inoltre il progetto era finito al centro di polemiche fin da subito, per accuse secondo cui i partecipanti, in particolare le donne, sarebbero stati sottoposti a molestie e condizioni psicologicamente abusive sul set.
La polemica arriva a pochi mesi da un'altra, quella sul padiglione russo alla Biennale Arte, curato in primavera da una commissaria vicina al complesso militare-industriale di Mosca. Per Barbera la posta in gioco supera la sorte di un singolo film: è l'autonomia della Biennale, "uno dei pochi baluardi rimasti a difendere la libertà di espressione a prescindere dalla provenienza geografica".