Musarra: "La Tradizione non è un blocco monolitico, ma i lefebvriani ne hanno voluto l'esclusiva"

La Fraternità sacerdotale San Pio X "ritiene che la tradizione della Chiesa sia stata tradita con il Vaticano II, ma il Concilio non ha modificato il deposito della fede, lo ha interpretato e presentato in un modo nuovo a un mondo necessariamente in cambiamento", dice il professore di Storia medievale

2 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 13:19
Immagine di Musarra: "La Tradizione non è un blocco monolitico, ma i lefebvriani ne hanno voluto l'esclusiva"

Foto LaPresse

“Lo scisma dei lefebvriani è particolare perché non nasce dalla volontà di fondare una nuova Chiesa o di trovare l’autorità apostolica altrove, ma dalla convinzione di custodire la Tradizione con la lettera maiuscola della Chiesa stessa”. Così dice il professore di Storia medievale della Sapienza Antonio Musarra a poche ore dal decreto firmato dal prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il cardinale Victor Manuel Fernandez, che ha ufficializzato la scomunica per i lefebvriani. Il giorno prima infatti la Fraternità sacerdotale San Pio X aveva ordinato a Ecône, in Svizzera, quattro nuovi vescovi contro il volere di Papa Leone XIV: “Il punto è che hanno scambiato le piccole tradizioni con la Tradizione e ne hanno voluto l’esclusiva”, commenta il professore.
Secondo i seguaci di Marcel Lefebvre, la rottura con la tradizione è avvenuta con il Concilio Vaticano II soprattutto sul tema della liturgia: “Il nuovo rito prevede una lingua diversa, un determinato abito ecclesiastico, precise forme di devozione, particolari norme disciplinari, ma si tratta di tradizioni minuscole non della Tradizione”, aggiunge Musarra. Il Vaticano II “non ha modificato il deposito della fede, lo ha interpretato e presentato in un modo nuovo a un mondo necessariamente in cambiamento. Questo non vuol dire tradire la tradizione, vuol dire comunicarla in maniera differente. Mentre dal loro punto di vista la tradizione è stata tradita”.
Oltre alla liturgia i lefebvriani contestano anche l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la concezione della libertà religiosa ritenendo di essere loro i custodi della vera tradizione della Chiesa. Il professore però ricorda che con questa espressione si intende “non il semplice passato della Chiesa e neanche un blocco monolitico, ma la trasmissione vivente della fede apostolica guidata dallo Spirito Santo e che avviene attraverso la predicazione, la liturgia e il suo magistero”. Tornare, come vorrebbero i lefebvriani, indietro a un mondo pre Concilio significherebbe “relegarsi all’interno di una incomunicabilità con il mondo che non fa parte della natura stessa della Chiesa, che è comunione”. Il cuore della dottrina cattolica infatti è la rivelazione divina che giunge a noi attraverso due canali: il primo è quello della Sacra Scrittura, il secondo è la tradizione che comprende quello che hanno trasmesso gli apostoli, quindi la liturgia, l’organizzazione della Chiesa e il modo di interpretare la Bibbia. Insieme costituiscono il Depositum Fidei che è stato affidato alla Chiesa. “Il Dei Verbum, una delle costituzioni nate dopo il Vaticano II, afferma infatti che scrittura e tradizione scaturiscono dalla stessa divina sorgente. Accanto poi ci sono le tradizioni particolari”.
Ma questa confusione tra tradizioni e Tradizione non è, secondo Musarra, limitata soltanto a questo caso, perché “si tratta del punto nodale di tutti gli scismi”: da quello di Novaziano del III secolo, che non voleva riammettere nella Chiesa quei cristiani che avevano abiurato, allo scisma d’Oriente nel 1054, precursore del moto di affermazione del primato giurisdizionale della Chiesa di Roma fino alla frattura della riforma protestante del XVI secolo. Ma, specifica il professore, “al di là degli episodi non sono tutti uguali. Ci sono quattro categorie: quelli disciplinari, che riguardano la dottrina ecclesiastica, quelli dottrinali, concernenti la validità dei sacramenti, quelli istituzionali, dove il problema è nell’autorità, e infine quelli politico-ecclesiastici, dove le ragioni religiose si intrecciano a quelle secolari”. A ogni scisma che si è perpetrato nella Chiesa si sono verificati due effetti: da un punto di vista storico “si produce una maggiore comprensione del dogma, ma se ragioniamo in termini puramente teologico-ecclesiali, la frattura è sempre un male: la tunica di Cristo che si lacera è indicazione di qualcosa di profondamente sbagliato”, conclude Musarra.