I lefebvriani rompono con Roma: “Pronti a pagare qualunque prezzo"

Lo scisma è una realtà. Durissima omelia di don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità San Pio X: "Eventuali pene o censure contro questo atto non avranno alcun valore". Domani la risposta di Roma

1 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 17:01
Immagine di I lefebvriani rompono con Roma: “Pronti a pagare qualunque prezzo"

I nuovi vescovi consacrati a Ecône

Roma. Riteniamo che eventuali pene o censure contro questo atto non abbiano nessun valore. Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa”, ha detto don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità San Pio X, pronunciando la lunghissima omelia per la lunghissima consacrazione dei quattro nuovi vescovi avvenuta senza mandato papale. Non proprio una mano tesa a Roma, insomma: tutt’altro. Altro che propositi di unità e comunione. Solo mezza giornata prima, lo stesso Pagliarani si diceva “profondamente toccato dalla Sua paterna sollecitudine. Da tempo avrei desiderato avere l’occasione di incontrarLa per esprimerLe personalmente il nostro sincero desiderio di servire la Chiesa”. La mattina dopo, le sue parole parevano più quelle di una arringa che di una predica, una rivendicazione di qualcosa che in Vaticano volevano cancellare, proibire. E sembrava davvero il trionfo di quella “saccenteria e superbia” che Benedetto XVI intravedeva nel gruppo lefebvriano. Erano in tanti, oggi a Ecône, per la messa. Quindicimila giunti con i pullman o mezzi propri. Velette e poncho anti pioggia, che è scesa copiosa quasi al momento della consacrazione, col cielo che s’era fatto di colpo plumbeo. Uno stuolo di suore a occupare le primissime file, tanti preti. Ombrellini bianchi e gialli per la comunione, come quelli che si vedono in piazza San Pietro. La location, quella del 1988, perfino la conformazione del tendone bianco, addobbato con motivi floreali. A presiedere, mons. Alfonso de Galarreta, uno dei due vescovi scismatici sopravvissuti al passare del tempo. L’altro, Bernard Fellay, già superiore generale e – dicono – assai più dialogante degli attuali vertici, assisteva. Subito, il primo problema: fedelissimi alla Tradizione e al rito vetus, il celebrante ha domandato se ci fosse il “mandato apostolico” per poter procedere. 
E qui, con un colpo di teatro, un cerimoniere apre un rotolo simil-bolla papale e legge che no, il mandato non c’è. E spiega il perché: “E’ la Chiesa cattolica e romana, sempre fedele alle tradizioni ricevute dagli apostoli, che, in circostanze del tutto eccezionali, esige da noi che provvediamo alla salvaguardia di queste tradizioni, cioè del deposito della fede, e che adottiamo i mezzi necessari per trasmetterle fedelmente a tutti gli uomini per la salvezza delle loro anime. Dal Secondo Concilio Vaticano fino ai giorni nostri, le autorità della Chiesa sono state animate da uno spirito contrario alla fede e hanno agito contro la santa Tradizione. Non sopporteranno più la sana dottrina”. Lettura utile che chiarisce anche perché il Papa non abbia pensato di inserire nella sua fitta agenda un momento per colloquiare con Pagliarani: a cosa avrebbe portato un’udienza se il presupposto è che le autorità della Chiesa sono animate “da uno spirito contrario alla fede”? Risposta: a una bella foto da esibire qua e là. Più tardi, a celebrazione avvenuta, la Fraternità San Pio X diffondeva un comunicato in cui deplorava che “a causa delle circostanze eccezionali, queste consacrazioni abbiano dovuto essere conferite senza l’autorizzazione del Santo Padre. Deplora in particolare che al Superiore generale della Fraternità non sia stata concessa la possibilità di incontrare personalmente Sua Santità il Papa Leone XIV, al fine di esporGli con filialità i gravi motivi che rendevano necessaria questa cerimonia”. I lefebvriani si ritengono gli unici custodi della Tradizione e i nuovi vescovi sono una “grandissima grazia per tutta la Chiesa”.
Il Vaticano procederà con quanto annunciato a suo tempo dal cardinale Víctor Manuel Fernández, che lo scorso febbraio aveva incontrato don Pagliarani. Arriveranno le scomuniche e le spiegazioni di quanto avvenuto e, forse, di cosa accadrà adesso. Nei giorni del concistoro, la questione dello scisma non ha coinvolto più di tanto le eminenze, se non per qualche sparuto intervento teso a rammentare anche ai cardinali delle cosiddette “periferie” che uno scisma è una cosa seria e che forse una risposta alla Professione di fede inviata a Papa e Collegio neppure una settimana fa sarebbe stata necessaria. Ma in un tempo in cui pare che la questione centrale sia la costruzione dei cantieri sinodali – qualunque cosa siano – era logico che tale istanza cadesse nel vuoto. Al di là del folclore visto a Ecône, uno scisma è una cosa seria. Il problema, assai poco indagato in questi mesi è relativo a una considerazione che Benedetto XVI fece emergere nella drammatica lettera del marzo 2009 con la quale spiegò a un episcopato mondiale perplesso per la scelta di rimettere le scomuniche ai quattro vescovi le ragioni che l’avevano spinto a un gesto di “paterna misericordia”. Certo, c’è il diritto canonico e il Concilio, la messa ad orientem e i libri liturgici. Tutto vero. Ma prima di tutto, scriveva il Pontefice, “può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?”. Leone XIV, nell’unica dichiarazione sul tema, ha detto “è una loro scelta”. Vero. Ma appunto, e dopo?