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Il falso mito della Chiesa pacifista
Lottare per la libertà e gli appelli per deporre le armi sono giusti, banalizzare la storia no. La lezione di Papa Wojtyla
di
17 APR 26

Pope Leo XIV during the Holy Rosary Prayer Vigil for Peace, in Saint Peter's Basilica, in Vatican City, 11 April 2026. ANSA/ANGELO CARCONI
Questa storia che la Chiesa cattolica è pacifista, che non fa politica, che deve essere protetta dall’interferenza delle opinioni dei leader mondiali in virtù della sua paternità spirituale e solo spirituale è una boiata pazzesca. A Cesare quel che è di Cesare: parola del fondatore. E poi l’alleanza costantiniana, la Chiesa imperiale di Nicea che libera la laicità e legittima il comando che la rese possibile e vitale per un lungo ciclo storico. E poi la partecipazione sofferente e combattiva alla crisi del mondo tardo antico, con i barbari alle porte e dentro i confini e la teoria della guerra giusta del progenitore spirituale e teologico di Papa Leone XIV. E la guerra delle investiture, il conflitto con l’impero, l’umiliazione a Canossa di Enrico IV. A parte le crociate, la Chiesa diventa davvero grande e moderna con la formidabile stagione guerresca del Cinquecento, con Giulio II, esplode nel Rinascimento e nel barocco attraverso il conflitto e il compromesso con la signoria medicea e i poteri regali in via di costituzione nel cuore dell’Europa, con la lega santa e la formazione embrionale del sistema europeo degli stati, la Chiesa vince nella Controriforma antiluterana, nella benedizione della battaglia di Lepanto e nella difesa di Vienna, diventa nazionalista e perfino bellicista fino ai giorni nostri.
L’idea che ci sia un rapporto tra Chiesa realtà politica, dunque tra Chiesa e guerra, tra Chiesa e giustizia, tra Chiesa e pace e difesa dell’umanità dell’uomo è una idea unica inscindibile, il pacifismo della Chiesa è un flatus vocis, una blaterazione priva di senso, una tendenza, al massimo, che si è affermata in un’epoca di ipocrisia montante delle idee e dei comportamenti.
A Dio quel che è di Dio, certo. Quando gli sventurati e vaniloquenti agenti del potere nazionalpopulista, mai così tanti e così petulanti, invocano Dio a protezione delle campagne aeree il Papa fa benissimo a controbattere, a censurare spiritualmente e culturalmente un atteggiamento grottesco, il sequestro del divino non solo nell’umano, che sarebbe ultracristiano, ma nel disumano della guerra. Questo non autorizza la riscrittura della storia e anche della metastoria o filosofia della storia di cui la Chiesa è la più antica e venerabile incarnazione. Il rabbino Eliezer Simcha Weisz ha fatto benissimo a scrivere con deferenza al Papa per ricordargli che non si può eludere la scelta tra jihadismo e islamismo politico nichilista e la pienezza della promessa di una pienezza dei tempi, e di giustizia e pace, iustitia et pax. Giovanni Paolo II, santo, poteva e doveva protestare contro la guerra in Iraq, che era una scelta strategica dalle crudeli conseguenze, nel momento stesso in cui sollecitava e istigava, con le sue processioni alla Madonna Nera che erano più blindate delle parate di carri armati della Piazza Rossa, la crisi e il decadimento dell’impero sovietico: quel Papa era un uomo di Dio, lui e il suo successore, erano uomini di pace e di giustizia, Wojtyla era un combattente che non aveva paura, per dirla con Leone, dell’Amministrazione Reagan, ma sapeva collaborare a una vittoria di sistema in nome della libertà e di una pace giusta che mettesse fine alla Guerra fredda e alla minaccia del comunismo internazionale. La storia evolve, se la si lascia libera di essere sé stessa, le idee cambiano, i mezzi di distruzione impongono una riflessione adeguata nel mondo di Hiroshima, lo slancio per il dialogo interreligioso è sempre encomiabile e l’ecumenismo dell’odio di cui parla il gesuita Spadaro è intinto in un inchiostro illeggibile per i contemporanei, ma questo non autorizza a fare della Chiesa una belluria irenica e banale, l’idolo di amorevole eluzione del vero al quale guardano tutti quelli che non hanno capito la posta in gioco nello scontro di civiltà in atto.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.