Roma. Questa mattina, il Papa ha raggiunto Bamenda, capoluogo di una delle ragioni anglofone del Camerun, teatro di scontri decennali tra le forze governative e le forze locali, che reclamano autonomia (se non l’indipendenza) da Yaoundé, francofona e centralista. I morti, nella guerra civile iniziata nel 2016 sono almeno seimila secondo le fonti più attendibili, gli sfollati settecentomila. Il tutto in uno scenario apocalittico, tra rapimenti, incursioni jihadiste, villaggi rasi al suolo. Raggiunta la cattedrale di San Giuseppe, dopo aver ascoltato alcune testimonianze, ha pronunciato il suo discorso, tutto incentrato sulla riconciliazione e la pace. Un passaggio, però, è stato richiamato con forza: “Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti!”. Ora, è vero che i discorsi sono preparati con largo anticipo e non si può sapere se vi siano state aggiunte significative negli ultimi giorni. Però è impossibile non leggere le parole di Leone XIV come la coda dello scontro in atto tra la Santa Sede e Washington.
E’ un discorso che vale per il Camerun, ma che assume valenza ben più ampia in quel riferimento alla città sopra il monte (che poi nell’originale inglese è collina). La città sulla collina è sì un’immagine tratta dal Vangelo secondo Matteo – quando Cristo dice “voi siete la luce del mondo” – ma è anche il motto fondativo degli Stati Uniti, la felice frase del puritano John Winthrop, che imbevuto di Sacre Scritture vide nell’America la nuova Terra promessa, la città che avrebbe dominato dall’alto del colle il mondo sottostante. Illuminandolo e indicandogli la strada. Ronald Reagan, nel suo ultimo discorso dalla Casa Bianca, citò la “splendente città sulla collina” faro di libertà, ma analoghi riferimenti si trovano nei discorsi di John F. Kennedy, per fare solo un esempio. Il Papa americano, oggi, benedice la città camerunense che sta trovando concordia: “Sono qui per annunciare la pace, ma subito trovo che voi la annunciate a me e al mondo intero. Infatti, come poco fa ha ricordato uno di voi, la crisi che ha sconvolto queste regioni del Camerun ha avvicinato più che mai le comunità cristiane e musulmane, tanto che i vostri leader religiosi si sono uniti e hanno fondato un Movimento per la pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti avverse. In quanti luoghi della terra vorrei che avvenisse così!”. Leone propone un modello, lontano anni luce da quello dello scontro muscolare in atto in altre regioni del mondo. Fa paragoni, pur senza citare paesi o leader politici. Il contesto, insomma, è quello africano. Ma il portato delle parole è universale.
Le conseguenze dello scontro, intanto, si fanno sentire soprattutto negli Stati Uniti. I Cavalieri di Colombo hanno pubblicato una dichiarazione di sostegno al Pontefice, benché i toni siano soft: “I Cavalieri di Colombo sono sempre stati solidali con il Santo Padre, riconoscendo in lui un padre spirituale che chiama il mondo non alla divisione, ma all’unità, non al conflitto, ma alla pace. In questo momento, riaffermiamo tale impegno con chiarezza e convinzione. Allo stesso tempo, riconosciamo che i cattolici fedeli possono e devono impegnarsi attivamente nella vita pubblica, e che le nazioni hanno il diritto e il dovere di tutelare la sicurezza dei propri cittadini – sempre nel rispetto delle esigenze della giustizia e della ricerca della pace. La Chiesa non chiede ai cattolici di ritirarsi dalla vita civica, ma di parteciparvi e di elevarla – portando nel dialogo pubblico la luce della verità, il rispetto per la dignità di ogni persona umana e una costante attenzione al bene comune”. Tanto è bastato, però, perché la Nota fosse presa di mira dai più accesi sostenitori del verbo Maga, che imputano ai Cavalieri (e al Papa) di essere partigiani.