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Lo stile diplomatico di Leone e il confronto insensato con Francesco
Molti osservatori si attendevano che davanti all’escalation attorno allo Stretto di Hormuz, il Pontefice avrebbe usato toni ben più duri. Invece, lui si dice speranzoso sulle intenzioni manifestate da Trump, facendo però comprendere al contempo tutta la distanza che intercorre fra i propositi della Casa Bianca e gli auspici vaticani
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2 APR 26

Papa Leone XIV all'udienza generale del 1° aprile
Roma. Uscendo da Castel Gandolfo dopo la consueta giornata e mezzo di riposo, il Papa ha parlato del conflitto in corso in medio oriente: “Mi è stato riferito che il presidente Trump ha recentemente affermato di voler porre fine alla guerra. Speriamo che stia cercando una via d’uscita, speriamo che stia cercando un modo per ridurre la violenza, i bombardamenti, sarebbe un contributo significativo per eliminare l’odio che si sta creando, che sta crescendo costantemente in Medio oriente e altrove”. Fine. Non è vero che – come riportato dalle agenzie italiane – il Papa ha chiamato Trump (ha detto infatti “I’m told that President Trump…”, cioè “mi è stato detto che”), ma il senso dell’appello rimane. Anche perché appena intravisto il gruppo di giornalisti che l’attendeva all’esterno di Villa Barberini, Leone XIV ha subito detto che “continuamente facciamo l’appello per la pace, ma purtroppo tante persone vogliono promuovere l’odio e la violenza, la guerra” e che in questi giorni che precedono la Pasqua è necessario tornare “al tavolo per dialogare, cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando”. Dalle parole pronunciate a braccio si coglie ancora una volta lo stile “diplomatico” di Robert Prevost: evitare il più possibile l’incidente ma al contempo parlare chiaro. Non era scontato.
Molti osservatori si attendevano che davanti all’escalation attorno allo Stretto di Hormuz, il Pontefice avrebbe usato toni ben più duri, quasi da scontro. Invece, lui si dice speranzoso sulle intenzioni manifestate da Trump, facendo però comprendere al contempo tutta la distanza che intercorre fra i propositi della Casa Bianca e gli auspici vaticani. E’ la cifra di Leone XIV, opposta a quella di Francesco. Jorge Mario Bergoglio era l’uomo delle decisioni istintive e impulsive, che appena messo al corrente del blitz armato di Putin in Ucraina entrò nell’ambasciata russa. Ed era l’uomo che non si fece alcuna remora a dire ai giornalisti che fra Trump e Kamala Harris non sapeva chi scegliere. Dopotutto, disse, uno caccia i migranti, l’altra uccide i bambini. Robert Prevost non lo farà mai.
E questo ha acuito una delusione, percepibile soprattutto in rete – anche un sondaggio Demos dice che “la fiducia è in calo di dieci punti”, come se si trattasse di un capopartito – dove si rimpiange l’attivismo di Francesco, il prendere le situazioni di petto. Lui sì che diceva qualcosa, sospira chi cita Nanni Moretti. Il rimpianto per l’interventismo bergogliano è evidente, anche se molto partigiano: chi vorrebbe che il Papa dicesse di più intende dire che il Papa dovrebbe condannare Netanyahu e Trump, schierandosi – chissà – addirittura con quei gentiluomini dei pasdaran che dopo aver appeso alle gru una manciata di giovanotti si rilassano leggendo Kant e Hegel. Il problema, molto complicato da interiorizzare in un’epoca di evidenze crollate sotto il peso della secolarizzazione, dove non si sa più bene cosa rappresenti il Papa, è che l’iperattivismo di Francesco, politico e diplomatico, è stato un unicum nella storia recente della Chiesa e lui ne era consapevole. Giovanni Paolo II, che pure non era uomo tutto scrivania e opere sinfoniche, evitava il più possibile entrate a gamba tesa su altri attori internazionali in momenti particolarmente complessi. E quando lo fece, le conseguenze non furono indolori: si pensi solo all’appello contro l’attacco anglo-americano all’Iraq, nel 2003. Un minuto dopo, buona parte dei neocon statunitensi, che pure avevano per anni considerato Wojtyla il “loro” Papa – specie dopo l’abbraccio con Reagan –, disse che il pontificato non stava vivendo la sua ora migliore. E l’appello a braccio del vecchio Pontefice, che pure mandò a Washington e a Baghdad propri inviati di alto rango per scongiurare la guerra, finì presto archiviato tra i fallimenti. Francesco invece scavalcava i normali e tradizionali livelli decisionali, tollerava poco la “silenziosa lentezza” dell’apparato, s’intestava battaglie pubbliche per qualcosa in cui credeva fermamente. Anche a costo di lasciare la Segreteria di stato col cerino in mano, spesso non sapendo cosa dire, come reagire e cosa fare. Basti pensare a quando parlò di genocidio armeno compiuto per mano dei turchi, all’inizio del Novecento: Recep Tayyip Erdogan ritirò l’ambasciatore e diede uno dei migliori esempi della sua originale retorica nazional-religiosa. Francesco ascoltò, lesse i commenti e probabilmente restò convinto della veridicità di tutto quel che aveva detto. Leone XIV è invece il ritorno alla prassi “prudenziale”, che fa fatica a imporsi in un’epoca dominata dai reel e dai video di un minuto perché se durassero di più nessuno li seguirebbe. Ne è consapevole lui per primo. Non a caso, parlando con i giovani a Montecarlo, sabato scorso, ha detto che in questo tempo c’è “bisogno di preghiera, di spazi di silenzio, di ascolto, per far tacere la frenesia del fare e del dire, dei messaggi, dei reel, delle chat”.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.