Il pacifismo utopista del cristianesimo cattolico

Un saggio di Luca Diotallevi sul Regno che indaga "il rischio della retorica e la necessaria, quanto scarsa, parresia"

22 MAG 26
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Una chiesa ortodossa in Ucraina colpita da un missile russo

“In materia di uso delle armi la parresia cristiana è ancora distinguibile dalla retorica pacifista?”. E’ la domanda che si pone Luca Diotallevi in un articolo pubblicato sulla rivista Il Regno (qui l'integrale). Al centro della riflessione, che poi dà anche il titolo al saggio, è “il rischio della retorica” che c’è quando si parla di pace: “Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista?”. Il tema è cogente, soprattutto oggi che la questione è all’ordine del giorno, dominante nel dibattito pubblico. Punto di partenza: “Immaginiamo che un gruppo di turisti proveniente da Marte si fosse trovato qualche tempo fa a passare per piazza San Pietro. Molto probabilmente avrebbe potuto sentir parlare di ‘martoriata Ucraina’” e “avrebbero capito che in Ucraina si era verificato un gravissimo terremoto”. 
Diotallevi richiama il magistero ufficiale della Chiesa cattolica, a cominciare dal numero 2308 del Catechismo, dove si afferma che “non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”. Tuttavia, aggiunge, “nonostante la chiarezza del magistero, il pacifismo dilaga fra i cattolici e, diversamente da un passato anche recente, risale pure e di molto lungo i gradi della gerarchia ecclesiastica”. Un esempio pratico: quando l’Unione sovietica puntò i missili con testate nucleari contro l’Europa occidentale, Helmut Schmidt chiese a Washington di schierare i suoi missili come forma di deterrenza. Si aprì un dibattito anche teologico, con conferenze episcopali che produssero documenti di assoluto rilievo. Ma oggi, si chiede l’autore, “stiamo conducendo una riflessione e un discernimento ecclesiali di un livello almeno paragonabile a quello d’allora?”. La risposta è scontata, leggendo le righe che seguono. “Ben altro abbiamo ascoltato in questi ultimi tempi: quanto ai contenuti e quanto allo stile. Il 27 febbraio 2022, mentre gli ucraini resistevano all’assalto portato contro l’aeroporto di Kyiv da parte dei paracadutisti e delle forze corazzate di Putin, assalto che sarebbe stato poi fermato e respinto, la Comunità di Sant’Egidio e il suo leader Andrea Riccardi presentavano pubblicamente a Putin e Zelensky la richiesta di proclamare Kyiv ‘città aperta’”. Contemporaneamente, “abbiamo ascoltato condanne generiche del commercio delle armi il che, lo si intenda o meno, equivale a consegnare un potere assoluto agli stati più potenti, quelli che le armi se le producono in casa e non hanno bisogno di acquistarle”. Diotallevi se la prende anche con i campioni del taglia e cuci dei discorsi papali, lo “scandalo di quante volte negli ultimi anni abbiamo dovuto assistere all’amputazione del giustamente celebre discorso di Paolo VI all’Onu. Quante volte di quel discorso è stato citato solo il passaggio ‘non più la guerra, non più la guerra’ e si è sistematicamente taciuto ciò che Paolo VI aveva detto pochi secondi e poche righe dopo: ‘Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo’”. Insomma, “cosa resta del significato del primo passaggio ogni volta che viene taciuto il secondo?”.
Il problema è serio. Anche perché un bel pezzo di magistero della Chiesa è come scomparso, dimenticato. Si cita sempre la Pacem in terris, fermandosi solo al titolo “ridotto al rango di slogan puerile”. Lo stesso per Gaudium et spes, documento che “avverte che è ingenuo, o empio, ritenere che prima dell’ultimo giorno possa instaurarsi un regime che emendi da ogni forma di male la vita sociale e che, dunque, renda superflua la disponibilità anche di una forza militare a protezione del diritto nella forma di credibile minaccia di sanzione, a livello locale e ancor di più a livello internazionale”. E lo stesso silenzio vale per Benedetto XVI e perfino per “Papa Wojtyla, secondo cui la Chiesa è pacificatrice e non pacifista”. Come mai, “parole come queste non sono risuonate, non a posto, ma accanto ad altre, se non rarissimamente nella Chiesa di oggi?”, si chiede Diotallevi. La risposta è complicata e “richiederebbe anche un discernimento sul pontificato di Papa Francesco, operazione tanto complessa e probabilmente ancora prematura”. Quel che si può dire, è che “è difficile comprendere la ragione per cui in materia di guerra e di uso della forza militare oggi assistiamo a questa diseguale distribuzione di spazi, di fatto fortemente penalizzante la recezione ordinaria degli elementi strettamente magisteriali. E’ difficile comprendere la ragione che sostiene questa parsimonia nel dettagliare affermazioni dottrinali assolutamente ineccepibili che, se prive di essenziali e dunque indispensabili precisazioni, fatalmente sono esposte al rischio di fraintendimenti e di strumentalizzazioni”.