I diavoli del Vaticano

Prima Thiel e il suo Anticristo, poi il censore dell’Opus Dei. Quindi il vescovo per i preti sposati e il cardinale per le diaconesse. E pure i tradizionalisti con i loro ultimatum. Ecco la Passione primaverile di Papa Leone XIV

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28 MAR 26
Immagine di I diavoli del Vaticano

Papa Leone XIV durante la messa del Mercoledì delle Ceneri

Chissà come la prende, Leone XIV, questa particolare Passione che gli tocca subire mentre il suo pontificato si avvia a compiere il primo anno. Non si tratta d’essere blasfemi né di fare paragoni impropri con la Passione quella vera, che la Chiesa tutta ricorderà e rivivrà tra meno d’una settimana, tra Via Crucis e digiuni penitenziali. Però non sono giornate da vivere in modo spensierato tra i giardini di Castel Gandolfo e i soffittoni del Palazzo apostolico. C’è la guerra, quella vera, con le sue bombe e i suoi morti e con i suoi mille e più tasselli che vanno unendosi a un ritmo che forse non si poteva pronosticare, la sistemazione della curia che ancora è quella a trazione bergogliana, con eminenze quasi ottuagenarie che aspirano a un po’ di tranquillità senza più dover andare quotidianamente in ufficio. E ci sono le pressioni, fortissime, che si fanno sentire all'ombra del Cupolone, creando un’atmosfera che probabilmente avrebbe ispirato André Gide per un sequel dei suoi Sotterranei del Vaticano. Per una settimana, la Sede apostolica è stata interessata – scossa è una parola forte – dalla calata di Peter Thiel su Roma, presentato dalla grancassa mediatica (anche da quella clericale) come il lanzichenecco principe o il Grande Inquisitore dostoevskijano: il potentissimo “uomo delle tenebre” (citasi uno degli accostamenti aulici fatti e letti nei giorni scorsi), capace di creare dal nulla vicepresidenti come gli alchimisti tramutavano le pietre in oro, che all’ombra di San Pietro veniva a parlare di Anticristo e di Dio, di Ratzinger e di Armageddon, di Solov’ev, René Girard e Carl Schmitt. Tutto nel segreto, tra inviti riservatissimi, preti in talare usciti da qualche stampa d’epoca, messe vetus ordo con latinorum assortito e riunioni carbonare. Insomma, la trama per uno di quei romanzoni da portarsi in spiaggia e leggere tra una granita alla menta, una partitina a beach volley e un tuffo ristoratore nelle acque marine infestate da meduse obese e granchi blu. In realtà, come s’è visto, tutta questa segretezza non c’era: Peter Thiel, che potente lo è e pure ricco – e questo spiace assai a parecchi – è venuto a Roma a fare il conferenziere, non dicendo niente di che, non rivelando chi sia davvero questo Anticristo e ripetendo concetti sulle derive woke che di certo non brillano per originalità. Nulla di drammatico, di sensazionale o di oscuro. E’ quel che si sente dire da tempo in certi ambienti, e pazienza per le pruderie giornalistiche e gli allarmi per la democrazia minacciata, per l’autorità papale messa in pericolo, eccetera. Eppure ci è stato raccontato che il Papa era scioccato, che avrebbe intimato categoricamente all’Angelicum – la sua università – di vietare di tenere lì i simposi. E non solo lì, pure alla Catholic University of America e in ogni altra istituzione legata in qualche modo alla Chiesa cattolica. No pasaran. Finestre chiuse, porte sbarrate: come Pio XI quando lasciò Roma mentre giungeva nella capitale, con un treno in orario, un certo Adolf Hilter. Insomma, un po’ esagerato. E’ vero, però, che la pressione era parecchia: non passa giorno che diavoli tentatori con lingue biforcute cerchino di sussurrare all’orecchio del Papa cosa debba e non debba fare, quali posizioni debba o non debba assumere, cosa debba o non debba dire. Francesco li avrebbe schiacciati col calcagno o – per dirla senza riferimenti biblici – buttati fuori dalla stanza di Santa Marta, richiudendo la porta a doppia mandata. Avrebbe sicuramente accennato a Thiel, magari in un Angelus o in un’udienza, o magari assestando un colpetto all’universo trumpiano che vede nel fondatore di Palantir uno dei più accesi sostenitori (dopotutto, Francesco nominò arcivescovo di Washington, e quindi “cappellano” della Casa Bianca, il più ostile dei cardinali a Trump, Robert McElroy, e non certo per rispetto nei confronti di The Donald). Leone XIV no. Magari fa trapelare (ammesso che sia vero) la sua perplessità, ma non va al muro contro muro. Regge tra silenzi e accenni, legge e medita. Non sbatte i pugni. Di intelligenze – artificiali e non – se ne intende e lo si vedrà dall’enciclica di imminente pubblicazione.
Ma non c’è solo Thiel e il suo universo amico a destare la curiosità vaticana, a tenere occupato il Papa sono anche visitatori sui generis. Si pensi al giornalista Gareth Gore, invitato da Prevost in udienza e poi, appena uscito, pronto a pubblicare un articolo con tutti i dettagli dell’udienza. Tra certezze e ipotesi, si dice e non si dice. Lasciando al lettore il compito di intuire idee e pensieri del Pontefice. Il tema, poi, era di quelli grossi, che da sempre stimolano la curiosità e le vendite in libreria: l’Opus Dei. Gore ha scritto un libro mastodontico, lunghissimo, con più di cento pagine di riferimenti bibliografici. Ne abbiamo già dato conto sul Foglio, ma giova ricordarlo, per sommi capi. Tesi: l’Opus è un’organizzazione abusiva, che trama nell’ombra, che pratica cose loschissime e quindi va chiusa. Al Papa, Gore ha detto tutto questo, aggiungendo che Leone ora dovrà darsi da fare per esaudire il suo desiderio (sciogliere l’Opus) e pure depennare dal catalogo dei santi Josemaría Escrivá de Balaguer. Sarebbe stato interessante conoscere la reazione, magari anche solo quella stampata sul suo volto, del canonista Prevost. Ma Gore non l’ha detto, lasciando a noi creature smarrite il compito di fare ipotesi. Ovviamente, dopo le relazioni sull’udienza e le perorazioni rivolte al Pontefice, due giorni dopo è stato reso noto che del libro del giornalista sarà tratto un film. Come si dice, tout se tient.
Una scrivania affollata di cartellette e dossier, quella di Leone. Thiel e l’Anticristo, Gore e l’Opus Dei. Ci mancava solo il vescovo di Anversa, mons. Johan Bonny, che sul sito diocesano annunciava che entro un paio d’anni intende ordinare preti alcuni uomini sposati. Così, di colpo. Probabilmente consultando l’elenco dei sacerdoti a disposizione della sua diocesi, che calano inesorabilmente anno dopo anno, in una crisi che non ha trovato ancora il suo punto più profondo. Intende imprimere una sterzata sulla scorta del documento sinodale, dice. Perché è chiaro che il Sinodo non ha avuto senso – ripete – se non si procede a fare del celibato un residuato bellico da consegnare alla storia e agli archivi. Innovare, cambiare, riformare. Dice ancora che lui, lassù nelle Fiandre, non ha più preti. E che quindi bisogna andare a pescare tra i padri di famiglia, un po’ “come fanno gli orientali”. Assicura che ora aprirà tavoli di confronto con il Vaticano e alla fine, ottimista fino in fondo, si metteranno d’accordo. La fa facile, mons. Bonny, uno che già una dozzina d’anni fa – quando il suo nome circolava tra i “papabili” per la cattedra episcopale di Bruxelles – pubblicava pamphlet sinodali che annunziavano rivoluzioni se non fosse stata ascoltata la voce della Chiesa e del popolo (cioè la sua). Il povero Leone, neanche due mesi fa, ha messo il celibato sacerdotale tra le “virtù fondamentali”, scrivendo al presbiterio di Madrid quel che aveva già avuto modo di dire lo scorso giugno al Giubileo di vescovi, e cioè che la questione non è all’ordine del giorno. Come non lo è quella delle diaconesse, o forse delle pretesse, chi lo sa. Il cardinale Jean-Claude Hollerich, gesuita arcivescovo di Lussemburgo, mente finissima e molto addentro alla dinamica sinodale (è il relatore generale), intervenendo a un simposio organizzato a Bonn diceva pochi giorni fa che di non riuscire “a immaginare come una Chiesa possa continuare a esistere a lungo termine se metà del popolo di Dio soffre per non avere accesso al ministero ordinato”. E questa, ha aggiunto “non è solo una richiesta di alcune associazioni di donne di sinistra. Quando parlo con le donne delle parrocchie, il novanta per cento condivide questa opinione”. In ogni caso, ha detto, bisogna avere pazienza. Anche qui, però, sembra che le parole del Pontefice abbiano il peso dell’acqua che scorre. Leone XIV, intervistato da Elise Allen, chiariva che il tema del diaconato femminile non occupava i suoi pensieri e non prevedeva cambiamenti in tal senso, almeno per il momento.
Ma se a tirare la corda sono i fronti riconducibili all’ala più progressista, non è che dall’altra parte siano più disponibili ad attendere che il Papa prenda decisioni dopo aver studiato i dossier, meditato e infine pregato. Seguendo lo stesso metodo di quand’era priore generale degli agostiniani. Da mesi, si potrebbe dire fin dal giorno successivo all’elezione, dal campo tradizionalista è partita la richiesta perentoria di tirare una riga sui provvedimenti di Papa Francesco in campo liturgico, cassando senza pietà il motu proprio Traditionis custodes che limita assai le celebrazioni vetus ordo. Da questo e quasi solo da questo, si faceva intendere, si sarebbe capito se Leone è o no un Francesco II. Lui, Prevost, ha detto di non avere le idee chiare in proposito, e per questo intende studiare (di nuovo) e dialogare con tutti. Per capire e per non farsi travolgere dall’impulsività, che è sempre una cattiva consigliera: è sempre più facile radere al suolo una foresta che farci crescere poi nuovi alberi, dopotutto. Niente da fare: o cancella tutto o non se ne parla. Basta buttare l’occhio su qualche commento successivi alla lettera inviata nei giorni scorsi ai vescovi francesi riuniti in assemblea a Lourdes. Lettera firmata dal cardinale Pietro Parolin che, dando conto dei pensieri del Papa, invitava a “includere generosamente le persone sinceramente legate al vetus ordo, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia”. Bene, no? Nient'affatto. Sui social è un profluvio di commenti in cui si scrive che quella “inclusione” è in realtà una sottomissione e che quindi va respinta con ogni mezzo a disposizione. Che poi non si sa quali siano, questi mezzi. Addirittura, davanti all’apertura generosa del Pontefice – che di certo avrebbe altro cui pensare, al momento – su qualche blog si legge che trattasi di parole al vento, essendo lui non il vero Papa visto che Benedetto XVI non ha mai validamente rinunciato (sì, siamo ancora a questo punto).
C’è da chiedersi perché questa mole di perorazioni, l’una più soave l’una più perentoria, si accumulino ora, quasi tutte insieme, sul tavolo del Papa. Forse perché Leone era – e rimane – imperscrutabile, il suo equilibrio non ha fatto capire agli astanti cosa pensasse e a cosa puntasse. Forse, invece, proprio per il suo savoir-faire, per la lunga e apparente calma che ha regnato in questo anno. Che ha dato l’impressione a tanti di un vacuum, di uno spazio lasciato sgombro che si poteva presidiare. Cosa inimmaginabile nel regno di Francesco, che tutto e tutti controllava e che non di rado puniva i non allineati o i bizzosi dalle estemporanee lotte contro i mulini a vento. Prevost, con il suo obiettivo di unire e creare ponti nel segno del dialogo a tutti i costi (anche se non sempre è possibile, e qualche segnale in tal senso è già visibile), ha dato implicitamente corda a chi vuole mettere qualche bandierina sul terreno. Gente furba che però non ha compreso bene, però, che sarà pure silenzioso, ma Leone non è di certo uno sprovveduto. Basterebbe leggerne i discorsi senza i paraocchi o l’eterno e mortifero schema del confronto con il e i predecessori, pratica esiziale e dura a morire.
Dato il quadro, non proprio confortante, si può ben capire perché lo scorso 13 marzo il Papa abbia dato udienza ai vertici dell’Associazione internazionale degli esorcisti, i quali gli hanno donato un quadro di san Michele Arcangelo. Nella preghiera che un altro Leone, il XIII, scrisse dopo una visione tremenda nella sua cappella privata, si invoca il santo così: “Defende nos in proelio”, difendici nella battaglia. Chissà che il Papa, al riparo di sguardi indiscreti lassù nel Palazzo apostolico, non la ripeta prima di chiudere le sue giornate. Sperando che qualche satanasso decida di migrare verso altri lidi.