In Nicaragua la repressione di Ortega ora punta direttamente alla chiesa

Matteo Matzuzzi

Roma. Il punto di non ritorno, in Nicaragua, sembrava essere stato raggiunto lo scorso 9 luglio, quando nella basilica di San Sebastián a Diriamba, a quaranta chilometri da Managua, i paramilitari sandinisti avevano picchiato il cardinale arcivescovo Leopoldo Brenes, il suo ausiliare José Silvio Báez e il nunzio Waldemar Sommertag. Domenica scorsa, le “turbas”, i gruppi che per conto del presidente Daniel Ortega spadroneggiano nel paese, hanno alzato il livello dello scontro, tentando di assassinare il vescovo di Estelí, mons. Abelardo Mata, già vicepresidente della Conferenza episcopale nazionale, membro della Commissione episcopale per il dialogo e tra i critici più decisi nei confronti del presidente. La sua auto è stata crivellata di colpi e Mata è sopravvissuto per miracolo. Oggi, poi, è stata devastata la sede della Caritas a Sébaco, nella diocesi di Matagalpa. La scorsa settimana, due giovani universitari erano stati uccisi dai paramilitari mentre si trovavano nella chiesa della Divina Misericordia di Managua, dove si erano rifugiati venerdì. “I proiettili volavano sopra le nostre teste”, ha raccontato uno dei giovani, aggiungendo che gli uomini di Ortega avevano anche tentato di incendiare l’edificio con duecento studenti ancora all’interno. Solo la mediazione del cardinale Brenes era riuscita a salvare gli universitari, scortati dalla Croce rossa fino alla cattedrale. L’attentato a mons. Mata ha seguito di poche ore il comunicato con cui i vescovi del paese avevano condannato “la repressione e la violenza dei paramilitari” al servizio del presidente Daniel Ortega. Durissimo era stato il commento di mons. Báez, che ha accusato il governo di aver attraversato “il limite del disumano e dell’immorale”, auspicando ancora una volta l’intervento di una comunità internazionale finora assai silente.

   

Dal 19 aprile a oggi, negli scontri tra gli studenti e il governo sandinista iniziati in seguito alla contestata riforma delle pensioni imposta da Ortega, sono morte circa 350 persone. Migliaia i feriti. In Vaticano la situazione è seguita con la massima attenzione, al punto che l’Osservatore Romano – che della Santa Sede è organo ufficiale – ha aperto l’edizione odierna con la notizia dell’agguato al vescovo Mata. La chiesa, che come ha scritto il quotidiano, “è in prima linea nel cercare di far ripartire il dialogo e arrivare a una soluzione della crisi”. E proprio per questo è finita nel mirino delle “turbas” di Ortega. I media locali definiscono sacerdoti e vescovi “traditori”, i paramilitari hanno dato del “verme” al cardinale Brenes mentre lo colpivano nella basilica di Diriamba. A mons. Báez – che quotidianamente aggiorna sullo stato della repressione pubblicando sui social network comunicazioni e fotografie – sono state strappate le insegne episcopali. A essere colpite, ora, sono le piccole parrocchie, con le chiese distrutte (nel peggiore dei casi) o chiuse sine die nella migliore delle ipotesi. Il 30 giugno scorso, il cardinale Brenes era stato ricevuto dal Papa in Vaticano. Il giorno dopo, all’Angelus, Francesco aveva rinnovato la “preghiera per l’amato popolo del Nicaragua”, esprimendo il desiderio di unirsi “agli sforzi che stanno compiendo i vescovi del paese e tante persone di buona volontà, nel loro ruolo di mediazione e di testimonianza per il processo di dialogo nazionale in corso sulla strada della democrazia”. Un mese prima, il 3 giugno, il Pontefice aveva espresso il proprio “dolore per le gravi violenze, con morti e feriti, compiute da gruppi armati per reprimere proteste sociali. Prego per le vittime e per i loro familiari. La chiesa – aveva aggiunto il Papa – è sempre per il dialogo, ma questo richiede l’impegno fattivo a rispettare la libertà e prima di tutto la vita”.

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