Alla Cei si apre la partita delicata per il dopo Galantino

Matteo Matzuzzi

Roma. E’ complicato capire se il trasferimento di monsignor Nunzio Galantino dalla segreteria generale della Conferenza episcopale italiana alla guida dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica sia o meno il classico promoveatur ut amoveatur, cioè una rimozione mascherata da promozione. A far propendere per la semplice promozione c’è la portata dell’incarico al quale il Papa lo ha destinato: il controllo dell’immenso patrimonio immobiliare della Santa Sede, materia talmente delicata da essere finita con entrambi i piedi nelle dispute tutte interne tra dicasteri del Vaticano. Compito immane, dunque, quello che spetterà a Galantino, che dalla sua avrà la fiducia del Papa. Francesco alla fine del 2013 lo andò a pescare in Calabria, a Cassano allo Ionio, per metterlo al posto di Mariano Crociata, segretario generale della vecchia guardia e spedito a fare il vescovo a Latina-Sezze-Priverno. E proprio entrando sul terreno della Cei la situazione si fa più fluida. Che Galantino non fosse per indole uomo di mediazione all’interno della folta schiera dei presuli italiani è cosa nota. Così come lo è il fatto che la linea da lui tenuta nel confronto con la politica abbia creato in un quinquennio più d’un malessere tra i confratelli, come dimostrano le posizioni assunte in merito alle battaglie sulle unioni civili e il biotestamento.

 

D’altronde, Galantino non figurava tra i nomi proposti al Papa per l’incarico, ma Francesco preferì andare oltre la rosa predisposta, scegliendo un presule poco noto, celebre per la sua vicinanza più al popolo che alle conferenze accademiche e adatto a fare da contraltare alla linea ancora un po’ ruiniana che andava per la maggiore nel quartier generale sull’Aurelia. Galantino, in effetti, ha rappresentato una rottura: veemente nei toni – soprattutto sulle questioni sociali –, ha spesso messo in ombra il presidente Angelo Bagnasco, venendo anche percepito come il punto di riferimento del Pontefice nell’episcopato italiano. Una situazione che però, osservavano già da diversi mesi alcuni vescovi, non era più sostenibile con il cambio al vertice della Cei. Da parecchio si parlava di un suo trasferimento, prima in qualche diocesi “di peso” (Bari su tutte), quindi in un ufficio vaticano, magari nel dicastero per lo Sviluppo umano integrale a occuparsi di migrazioni. Francesco ha deciso di trasferirlo, ma promuovendolo in un incarico che – tradizionalmente – porta con sé la porpora cardinalizia.

 

La partita è, ora, tutta interna alla Cei. Fatte le elezioni, nato il governo gialloverde che al suo interno conta un bel po’ di quei “populisti che creano psicosi” (per citare il Pontefice), quale sarà la linea? Bassetti ha già detto che l’obiettivo deve essere quello di rammendare il tessuto della società, che la concordia deve prevalere affinché tutte le risorse e le energie siano rivolte al bene comune. Sarà quindi non indifferente capire con chi il Papa vorrà sostituire Galantino: con un altro vescovo “interventista” o con una figura più sfumata che silenziosamente contribuisca al “rammendo” lasciando più campo al cardinale presidente Bassetti? Lo si vedrà. Va considerato che dalla nomina di mons. Galantino nel 2013 la compagine dei 226 vescovi è cambiata notevolmente, con nuovi innesti ben più vicini al profilo del pastore con l’odore delle pecore così caro a Francesco. Di certo, un ruolo maggiore nel preparare l’agenda – nonostante le prolusioni siano state abolite – lo avrà il cardinale Bassetti, ben più attento del suo ex numero due a non scatenare guerricciole su quelli che un tempo erano i valori non negoziabili.

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