Una fede controcorrente

Matteo Matzuzzi

Quando Benedetto XVI scelse questo professore di Filosofia settantenne per chiudere il principato trentennale di Godfried Danneels a Bruxelles, messaggeri e consiglieri, dal Belgio e da Roma, fecero la spola davanti al suo studio per dissuaderlo. Perfino il nunzio di allora, Karl-Josef Rauber (poi cardinale), tentò in ogni modo di scongiurare quella nomina: “E’ intelligente, sa parlare molto bene, conosce molte lingue, è un filosofo interessante, manda sempre i suoi libri al Papa. Personalmente, tuttavia, non lo vedo del tutto adatto per Bruxelles. Avrei preferito un ausiliare di Danneels”, disse. Léonard, all’epoca, era vescovo di Namur ed era l’unico vescovo belga che non condivideva la linea “aperturista” del cardinale primate, considerato allora come oggi tra i più progressisti – per usare una categoria classica benché abusata – del collegio cardinalizio. Quando entrò in carica, nel deserto della capitale belga che accettava con rassegnazione di vedere trasformate le antiche chiese in mercati ortofrutticoli, il seminario contava quattro seminaristi. Al suo addio, dopo solo sei mesi di proroga concessi al compimento dei canonici settantacinque anni d’età, di aspiranti preti ce n’erano cinquantacinque. Un po’ importati (dalla Francia soprattutto), un po’ cresciuti nella desolazione di un paese che cattolico non lo è più da decenni, e basterebbe prendere in mano uno scritto qualunque di Georges Bernanos per accorgersi che il ramo s’è seccato da tempo. André Léonard si prese perfino una torta in faccia dalle attiviste di Femen, mentre intellò locali e parlamentari di destra e sinistra lo criticavano per la sua opposizione all’eutanasia sui minori, all’aborto, alle nozze tra omosessuali. A tutto ciò che, insomma, disturbava il politicamente corretto ormai di casa in occidente. Quando organizzò veglie di preghiera in città, fu guardato come fosse un marziano, un uomo fuori dal mondo e soprattutto fuori dal tempo. Non è diventato cardinale – primo arcivescovo di Bruxelles a non esserlo dal 1831 – mentre il suo successore, delfino prediletto di Danneels, lo è diventato al primo concistoro utile. C’è rimasto male, “ma ho superato in fretta”. Anche un po’ arrabbiato (ma dire “ferito è un po’ troppo”), lui che si era detto disponibile a continuare ancora per un po’ il suo mandato pastorale (il Papa non la pensava allo stesso modo).

 

Scelto personalmente da Benedetto XVI per la cattedra di Bruxelles contro il parere di tanti, non è diventato cardinale

Pare abbia pagato il suo rapporto non idilliaco (eufemismo) con il patriarca Danneels e con il resto della sparuta compagine dei vescovi belgi, propaggine avanzata della cosiddetta chiesa al passo coi tempi, che teorizza aperture su ogni capitolo della pastorale – un po’ anche della dottrina, ma è meglio non dirlo – mentre le chiese, lì, si spopolano. Dio è morto? è il titolo di un libro-intervista con il filosofo agnostico francese Drieu Godefridi uscito in Belgio un anno fa e segnalato in Italia dalla rivista il Timone che l’editore Cantagalli ha mandato in libreria di recente. Il vescovo-professore parla di tutto, dalla filosofia alle questioni sociali, fino allo stato della chiesa posta dinanzi alle sfide della modernità. Interlocutore perfetto cui porre la domanda, banale se si vuole ma sensata, sulla chiesa in declino. Godefridi chiede conto della “enorme riduzione quantitativa della chiesa cattolica in ambito europeo”, se essa debba essere considerata un fallimento o no. “E’ un fallimento e nello stesso tempo una possibilità”, dice Léonard. “Nei decenni passati, nei quali abbiamo conosciuto in non pochi paesi d’Europa, in particolare in Belgio, un cattolicesimo molto significativo nella società, che a volte faceva un po’ il bello e il cattivo tempo – e forse un po’ troppo – questo aveva i suoi vantaggi. C’era una società che era molto impregnata della fede e dei valori cristiani –, ma forse mancava una convinzione più personale. Si veniva messi sui binari fin dall’infanzia: la parrocchia, la scuola, la famiglia, i movimenti giovanili. Era una cosa buona, ma cosa c’era dietro, dentro le profondità del cuore e dell’anima umana? Oggi, in questa situazione che si può qualificare come un fallimento, c’è almeno l’aspetto positivo che, se qualcuno adesso è cattolico, lo sarà maggiormente per una scelta personale. Questo è un guadagno”. Ma quali sono le cause dello sfaldamento? “Si è creduto che insistendo sull’aspetto orizzontale della fede e della pratica cristiane, adattandole al mondo circostante, si sarebbero raggiunte le masse. Penso che quest’idea di un cristianesimo un po’ più edulcorato, o anche un cristianesimo senza fatica, non sia stato un buon affare. La fede – dice mons. Léonard – deve essere sotto certi aspetti controcorrente. Certamente si deve inculturare nel mondo attuale, ma nel contempo deve sempre testimoniare una diversità”. L’esempio che cita il vescovo è san Paolo, quando nella Lettera ai romani invita a non conformarsi a questo mondo. “Eppure Paolo era molto presente al mondo dei suoi tempi, ha usato tutti i mezzi disponibili per raggiungere le genti e, oltre alla sua cultura giudaica, aveva anche una buona cultura greca. Ma, nello stesso tempo, in lui c’era l’incisività di una diversità. E, a lungo termine, questa mi sembra più efficace. Attira, colpisce, sconvolge i cuori. Credo che si sia puntato troppo su un cristianesimo gentile, un cristianesimo di convenienza, simpatico, che non sia troppo tagliente, che non voglia più spaventare, complice di ciò che il mondo vive – e non abbastanza, come avrebbe detto Dietrich Bonhoeffer, questo grande oppositore protestante di fronte all’ideologia nazista, un cristianesimo ‘confessante’ che si mostra e che non nasconde la sua identità”. Il cristiano oggi è timido, ha paura di far valere il suo pensiero, una scelta. “Ricordiamoci Agostino: esiste la città degli uomini e la città di Dio. E’ necessario lavorare su entrambi i piani e questa è la ricchezza ma anche il disagio di un cristiano, che deve avere da una parte i piedi per terra e, dall’altra parte, il cuore, l’intelligenza, la volontà orientate verso una realtà che è al di là di questo mondo. Questa tensione, che è meravigliosa e arricchente, ma non facile da vivere, può forse spiegare una certa ritrosia a impegnarsi fino in fondo nel lobbying”, osserva l’arcivescovo emerito di Bruxelles. “Quando si ha solamente un orizzonte terreno all’esistenza umana – l’orizzonte dell’universo, della storia umana, della società –, se non si hanno altri orizzonti al di fuori di questo, certamente si investono tutte le energie in azioni che hanno un impatto storico, sociale, scientifico. Ci si impegna interamente in questa dimensione. Quando invece si appartiene a due città, ci si adopera anche per un’altra dimensione”.

 

“La più grande sfida della nostra società nei tempi a venire sarà il grande confronto, intelligente e fermo, con l’islam”

Negli anni, mons. Léonard si è fatto la fama di essere sovente un vescovo controcorrente, poco incline al compromesso e, soprattutto, alla diplomazia. E’ la pecca che anche tanti ammiratori gli hanno ricordato ora che vive lontano dagli impegni quotidiani di pastore in carica. Un vanto per lui, voce che grida nel deserto. In cinque anni di episcopato ha battagliato non tanto per difendere un fortino, che in Belgio è diroccato da tempo immemore, ma per riaffermare certi princìpi non più à la page. Il problema, dice, è tutto nella concezione che si ha della libertà, del “culto unilaterale della nostra libertà nella sua forma individualista. E’ come se – osserva il vescovo – l’espressione individuale della mia libertà sia divenuta il bene assoluto, il valore supremo. Ora, la libertà della mia persona è un grande valore, ma non è un valore assoluto o unico: noi siamo sempre inseriti in un complesso che è più grande della nostra libertà. La nostra libertà non è che la punta emergente di quell’iceberg che è la nostra umanità”. Quando si parla insomma di eutanasia, aborto, omosessualità, teoria del genere, onnipotenza della tecnica, “troviamo sempre questa concezione di una libertà che viene assolutizzata, mentre invece, nel suo esercizio concreto, essa è sempre relativa a migliaia di altri aspetti della nostra esistenza o della realtà. Mi sembra essere questo il tratto comune, forse tipico, della modernità, sebbene d’altra parte, nel mondo contemporaneo, siano presenti anche molti orientamenti filosofici che hanno teso piuttosto a negare la libertà, sia ricorrendo all’inconscio che alla pressione sociale. C’è dunque un paradosso tra un culto quasi adolescenziale della libertà e, dall’altra parte, una visione strutturalista dell’esistenza umana: io non parlo, ma c’è qualcosa che parla in me; io non penso, ma c’è qualcosa che pensa in me”.

 

“La mia libertà è un grande valore, ma non è un valore assoluto. Essa non è che la punta emergente della nostra umanità”

Ne ha anche per l’enciclica Laudato si’, che proprio in queste settimane compie il suo terzo compleanno: “Sono d’accordo che occorra preservare questo pianeta. Ma ciò che mi sorprende è che, in questo testo, non si trova praticamente alcun riferimento al fatto che questo mondo che cerchiamo di preservare non dev’essere identificato sic et simpliciter con la creazione. Ritengo che in Laudato si’ non vi sia uno sguardo abbastanza ampio sulla creazione. Detto ciò, senza chiamare la Terra nostra madre Gaia, perché ci sono delle ambiguità in questo termine, è chiaro che noi dobbiamo cercare di trasmettere alle generazioni che verranno un pianeta vivibile, prestando però attenzione al modo con cui ratifichiamo le tesi scientifiche che sono all’origine di certe profezie sul futuro del pianeta. C’è in effetti – dice – attualmente un consenso di molti scienziati, ma vi sono altri scienziati autentici che sono restii: essi ritengono che esistono altre spiegazioni possibili a quello che noi chiamiamo cambiamento climatico. La chiesa dev’essere prudente: essa si deve impegnare, ma con prudenza, per non ripresentare un nuovo caso Galilei, per cui si dirà: voi avete sbagliato ad approvare questa o quella tesi scientifica”.

 

Quando si parla di Belgio, specie negli ultimi anni segnati dalle minaccia terroristica e dall’evidenza che i modelli d’integrazione occidentale portati avanti negli ultimi decenni hanno mostrato più di una pecca, il pensiero corre a Molenbeek, ai quartieri dove più che lo stato centrale vige la sharia. Mondi separati, divisi da muri alti tutt’altro che metaforici. Ed è questa, dice l’arcivescovo emerito di Bruxelles, “la più grande sfida della nostra società nei tempi a venire: il grande confronto, intelligente e fermo, con l’islam. Io spero, e questa è la mia segreta speranza – dice Léonard –, che questo confronto porterà i cristiani d’occidente a essere un po’ più consapevoli e un po’ più fieri della loro identità. Vedo comunque per reazione in certi cristiani una presa di coscienza della loro identità. Di fronte, per esempio, alla pratica del ramadan, ci sono dei cristiani che si domandano cosa fanno loro in Quaresima. Quando vedono i musulmani mentre sgranano la loro corona, si domandano che ne hanno fatto della preghiera del Rosario. E in modo più generale, vedendo i musulmani legati alle loro preghiere, alcuni cristiani riscoprono l’importanza delle proprie pratiche. Perciò spero che ci sia un confronto fruttuoso. In Belgio, per molto tempo, siamo stati abituati ad essere tra cattolici, con appena qualche liberale, qualche libero pensatore, qualche frammassone. Siccome eravamo in maggioranza cattolici, non eravamo abituati a dover approfondire la nostra identità, talmente essa era evidente”. Si guardi invece agli Stati Uniti: lì “mi ha colpito a che punto i cattolici siano più coscienti di chi sono come cattolici, perché sono circondati da protestanti, ebrei, buddisti e musulmani. Qui abbiamo un cattolicesimo moscio”. Quel che è in gioco, insomma, “Quel che è in gioco è una chiara coscienza di sé e una certa fierezza di essere quel che si è”.

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