L’Irlanda post cattolica e il mito svanito della “società perfetta”

Matteo Matzuzzi

Roma. “Quando tornai a Dublino, Giovanni Paolo II mi chiese perché la secolarizzazione avesse preso piede così rapidamente in Irlanda. Fu una delle rare occasioni in cui dissi a un Papa che si stava sbagliando. Le radici del cambiamento erano lì, ma nessuno le vedeva”. Cinque anni fa, ben prima del referendum che ha iscritto l’Irlanda al lungo elenco dei paesi che permettono l’aborto, e prima ancora del referendum che legalizzò i matrimoni omosessuali (anno 2015), l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, parlava di “Irlanda post cattolica”. Lo fece in un articolo pubblicato su America magazine, la rivista dei gesuiti della East coast americana. La crisi c’era già, andava avanti da decenni –  il saggista John Waters è convinto che il declino sia iniziato addirittura nel 1922, appena ottenuta l’indipendenza dalla Gran Bretagna, quando qualcuno iniziò, piano piano, a domandarsi de la chiesa cattolica servisse ancora come suprema autorità non solo morale ma anche politica – e che nessuno abbia voluto o potuto invertire la rotta.

 

Oggi, mentre si moltiplicano le analisi sull’Irlanda patria perduta, sulla secolarizzazione arrivata a sorpresa sull’isola stretta tra l’Atlantico e l’Inghilterra, l’arcivescovo Primate si limita a dire che l’esito referendario certifica “la marginale influenza della chiesa”. Lo dice sì con rassegnazione, ma anche con quella che pare essere volontà di togliersi un peso che da tempo gravava sulle gerarchie episcopali irlandesi, quasi fossero le custodi di una cattolicità ormai smarrita nel resto dell’Europa occidentale. Il mito, insomma, dell’Irlanda come ultimo bastione di una salda società cattolica, ha scritto Eamon Maher sul New York Times. “Per troppo tempo – aggiungeva mons. Martin – la chiesa cattolica in Irlanda ha pensato di essere al sicuro, trovandosi in un ‘paese cattolico’. La chiesa era diventata conformista e controllava non solo i suoi fedeli, ma la società in generale”. Ci si era autoconvinti che “l’Irlanda cattolica fosse il prototipo di società perfetta”. Gli scandali legati ai casi di abuso su minori hanno pesato, ma sbaglierebbe chi leggesse il dato del referendum di venerdì come conseguenza diretta di quei fatti. “Gli scandali hanno avuto un effetto demoralizzante sull’intera chiesa in Irlanda e in un certo senso continuano a farlo”, ma sono emersi in una fase storica in cui “la fiducia nella chiesa era già in declino”. Anche per questo gli effetti sono stati “devastanti”.

 

Maher ha scritto che, a ogni modo, “l’Irlanda rimane definita dalla sua relazione con il cattolicesimo, perché non ha ancora sviluppato un altro modo di essere”. Ed è qui che paradossalmente la chiesa può dire ancora molto. L’arcivescovo di Dublino la chiama “necessità vitale”, il bisogno cioè di “tracciare un nuovo percorso che permetta alla chiesa di avere un nuovo impatto sulla società e mediare il messaggio cristiano nella vasta cultura dell’Irlanda di domani”. Martin – che il Guardian definisce “uno dei vescovi più pragmatici del paese” – lo diceva cinque anni fa, spiegando che non sono solo le strutture da rinnovare, ma anche e sopratutto il resto: “La chiesa rinuncerà a molti dei suoi ruoli istituzionali nel paese, ma questo non significa che essa debba ritirarsi nelle sacrestie. Anzi, la sua presenza deve diventare ancora più vigorosa all’interno della società”. E – chiariva il presule – “non attraverso l’imposizione della propria convinzione agli altri, o mediante una sorta di ‘mafia cattolica’ che manipoli la società. Si parla di uno spazio di fede e di credenti nella realtà sociale, economica, politica e culturale. Una fede religiosa che apporti una dimensione aggiuntiva alla qualità della vita delle persone”.

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