Sui vescovi cileni non ci sono vincitori

Redazione

Una cosa del genere non si era mai vista, in epoca recente: un’intera Conferenza episcopale si è dimessa. Trentaquattro vescovi cileni sono venuti a Roma per gli incontri con il Papa, il quale era desideroso di conoscere le ragioni dell’insabbiamento sui casi di pedofilia che hanno coinvolto membri del clero, e gli hanno consegnato la rinuncia alla guida delle rispettive diocesi. Un problema enorme, le cui conseguenze concrete si vedranno nelle prossime settimane. A uscirne “vincitore”, oggi, pare essere il vescovo di Roma, capace di prendere la situazione in mano e decidere in tempi brevi le misure necessarie a estirpare il male alla radice. Il Papa, però, aveva difeso a spada tratta fino a cinque mesi fa la gerarchia cilena (compreso quel mons. Juan Barros che orde di fedeli furibondi avevano tentato di assalire in cattedrale). Poi, davanti ai dossier confezionati dall’inviato speciale Charles Scicluna, aveva ammesso d’essere stato “male informato”. Il che però desta motivo d’allarme: chi ha male informato il Papa? Chi l’ha portato a difendere i presuli cileni durante il viaggio nel paese latinoamericano?

 

I vescovi, che hanno subìto la “correzione fraterna” del Papa, hanno chiesto perdono. Ora la palla passa di nuovo al Pontefice, che deciderà quali e quante delle dimissioni accettare. Un repulisti è nell’aria, a cominciare dai vertici che pure fino all’altro ieri erano ascoltatissimi a Roma (dall’arcivescovo emerito di Santiago, il cardinale Errázuriz, pure membro del C9, all’attuale guida, il cardinale Ezzati). Si spera solo che il precedente cileno (in tutta la sua triste storia, compreso l’esito finale della vicenda) non diventi modello d’esportazione.

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