Benedetto XVI, Francesco e la continuità provata

Ubaldo Casotto

Continuità interiore”. Restano queste due parole. Continueremo a essere afflitti dalle interpretazioni della lettera di Benedetto XVI in cui il Papa emerito confutava un duplice “stolto pregiudizio” e insieme declinava l’offerta di una “breve e densa pagina teologica” introduttiva degli ormai famosi undici volumetti sulla teologia di Papa Francesco. Ma queste due parole restano. Al netto del pastrocchio che gli uomini di comunicazione della Santa Sede sono riusciti ad allestire intorno a una corrispondenza “riservata e personale” e che tale – anche se l’articolo 15 della nostra Costituzione (“la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”) non gode ultimamente di molta fortuna – sarebbe dovuta rimanere.

 

Non serve aggiungersi alla schiera di chi sottolinea le differenze tra i due Pontefici, sono evidenti e ricordate anche da Benedetto XVI. Aristotele diceva che è da pazzi chiedersi le ragioni di ciò che l’evidenza mostra come fatto.

 

Non ho la presunzione di sviluppare organicamente la teoria di questa continuità. Altri (tra loro Benedetto XVI anche in altre occasioni nonché Papa Francesco, che nel libro intervista con Dominique Wolton “Politique et société” cita il suo predecessore parlando di “ermeneutica della continuità”) l’hanno già fatto e certamente meglio di me. Mi limito a segnalare un caso particolare in cui mi sono imbattuto recentemente. Il classico caso simbolico per il quale la vulgata mediatica prevederebbe un’opposizione tra i due. E invece, perché la vita e la chiesa riservano molte sorprese, l’opposizione non c’è. Anzi.

 

Il caso ha un nome e un cognome: Bartolomeo de Las Casas, il vescovo domenicano protettore degli indios idolo dei “progressisti” e bestia nera dei “conservatori”.

 

Ne “Il cielo e la terra” – libro pubblicato in Italia da Mondadori che riporta il colloquio tra l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio e Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico della capitale argentina – all’inizio del XXVI capitolo, dedicato ad “alcuni fatti della storia: la Conquista, il socialismo e il peronismo”, l’attuale Papa, allora cardinale, dice: “Quando si parla della partecipazione della Chiesa alla conquista spagnola, bisogna tenere conto del fatto che il continente americano non era un’unità armonica di popoli originari, ma un luogo segnato dal dominio dei più forti sui più deboli. Erano già in guerra. E’ una realtà: c’erano popoli soggiogati dai più forti, dai più sviluppati, per esempio gli Incas. L’interpretazione storica va fatta utilizzando l’ermeneutica dell’epoca; finché continuiamo a usare un’ermeneutica estrapolata, stravolgiamo la storia e non la comprendiamo. Se non studiamo i contesti culturali finiamo per dare letture anacronistiche, fuori luogo. Come avviene quando parliamo delle crociate […] Non possiamo analizzare la storia da una posizione di purismo etico […] Altra questione importante è analizzare la totalità dei processi storici senza fermarsi a un’interpretazione del frammento, perché quel frammento finisce per universalizzarsi e prendere il posto della totalità, trasformandosi in leggenda. Come si sottolineano gli abusi degli spagnoli – perché è evidente che vennero a fare affari in queste terre, a portarsi via l’oro –, così, nell’epoca della Conquista, ci furono anche uomini di chiesa che si dedicarono alla predicazione e all’assistenza, come fra Bartolomé de Las Casas, difensore degli indios di fronte ai soprusi dei conquistatori. Nella stragrande maggioranza dei casi erano uomini miti che si avvicinavano agli indios e cercavano di dare loro una dignità. Uomini costretti a confrontarsi con costumi differenti, come la poligamia, i sacrifici umani, l’alcolismo. Furono i gesuiti delle missioni a inventare il mate per far passare gli indios da una dipendenza – l’alcol, la chica – a qualcosa di meno nocivo ma in grado di tenerli in piedi. Fu grande lo sforzo di elevazione sostenuto da molti uomini di chiesa decisi a non scendere a patti con il potere civile depredatore”.

 

In queste righe c’è ciò che l’interpretazione dominante si aspetta: il plauso di Francesco a Las Casas. C’è anche una notazione meno attesa: nessuna idealizzazione della cultura indigena sudamericana, un forte senso storico associato alla condanna del purismo etico e il riconoscimento dell’efficacia delle conseguenze “predicazione” in termini di promozione umana.

 

In una conferenza alla Reinhold-Schneider-Gesellschaft, intitolata “La coscienza nel tempo” e riprodotta in “Chiesa ecumenismo e politica” (Edizioni Paoline, 1987), Joseph Ratzinger, presuntivamente critico di teologie indigene e/o di liberazione, si lancia in un’appassionata esaltazione della figura di Bartolomeo de Las Casas attraverso la rilettura del romanzo a lui dedicato da Reinhold Schneider.

 

E’ innanzitutto interessante l’inquadramento storico in cui Ratzinger legge la vicenda dell’encomendero spagnolo divenuto poi sacerdote domenicano e primo vescovo del Chiapas. Il quadro che descrive ricorda molto il “cambiamento d’epoca” e le nuove sfide alla chiesa di cui parla oggi Francesco.

 

“Con la scoperta dell’America si poneva in modo nuovo per l’Europa cristiana il problema circa il diritto dell’uomo sull’uomo, il problema dei diritti dell’uomo. Si era posto a dire il vero con forza crescente anche durante le crociate e durante l’incontro sempre più intenso con il mondo arabo, dal dodicesimo secolo in poi. Ma ora il problema si faceva quanto mai acuto a causa dell’impotenza dei nuovi popoli amerindi nei riguardi delle armi spagnole. Questo problema dei limiti del potere si era presentato a lungo come problema intracristiano nel gioco di equilibrio tra sacerdotium e imperium”.

 

Ed ecco la questione che il nuovo mondo e la nuova epoca poneva: “Quali criteri e quali possibilità di limite del potere esistono là dove, nell’incontro di due popoli, si congiunge alla superiorità delle armi la coscienza della superiorità della verità unicamente vincolante? Missionari e colonialisti formano insieme il duetto che ha creato la miseria del terzo mondo?”.

 

La risposta che Ratzinger desume dalla figura di Las Casas così come viene presentata nel romanzo di Schneider è univoca: “Il correttivo poteva affiorare unicamente dalla fede, o più esattamente nella coscienza che soffre e che lotta, e che è appunto dettata da questa fede. La fede è giustificata come verità unicamente dal fatto di non poter essere, in base ai suoi princìpi, moltiplicazione del potere, ma risveglio della coscienza, che delimita il potere e protegge l’impotenza”.

 

Rileggiamo Francesco. Parla di Las Casas come del “difensore degli indios di fronte ai soprusi dei conquistatori”, e dei missionari come di “uomini miti che si avvicinavano agli indios e cercavano di dare loro una dignità” attenti a “non scendere a patti con il potere civile depredatore”.

 

La resistenza al pre-potere per l’uno sta nella dignità di ogni uomo, per l’altro nell’assolutezza della coscienza, nel coraggio della coscienza, che è il germe di ogni controllo e di limite del potere.

 

Ratzinger – su queste pagine se ne è già parlato – ricorda anche in questa occasione la distinzione tra il dovuto a Cesare e il dovuto a Dio, ma per affermare ora che con questa separazione Gesù “ha creato lo spazio della libertà della coscienza, sull’orlo della quale finisce ogni potere”, per cui “la libertà della persona trascende tutti i sistemi politici”.

 

Diventa a questo punto molto interessante l’analisi del dramma tra potere e coscienza che Ratzinger legge nel Bartolomeo de Las Casas di Schneider.

 

Sono tre persone le “viventi rappresentazioni di ciò che potrebbe essere la coscienza”: la giovane india Lucaya, Las Casas stesso e l’imperatore Carlo V.

 

La prima è una giovane fragile e destinata a morte prematura di fronte ai colossi degli interessi economici e politici. Schiava del cavaliere Bernardino de Lares risveglia in lui, con la sua sofferenza, la consapevolezza che c’è in lei “qualcosa che non mi sarebbe mai appartenuta e che dovrò rispettare”.

 

Bartolomeo de Las Casas incarna quella che Ratzinger chiama “una seconda possibilità: in che modo la coscienza può diventare missione”. La coscienza è una questione personale, ma non è un fatto intimistico, che nasce e muore nello spazio della mia riflessione su me stesso. In Las Casas “accanto alla coscienza sofferente c’è la coscienza profetica che scuote il potere, innalza il diritto degli oppressi dall’ingiustizia, si colloca serenamente in mezzo ai troni e non la smette di turbare la pace di coloro il cui potere si impone a spese del diritto altrui”. Sembra di leggere una descrizione di Papa Francesco.

 

Ratzinger commenta: “Ciò appartiene alla grandezza autentica della fede cristiana: il fatto che essa è capace di ridare alla coscienza la sua voce; il fatto che essa è capace di mettersi contro quel mondo che i credenti stessi si sono costruiti e hanno fondato con la fede; il fatto che in questa fede si annida il no dei profeti. Più in generale: il fatto che la fede suscita profeti. Uomini che non sono la voce dei loro interessi, ma la voce della coscienza contro gli interessi. Las Casas diventa perciò un testimone della sovranità del diritto”.

 

La figura di Carlo V, l’imperatore, rivela il terzo aspetto: “La coscienza di chi è incaricato del potere e deve cercare di esercitarlo con responsabilità”. Schneider – dice Ratzinger – “disegna un potente che porta il potere come peso e come dolore, e che può quindi portare il potere verso il suo significato”. Nella lettura di Ratzinger, attraverso l’esperienza del dolore, la figura di Lucaya e di Carlo V si ricongiungono: anche “il monarca assoluto sta sotto il controllo che esercita sul suo potere la coscienza, senza di cui ogni controllo sul potere sarebbe impotente”. Perché – conclude Ratzinger – “il potere acquista la grandezza là dove si lascia toccare dalla coscienza”.

 

Ora, se è vero quello che dice Luigi Giussani, cioè che “le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”, la coscienza di sé, che indubbiamente ha a che fare con la felicità del singolo uomo, ha la forza di cambiare la storia?

 

Ratzinger non sfugge alla domanda, anzi la propone egli stesso: “Appunto qui la coscienza ha la sua assolutezza, nella protezione dell’altro in quanto creatura. Guardiamo un’altra volta ai fatti storici. E’ esistita questa coscienza? E’ stata una potenza reale oppure è esistita solamente quella falsa assolutizzazione della fede, in cui questa funge da ideologia del potere, invece che annunziare l’assolutezza del creatore nella dignità assoluta dei deboli?”.

 

Nel rispondere non risparmia durezza di giudizio ai conquistatori spagnoli, cita anche le “enormi aberrazioni” degli aztechi e dei loro sacrifici umani (ricorda qualcuno?), ma conclude: “Tuttavia questa coscienza c’era e Las Casas non ne è affatto il solo testimone; la traccia di questa coscienza porta dalle prime leggi della regina Isabella, che avevano dichiarato tutti gli indios liberi sudditi della corona proibendone la schiavitù, alle leggi di Burgos (1512) e alle Leggi nuove del 1542 (promulgate da Carlo V, ndr), dovute all’influsso determinante di Las Casas, le quali tentarono una vasta azione di liberazione e una protezione giuridica per gli indios”.

 

Il risultato fu inizialmente modesto? Certo, ma fu affermato il principio per cui ogni uomo è sorgente di diritti, “la coscienza venne fondamentalmente riconosciuta come limite del potere” e la fede “efficace in quanto forza politica, senza di nuovo trasformarla in un fattore di potere tra gli altri”.

 

“Il rapporto tra chiesa e politica – disse invece (?) Francesco in un’intervista alla Stampa – deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell’aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la chiesa”.

 

Come direbbe Eraclito “l’armonia nascosta è più potente dell’armonia conclamata”. Chiamala se vuoi, nella versione di Lucio Battisti, “continuità interiore”.

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