Il silenzio dell'uomo inquieto davanti al Crocifisso

Angelo Scola

“Tu mi guardi dalla croce / questa sera mio Signor, / ed intanto la tua voce / mi sussurra: “Dammi il cuor””. L’inizio del verso dà il titolo a un canto, attribuito a Mozart, molto diffuso nelle nostre chiese la Settimana Santa.

Dammi il cuor”, cioè, dammi tutto te stesso. Cos’è, infatti, il cuore, se non il centro del mio io? Il luogo del bisogno-desiderio che mi costituisce, destato in ogni istante dalla realtà che lo urge a un continuo coinvolgimento? Il cuore è l’autentica molla di ogni mio atto di libertà. Il sussurro del Volto crocifisso (la tua voce mi sussurra) ci sorprende. Ma un crocifisso non è uno sconfitto? Come può rivolgermi una richiesta così ardita?

 

Il sussurro del volto crocifisso ci sorprende. Ma un crocifisso non è uno sconfitto? Come può rivolgermi una richiesta così ardita?

 

Tanto più che il mio cuore, come quello di ogni uomo, è attraversato dall’insopprimibile inquietudine di cui parla sant’Agostino. “Vivo come un uomo scacciato dalla propria personalità più profonda e nello stesso tempo condannato ad indagarla fino in fondo”. Così, fin dalla prima battuta messa sulle labbra del suo Adamo, uno dei protagonisti di Raggi di paternità, Karol Wojtyla individua questo dramma costitutivo del cuore di ogni uomo. Ognuno di noi si percepisce lontano da sé (“scacciato dalla propria personalità”) e contemporaneamente presso di sé (“condannato ad indagarla a fondo”). E questa inquietudine che attraversa ogni nostro istante è generata da una tensione essenziale. Il nostro essere uno di due poli. Uno di anima e di corpo. Ci duole un dente (corpo) e subito diventiamo melanconici (spirito). Siamo uno come uomo e come donna: fin dalla nascita, anzi, fin dal concepimento – ne diveniamo coscienti in età matura – questo orizzonte costitutivo della nostra sfera affettiva (il rapporto uomo/donna) ci esalta e ci tende, simultaneamente (inquietudine). Infine siamo uno di individuo e di comunità. In ogni atto siamo inesorabilmente bisognosi di dire Io per non dissolverci e, nello stesso tempo, siamo immersi nella rete plurale dei rapporti che sono per noi vita, certo, ma sempre anche prova.

 

Cosa può dire un Crocifisso sconfitto agli occhi del mondo a un cuore, cioè ad un io strutturalmente inquieto e ancor più – se è possibile – provato dalla complessità contraddittoria del contesto socio-culturale in cui oggi siamo chiamati ad affrontare il talora faticoso “mestiere di vivere”? Un Crocifisso si rivolge a un cuore inquieto… non è l’incontro di due problemi, la somma di due negativi? Cosa può mai venirne di buono?

 

Forse sul Golgota si è aperto un crinale perché la domanda fondamentale, che si agita sul fondo del nostro cuore, trovi risposta

Eppure, per quanto possa essere alienato dal proprio cuore – cioè dal centro del proprio io – l’uomo deve sempre fare i conti con la domanda delle domande che, come l’erba selvaggia a primavera sbuca anche dal più fitto cumulo di detriti. E’ genialmente espressa dal Leopardi nel Pastore errante dell’Asia: “Ed io che sono?”. Cosa cerca questa domanda? Insegue affannosamente quella pace in cui il nostro inquietum cor possa infine trovare riposo. “Quando uno dorme male domanda e non sa che cosa. Vorrebbe domandare eternamente, non dormire significa domandare; se uno avesse la risposta, dormirebbe” (Kafka).

 

Perché allora non accettare l’invito amoroso che da duemila anni irresistibile promana da quell’Uomo singolare che si è lasciato drizzare sul palo ignominioso della croce. Da duemila anni schiere di uomini, ma soprattutto intere generazioni dei nostri padri, hanno risposto positivamente al sussurro dell’Uomo della croce. Forse sul Golgota si è aperto un crinale perché l’inestirpabile domanda del Leopardi, che si agita sul fondo del nostro cuore – “Ed io che sono?” – trovi risposta. Il nostro mondo, così dolorosamente lontano, come può essere raggiunto e quasi colpito dall’invito di Gesù? C’è un sentiero per entrare nella realtà contemporanea con il nome di Gesù?

 

E’ questa dolorosa lontananza che il sussurro del Sacro Volto insanguinato vuol colmare. E’ un sussurro, cioè una delicata proposta rivolta direttamente al tuo cuore. Non c’è forzatura, non c’è violenza, non c’è potere in questa voce: anzi, c’è impotenza, svuotamento, che sono però un’estenuata offerta. La domanda dei greci a Filippo diventa allora la nostra domanda: “Vogliamo vederti, Gesù”. Può essere la prima risposta al suo invito: “Dammi il cuor”.

Com’è possibile realizzare questo desiderio? Qual è la strada per riconoscere e vedere Gesù? Per vedere Gesù occorre lasciarsi guardare da Lui: “Tu mi guardi dalla croce, questa sera mio Signor”.

 

Siamo così introdotti nel capovolgimento di metodo che la fede cristiana ha portato in questo mondo: non più la nostra ricerca del volto di Dio, ma il Suo sguardo sul nostro volto. Lasciarsi guardare da Gesù: ecco la strada perché la sete del nostro cuore venga saziata, perché il desiderio che ci costituisce si compia. E così nel Volto di Gesù che ci guarda prende forma il nostro volto. Ogni uomo, infatti, prende forma dallo sguardo di quell’Uomo che chiama la sua libertà – vocazione – a coinvolgersi con Lui.

 

La tradizione della Chiesa, esperta in umanità, ha conservato gelosamente il gesto amoroso di una donna che, tra le prime, Lo ha saputo accogliere. “Veronica è ignota agli evangelisti. Ma ella esiste; non è una invenzione. Non può darsi che una donna abbia resistito al desiderio di asciugare quell’orribile faccia” (Mauriac). “Nacque il tuo nome da ciò che fissavi” (Wojtyla). Su questa profonda intuizione il genio artistico è tornato più volte lungo la storia. Pensiamo all’indimenticabile incrociarsi di sguardi tra Adamo e il Padre, nella creazione dell’uomo di Michelangelo nella Cappella Sistina, o a quello tra Gesù e Pietro del Masaccio, o ancora a quello, intensissimo, tra Gesù e Matteo del Caravaggio.

“Questo cuore sempre ingrato”

“Questo cuore sempre ingrato / oh, comprenda il tuo dolor, / e dal sonno del peccato / lo risvegli, alfin, l’Amor!”

La Chiesa non esita a metterci sotto gli occhi con forte realismo il volto dell’Innocente condannato, “disprezzato e reietto dagli uomini”

Il volto dell’uomo si rivela nello sguardo che il Volto di Cristo gli rivolge. E questo divino Volto – troppo spesso lo dimentichiamo – è il Volto dell’Innocente condannato e crocifisso. La Chiesa non esita a mettercelo sotto gli occhi con forte realismo, nella solenne liturgia del Venerdì Santo, attraverso le parole del profeta Isaia: “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevano alcuna stima. Eppure Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 52, 14. 53, 2-5). Quello del Figlio dell’uomo è un volto sfigurato dalla sofferenza più atroce, ma trasfigurato dall’amore. L’amore totale di chi dà la vita per salvare i propri nemici: “In realtà a fatica uno è disposto a morire per un giusto, e per una persona dabbene uno oserebbe forse morire. Ma Dio ci dà prova del suo amore per noi nel fatto che, mentre ancora eravamo peccatori, Cristo morì per noi (...) quando eravamo nemici, noi fummo riconciliati con Dio in virtù della morte del Figlio suo” (cfr. Rm 5, 7-8. 10). L’estrema dedizione di chi offre la propria vita con un supremo gesto di libertà (ma sant’Anselmo sa dirlo con incomparabile essenzialità in due sillabe: sponte).

 

Scrive Péguy che “non è più la terra che prepara all’inferno. E’ l’inferno stesso che trabocca sulla terra. Dio ci esaudisce sempre di meno”

Il Volto del Crocifisso è il Volto di Colui che si è fatto carico di tutto il male degli uomini. Di tutto il peccato. L’ha preso su di Sé. Del mio male, del mio peccato. Del tuo male, del tuo peccato. Del nostro male, del nostro peccato. Del male di tutti, del peccato di tutti. Per questo nel Suo volto è inscritto il volto di ogni uomo che soffre. E il volto di Colui che si è lasciato trattare da peccato pur non conoscendo il peccato perché noi, i miseri, diventassimo “giustizia di Dio” (2Cor 2,21). Nessuno di noi può evitare il contagio del peccato d’origine che spiega ultimamente ogni male ed ha nella morte il suo pungolo. Tutto questo grava sul Suo cuore e riempie il Suo sguardo di angoscia. “La paura della morte è – infatti – un sentimento universale che deve assumere molte forme, di cui alcune sono sicuramente fuori della portata del linguaggio umano. Non c’è che un uomo che le abbia conosciute tutte, è il Cristo nella sua agonia” (Bernanos).

 

“Ecce homo” (Gv 19,5): è davanti a noi il volto dell’Innocente crocifisso e risorto. Crocifisso e risorto per il nostro “cuore sempre ingrato”.

“Madre afflitta, tristi giorni ho trascorso nell’error”

“Madre afflitta, tristi giorni ho trascorso nell’error”. Stiamo, come Sua Madre, sotto la croce. “Stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filius”: da secoli il popolo cristiano sosta con queste parole ai piedi della croce redentrice. Stiamo sotto il Suo sguardo e, come la Madre, ne beviamo le ultime parole.

 

Noi cristiani partecipiamo della vita stessa di Dio. In forza del battesimo viviamo già, come caparra, la vita che sarà definitiva

Anche noi, come Maria e lo sparuto gruppo dei più fedeli, vogliamo “montare la guardia” al Suo corpo. Come lei stava, anche noi stiamo, secondo il costume cristiano della Stazione (Statio) quaresimale a imitazione delle sentinelle che stavano “spiando” l’aurora. “Coloro che Egli ama, si accalcano, montano la guardia intorno al suo corpo esposto, ricoprendo, velando col loro amore la Sua nudità, troppo sanguinante, troppo dolorosa per offendere qualsiasi sguardo. Attraverso il sangue e il pus, Egli vede la propria pena riflessa su volti cari: quelli di Maria sua madre, di Maria Maddalena, d’una delle sue zie, moglie di Cleofa. Giovanni ha forse gli occhi chiusi” (Mauriac).

 

Sul palcoscenico del mondo colpevole Gesù Crocifisso compie fino in fondo la missione affidataGli dal Padre. Le sue sette parole sulla Croce sono come la sintesi estrema della Sua predicazione, ma soprattutto della Sua opera di redenzione in favore degli uomini.

 

Egli non ha considerato un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, anzi per salvarci si è annientato (cfr. Fil 2,6-7), non esitando ad attraversare tutte le plaghe dell’umana esperienza, vivendole in prima persona. Il Suo amore non ha arretrato di fronte all’ostilità più violenta: “allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, dicendo: “Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?” (Mt 26,67); non si è sottratto allo scherno e all’insulto: “Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50,6).

 

Ha provato l’indigenza più totale, emblema del nostro essere uomini, e ha gridato senza vergogna: “Ho sete” (Gv 19,28b).

Ogni giorno, implacabilmente, a nessuno di noi viene risparmiata la propria razione di dolore e di orrore: Anzi, scrive Péguy: “Ahimè, un tempo era la terra che preparava all’inferno. Oggi non è nemmeno più questo; non è più la terra che prepara all’inferno. E’ l’inferno stesso che trabocca sulla terra […] La pace si uccide con la guerra. E la guerra non si uccide con la pace degli uomini. Perché essa non è stata uccisa con la pace di Dio?”. E siamo tentati di lasciarci cadere le braccia: “Dio ci esaudisce sempre di meno” (ibid). Neanche a Lui, mentre andava deciso verso il compiersi della Sua ora, è stata risparmiata l’angoscia più profonda, fino a toccare l’abisso della desolazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34; Mt 27,46). Dov’era allora il volto del Padre? Da quel giorno nessun uomo può dirsi solo nella sua angoscia mortale: Colui che poteva non essere abbandonato, né morire, ha voluto condividere fino in fondo l’orrore del peccato per farci diventare giusti. Noi, i cristiani, siamo i giusti che vivono di fede.

 

“Dammi il cuor” è la risposta alla nostra inquietudine. Non per togliercela, ma per darle un senso. Altrimenti, annullerebbe la nostra libertà

E dal profondo del Suo abbandono si è consegnato totalmente al Padre – “Padre, nelle Tue mani consegno la mia vita” (Lc 23,46) – per offrirci la possibilità di consegnarci a nostra volta senza riserve. Per questa Sua estrema obbedienza, in forza di questo Suo sublime abbandono, il disegno di salvezza che prima della creazione del mondo il Padre aveva preparato per i Suoi figli si è compiuto: “consummatum est – Tutto è compiuto” (Gv 19,28).

Sull’altare del Golgota si è consumato il suo sacrificio. Davvero lì tutto si è compiuto. “Tutto il passato gli era presente. Tutto il presente gli era presente. Tutto l’avvenire, tutto il futuro gli era presente. Tutta l’eternità gli era presente” (ibid).

 

Questa “consumazione” coinvolge tutta l’umanità, tutta la storia, tutto il cosmo. Il tutto ora vive del movimento impresso dall’evento finale del Golgota. Il consumatum est è il vero volto della Speranza Cristiana. Si può sperare, si deve sperare, per tutto e per tutti.

Morte vera, morte feconda. Il Suo amore consegnato è capace di generare una nuova, indistruttibile parentela che dal Calvario arriva fino a noi: “Donna ecco tuo figlio (…) Ecco la tua madre… Ed il discepolo la prese in casa sua” (Gv 19,26-27).

Una parentela ben identificabile, incontrabile oggi nella famiglia della Chiesa, vera icona di Gesù Cristo, morto e risorto. Il panno in cui il Suo volto è impresso per sempre nella storia si chiama Santa Chiesa di Dio: “Vicinanza: sei partito, eppure ancora mi attraversi, con lo sguardo lontano, che irraggia dal Volto impresso nel panno fai sorgere la pace di cui va sempre in cerca la mia forma inquieta” (Wojtyla).

 

Dai giorni della Sua passione, della Sua morte in croce e della Sua risurrezione, il desiderio di vedere il volto del Signore non sarà mai disatteso. Non lo sarà perché i giorni della Pasqua del Signore sono i giorni della misericordia infinita, dell’amore estremo. Fino al perdono, un dono in cui è stato inserito un moltiplicatore infinito: “Padre, perdonali, non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

“Tu mi guardi dalla croce”: non sottraiamoci, dunque, al Suo sguardo, ma imploriamoLo con la profonda ed umile consapevolezza del buon ladrone: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno” (Lc 23,42). Egli ci assicura che il nostro desiderio non andrà perduto, che nulla di noi andrà perduto: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43). “Un solo moto di puro amore, e un’intera vita criminale è cancellata. Buon ladrone, santo operaio dell’ultima ora, inebbriaci di speranza” (Mauriac).

“Dammi il cuor”. Sì, questo invito non è fuori posto. E’ veramente la risposta alla nostra inquietudine. Non per togliercela, ma per darle un senso. Se ce la togliesse, annullerebbe la nostra libertà. Invece le dà un senso, e così esalta ogni atto della nostra libertà. Cristo e la Chiesa sono i paladini dell’autentica libertà. Realmente Gesù è la verità vivente e personale. Per questo il Volto insanguinato dalle spine penetranti ha il diritto di chiederci il cuore. Lo fa, infatti, per renderci “liberi davvero” (Gv 8,36), come solo la verità può e sa fare.

 

“Lo risvegli alfin l’amor”

Abbiamo ascoltato le sette parole di Gesù sulla Croce: “Ho sete”; “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”; “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”; “Tutto è compiuto”; “Donna, ecco tuo figlio”; “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”; “Oggi sarai con me in Paradiso”. Esse danno voce a ciò che lo sguardo del Crocifisso proclama a tutti. Eppure c’è un’ultima parola da ascoltare: il Suo silenzio. Dice il Vangelo: “E, chinato il capo, spirò” (Gv 19, 30). “Nostro Signore sulla croce ha pregato, ha anche gridato, pianto, rantolato, fatto scricchiolare i suoi denti, come i moribondi. Ma c’è qualcosa di più prezioso ancora: il minuto, il lungo minuto di silenzio, dopo il quale tutto fu consumato” (Bernanos).

 

Se ci immergiamo nel Sacro Volto del Redentore vediamo emergere da tanta prova e da tanta sofferenza un fondo estremo di serenità. Nella fede si anticipa il destino finale di questo Crocifisso, la cui morte unica e irripetibile ha vinto la morte comune di ogni mortale e ha fatto trionfare la vita. Come dice il profeta, questo Crocifisso può emettere il grido vittorioso che ogni uomo, per quanto incredulo, non può non sentire come lo zenit del desiderio costitutivo del suo cuore: “Morte, sarò la tua morte” (cfr Os 13,14). La resurrezione è il capovolgimento potente che il Padre realizza nel Figlio che si è a Lui abbandonato, nel Prediletto trattenuto, durante l’estrema prova della croce, dentro quest’abbraccio paterno dall’Amore infuocato dello Spirito Santo. L’impotenza del Crocefisso trapassa così, nella dolce onnipotenza del Risorto. Egli, ora alla destra del Padre col suo vero corpo, sta attirando tutto e tutti a sé. Per questo ci invita sussurrandoci “Dammi il cuor”. Egli che è la vita ci dona la vita che dura. Come ci ha già documentato in Maria, assunta in cielo nel suo vero corpo, accompagna passo dopo passo ciascuno di noi verso quel Padre che ci ha scelti ed amati da prima della creazione del mondo. La vita eterna per il battezzato è già in pieno svolgimento su questa terra. Liberati dal giogo del male e dal timore della morte i cristiani sono per il mondo ciò che l’anima è per il corpo.

 

Quale ragione più grande perché “dal sonno del peccato ci risvegli alfin l’Amor?” Questo infinito Amore con la A maiuscola.

Sul Golgota tutto il passato gli era presente. Tutto il presente gli era presente. Tutto l’avvenire gli era presente. Tutta l’eternità gli era presente

La Passione, Morte e Risurrezione del Salvatore sono sacramento del Volto stesso di Dio. Questo Volto è il Volto divino-umano di Gesù Cristo, morto e risorto, che ora vive per sempre nella Trinità ed apre al compimento il desiderio di ogni uomo. Veramente chi vede Gesù vede il Padre (cfr. Gv 14,9). Chi vede un cristiano, vede Gesù.

Traendo vita dal Volto di Cristo noi cristiani partecipiamo della Vita stessa di Dio. In forza del nostro battesimo viviamo già, come caparra, la vita che sarà definitiva. Fin da quando eravamo bambini la Chiesa, nostra madre, ci ha insegnato a credere nella resurrezione della carne. Questo mistero per noi è inarrivabile. Ben lo aveva visto il grande padre Dante: “veder voleva come si convenne / l’imago al cerchio e come vi s’indova; / ma non eran da ciò le proprie penne: / se non che la mia mente fu percossa / da un fulgore in che sua voglia venne. / A l’alta fantasia qui mancò possa” (Paradiso, XXXIII).

 

Inarrivabile, eppure profondamente corrispondente. Il Crocifisso risorto è l’estrema espressione della misericordia. Allora alla nostra libertà è offerta la speranza certa di poter durare, di risorgere. “Io risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore...”. In questa ragionevole fede possiamo ben dire che un destino glorioso è in atto per noi.

 

“Madre buona, fa’ ch’io torni lacrimando al Salvator”

“Madre afflitta, tristi giorni / ho trascorso nell’error; / Madre buona, fa’ ch’io torni / lacrimando, al Salvator!” Al nostro addolorato ritorno mirava il sussurro dell’Uomo della croce: “Dammi il cuor”. E da secoli la Chiesa ci indica la strada semplice e sicura ove il dolore del peccato si fa redenzione, autentica liberazione: il sacramento della Riconciliazione. Riconoscendo con umiltà il nostro peccato di fronte al Crocifisso risorto ed invocandone personalmente il perdono davanti al Suo ministro, la nostra libertà tocca veramente il suo vertice. Ne scaturisce una ripresa di rinnovata affezione: in famiglia, nelle nostre comunità, nei quartieri. Una ripresa di più penetrante giudizio: su noi stessi, sulla consistenza della comunione che ci lega tra cristiani, sulla forza di solidarietà che ci incorpora alla società civile. Una ripresa di più energica azione per annunciare a tutti la salvezza portata dal Crocifisso risorto, ponendoci all’opera nella nostra Chiesa, collaborando, nel pieno rispetto della società plurale, all’edificazione della vita buona, condividendo il bisogno di tutti a partire dagli ultimi. Un vero anticipo di risurrezione.

Chi vorrà sottrarsi alla dolce forza di Colui che ci guarda dalla croce e ci chiama così alla vita?

 

Credere nella resurrezione della carne è per noi un mistero inarrivabile. Lo aveva visto bene Dante nel suo Paradiso

Abbiamo contemplato il Volto del Crocifisso. Ci siamo lasciati guardare da Lui, che ha rivolto a noi le Sue sette parole e il Suo silenzio. Immedesimiamoci ancora per un momento con la Vergine Maria. Pensiamo al suo sguardo, sotto la Croce. Ella, come recita la sequenza dello Stabat Mater, “vidit suum dulcem natum morientem desolatum”. La Madre, che ha portato nel suo purissimo grembo il dolce peso del Redentore, ora lo vede morire desolato, prima di accoglierlo cadavere tra le braccia quale pietà elargita a tutto il genere umano.

 

Cosa sarà passato dal cuore di Maria? Anche noi rifugiamoci nel suo Cuore immacolato – Lei è rifugio dei peccatori – e chiediamoLe di ottenerci un po’ del suo amore per il Figlio: “Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum”. Concedi, o Maria, al mio cuore di essere infiammato dall’amore per Gesù, mio Signore e mio Dio. Sì, per quanto riluttanti, vogliamo vedere Gesù. Siamo inquieti come gli uomini di ogni tempo e siamo fino in fondo uomini del nostro tempo. Spesso smemorati, non raramente perduti, talvolta angosciati. Confusi e sballottati come naufraghi nel mare, non di rado tempestoso, delle mille contrastanti opinioni, ma attraversati in ogni fibra dall’insopprimibile desiderio di incontrare la risposta vitale alla domanda delle domande: “Ed io che sono?”

Se “questa sera Tu mi guardi dalla croce, mio Signore”, se “la Tua voce mi sussurra: ‘Dammi il cuor’”, cosa è per me più ragionevole: resisterTi o abbandonarmi?

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