Visto che per il Papa di Scalfari non c’è l’Inferno, si può dire (quasi) tutto

Giuliano Ferrara

Dire che invidio a Scalfari la sua amicizia col Papa è dire poco, trasudo di invidia. Tanto più che in ognuna delle loro conversazioni a Francesco scappa una cosa al confine con l’eresia, il che è dottrinalmente pericoloso, presumo, ma giornalisticamente sapido. Peccato che poi il Vaticano smentisca le parole attribuite dal Fondatore al Pontefice. Ci rovina il gioco, a noi modesti chiosatori, e ci costringe a citare il Sommo Padre come il Papa di Scalfari, che non è una diminutio, ma è certamente una cosa diversa.

 

Stavolta il Papa di Scalfari ci assicura che la creazione, e il suo oggetto, il creato, sono pura “energia” emanata da Dio, e in quell’energia, opera o lavoro di Dio, le specie si evolvono, si selezionano, muoiono, si alternano e rigenerano. Mah! Già “spirito” sarebbe problematico, perché non è casuale l’insistenza dei cristiani (cattolici, protestanti, ortodossi) sulla Trinità, il luogo teologico assente nelle scritture sacre ma determinante nella dottrina cristiana, che ama definire dogmaticamente lo Spirito Santo come una ipostasi divina, in uno con il Padre e il Figlio, al fine di evitare la facile, e gnostica, spiritualizzazione del mondo materiale, il mondo cristiano dell’Incarnazione. Ma sono questioni molto complicate, di interesse quasi solo specialistico. Sta di fatto che il posto dell’energia è assunto misticamente come centrale nelle religioni orientali, nella teologia bizantina, in tutti gli autori eretici della riforma radicale del XVI secolo, nelle opere controverse dello scienziato e prete gesuita Pierre Teilhard de Chardin, ma formulato nelle parole poco pasquali del Papa di Scalfari è un campo di forze cosmiche e biologiche indefinito, parascientifico e genericamente evoluzionista. Comunque, visto che non c’è l’Inferno, né per Francesco, Dio ne guardi, né per il Francesco di Scalfari né per chi lo commenta, possiamo dire quasi tutto.

 

Quanto a Montaigne, psicologo e antropologo e autoritrattista geniale del ’500, il Papa di Scalfari, che “quasi” consiglia di leggerlo (ma perché “quasi”?), fa bene a dire che fu un precursore dell’Illuminismo. Basterebbe aggiungere che Montaigne riteneva equivalenti tutte le culture e le religioni, e che al Papa di Scalfari, preso dalla fine del mondo e autore di un bell’elogio del fervore cristiano dell’America latina, figlia del gesuitismo missionario, risponderebbe così. Dopo aver detto che “una sì nobile conquista” sarebbe stata un regalo all’umanità se fatta da Alessandro il Macedone o dai greci o dai romani, i quali avrebbero “chiamato questi popoli all’ammirazione e imitazione della virtù e avrebbero elevato insieme a loro una società fraterna e intelligente”, concluderebbe, anzi, concluse: “Al contrario, ci siamo serviti della loro ignoranza e intelligenza per piegarli più facilmente al tradimento, alla lussuria, all’avidità, e ogni sorta d’inumanità e di crudeltà, nel solco dei nostri costumi” (Essais, III, 6). L’ex sindaco di Bordeaux aveva dei dubbi consistenti sulla civilizzazione cristiana nel nuovo mondo, anche il Papa di Scalfari non è un identitario occidentalista ed è un bello stinco di relativista, e dunque dovrebbe fare i conti a fondo con questa precoce incriminazione morale della chiesa missionaria ed evangelizzatrice, che ebbe un’eccezione à la Montaigne nell’opera del vescovo Bartolomé de Las Casas, difensore dei nativi. Ma era un domenicano, non un gesuita.

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