Il Papa finalmente dispiace. Ma fa solo il suo mestiere

Giuliano Ferrara

Questo Papa che piaceva troppo adesso finalmente dispiace. Dispiace alle vittime, o comunque ai numerosi comitati legali e civici che le organizzano e parlano a loro nome, vittime di un vescovo cileno che avrebbe secondo l’accusa coperto le malefatte pedofile di un prete abusivo dei corpi dei ragazzi della parrocchia, un sacerdote ridotto allo stato laicale e penitenziale dalla chiesa, che non conosce prescrizione, eppure mai processato dallo stato e dalla sua giustizia, che dopo un certo numero di anni, molti, non si ritiene più autorizzata a imbastire processi in tribunale. Infatti Francesco nel 2015 ha detto della campagna contro il vescovo da lui promosso e protetto che chi ci crede è stupido, proprio così, “stupido”. E nel recente viaggio apostolico in Cile, contestato e richiamato bruscamente a correggere la sua posizione, ha invece insistito da quel cattivone che certe volte sa essere: “Non ci sono prove”, insomma, andate a farvi fottere.

 

I resoconti della stampa italiana francescana per inerzia e amore delle gourmandises – quanto piace la “misericordina” ai piccoli e grandi peccatori che tutti siamo! – sono sdraiati sul pontefice delle minoranze e dell’ecologia, i Mapuche e l’Amazzonia, e trascurano l’evento sgradito all’immagine che hanno costruito del gesuita buono e caro. Ma il New York Times, che come tutto il mondo liberal, calvinista e puritano del New England (Boston, ricordate Spotlight?) è da sempre all’avanguardia nelle certezze spesso abusive scagliate contro il clero abusivo e i suoi “protettori” ecclesiastici vaticani, picchia duro su un Papa che per la prima volta fa muro contro accuse temerarie, visto che sostiene non siano minimamente provate. Francesco con la sua esibizione di tolleranza zero aveva illuso, ora delude e fa arrabbiare chi vede nella chiesa cattolica romana l’incarnazione dell’Anticristo, senza dirlo e forse anche senza saperlo, ma con le certezze che nascono dalle radici della grande rivolta moderna e puritana contro il papato.

 

Noi che in un certo senso siamo protofrancescani, dall’epoca grande di Benedetto XVI, travolto dalla campagna sulla pedofilia del clero e dal trash antivaticano, abbiamo sempre detto che sarebbe stato un gran giorno quello in cui finalmente nella chiesa cattolica – ché anche se “Dio non è cattolico”, come dice il Papa, il pontefice dovrebbe esserlo – un’autorità morale e spirituale fosse insorta a difendere dalle litigations inappropriate e quattrinare, dalle trastule mediatiche, i preti dannati e messi alla gogna come se la pedofilia fosse loro consustanziale, insomma a fare muro. Ma per anni e anni siamo stati isolati e scherniti come laici fin troppo devoti, incapaci di riconoscere il male assoluto, che ovviamente non può che annidarsi nel clero celibe e nella sua chiesa sacramentale da squinternare, confondere e distruggere con il grande strumento per il regolamento di tutti i conti, il sesso. Adesso troppa grazia, il Papa fa muro e applica per una volta il principio della tolleranza zero verso quelle che giudica false vittime di un falso caso di copertura di molestie pretesche. 

 

Ma ci vorrebbe ancora uno sforzo, Beatissimo Padre. Tutti sappiamo che l’immaturità sessuale, spesso con devastanti conseguenze, è congenita all’uomo peccatore, non al solo prete celibe, e che alla radice della sordità morale verso il carattere proprio dell’amore e del piacere sta una cultura pansessualista diffusa nella seconda metà del Novecento ed esplosivamente emersa negli anni Sessanta, che sono gli anni della sfrenata presa di parola e del Concilio Ecumenico Vaticano II. Nell’aggiornamento famoso, che ci voleva e ha liberato quel che c’era da liberare nella coscienza contemporanea, anche da parte del mondo cristiano e cattolico, si è infiltrato, non dirò il fumo di Satana, perché non sono Jacques Maritain né Paolo VI e neppure un credente e praticante nella chiesa, ma certamente un gigantesco equivoco sull’amore, e sulla famiglia sul matrimonio sull’aborto, che ha autorizzato uomini e donne a comportarsi senza complessi da maschi e da femmine, con risultati che il tempo saprà valutare e non si annunciano lieti né piacevoli. Avere messo la mordacchia a questa predicazione culturale, che non equivale a dottrinarismo e tradizionalismo e chiuso gretto spirito conservatore, è un segno dei tempi nebuloso al quale Francesco si è piegato dal primo giorno del suo pontificato nell’illusione gesuitica di riconquistare il secolo con i suoi stessi mezzi, il suo linguaggio, la sua elaborazione dell’esperienza. Chi sia lui per giudicare, adesso sembra averlo capito. Forse quello cileno sarà ricordato soltanto come un episodio, forse il Papa si vorrà decidere, una buona volta, a fare il suo mestiere, che è quello di contraddire il mondo, non di blandirlo.

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