L'ammicco di Zingaretti a Fico

Massimo Bordin

Quelli che nel Pd tengono per prima cosa a differenziarsi dalle posizioni di Macron non è tanto al presidente francese che pensano, piuttosto al M5s o almeno al presidente della Camera e al suo, molto presunto, gruppo. Le articolesse e le intervistone dei personaggi della nomenclatura, in prima linea o in cabina di regia, pongono la questione in modo felpato, tanto contorto da dover passare per Parigi, ma il succo della questione sta in un ragionamento che si sente fare, quando ci si discute, da molti ex (ex?) comunisti. “Abbiamo fatto alleanze con soggetti lontanissimi da noi, Togliatti ne propose una perfino a Guglielmo Giannini, non c’è nemmeno bisogno di scomodare il patto Ribbentrop-Molotov, e adesso dovremmo metterci a fare i difficili con gente come Di Maio e Casaleggio?”. Molto si può contro dedurre nel tentativo di raggiungere la stessa efficacia rozza ma lineare. Per esempio si può far notare che i rapporti di forza fra il Pci e l’Uomo Qualunque di Giannini erano rovesciati rispetto a quelli fra grillini e Pd oggi. Pur rischiando di essere offensivi si può aggiungere che le differenze, nel bene e nel male, fra Stalin e Togliatti da un lato e Veltroni e Zingaretti dall’altro, si vedono a occhio nudo. Ma il problema vero sta nella politica del terzo millennio dove la sinistra deve proporre crescita, equità e diritti, non ideologia. Non ce la può fare un gruppo dirigente esausto, nella sua parte migliore, e impresentabile in quella peggiore. Cercare di cavarsela con un azzardo tattico, oltretutto fortemente velleitario, rischia solo di accelerare la fine. Ingloriosa.

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