Referendum in Irlanda, hanno vinto i Sì con il 68 per cento dei voti

Matteo Matzuzzi

Roma. Gli exit poll sono stati pressoché perfetti nel fotografare l'esito del referendum indetto per decidere in merito all'abrogazione dell'Ottavo emendamento costituzionale risalente al 1983 che vieta l'aborto ed equipara in tutto i diritti della donna a quelli del nascituro. Quando mancano solo i dati di tre constituency su quaranta, il risultato è inequivocabile: i Sì sono al 67,3 per cento, i No al 32,7. A Dublino i favorevoli all'abrogazione dell'emendamento hanno raggiunte punte del 78,5 per cento, ma anche nelle zone rurali – unica e residuale speranza di invertire un risultato che sembrava quasi scontato negli ultimi mesi – i No non sono andati oltre il 42-43 per cento dei voti. Unica eccezione, Donegal, dove hanno prevalso i No con il 51,8 per cento.

 

Un risultato che smentisce le analisi e le rilevazioni che nelle ultime settimane davano i Sì in calo rispetto alle proiezioni di inizio anno. Anzi, avrebbero pure guadagnato consensi rispetto al 62 per cento stimato all’inizio dell’anno.

 

Per i No si trattava di un’impresa improba: tutto l’arco parlamentare era schierato per il Sì, dalla sinistra al centrodestra, che pur avendo lasciato in qualche sua diramazione libertà di voto, aveva poi fatto campagna attiva per il Sì. Intellettuali e giornali erano tutti per il Sì, mentre la chiesa cattolica aveva preferito mantenere un profilo basso. Forse per gli scandali degli ultimi anni che l’hanno travolta, forse perché consapevole di quello che sarebbe stato l’esito della consultazione. Nel 2015, sempre per via referendaria, gli irlandesi avevano approvato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, con il 62 per cento di favorevoli. Stavolta, la maggioranza degli osservatori sosteneva che quella percentuale così netta si sarebbe assottigliata, dato il pensiero assai più conservatore della popolazione – specie quella delle zone rurali – sul tema. Non è andata così, stando almeno all’exit poll. Segno che per l’Irlanda non vale più il vecchio adagio secondo cui, in questioni politiche, è “indietro di trent’anni rispetto al resto dell’occidente”.

 

* articolo aggiornato alle ore 19.00

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