Fare il portavoce del presidente degli Stati Uniti è un compito ingrato. Quando le cose vanno male i cronisti ti suonano come un pugile per farti apparire debole; quando le cose vanno bene offrono domande convenzionali che generano risposte precotte, per farti apparire come un soporifero automa d’apparato. Per un paio d’anni Jay Carney è riuscito a navigare fra i due estremi. La stampa generalmente amichevole verso Barack Obama non lo ha tartassato troppo, lui ha usato il curriculum per generare empatia.