L’ultima volta che l’ho visto, un paio d’anni fa, Muhammad Ali era seduto su una sedia al centro della lobby di un grande albergo di Las Vegas. Con la mano tremante firmava autografi per un centinaio di persone che ordinatamente si erano messe in fila, senza calca e senza fretta, per strappare un ricordo e magari una fotografia. Nell’episodio c’era la conferma della solidità di uno dei miti più certi che la storia dello sport abbia mai costruito.