Ascanio Celestini era per noi, dopo il film sui call center “Parole sante”, un regista e attore di massimo impegno civile e minimo fascino cinematografico. Era legato, come Marco Paolini, al teatro di parola e all’affabulazione. Era interessato alla guerra, al lavoro e ai manicomi, noi preferiamo le vetrine di Tiffany, “un posto dove non può succederti niente di male”. “La pecora nera” fa cambiare idea. Per la bravura nell’arte del racconto, praticata pochissimo nel cinema italiano.