Quando è morto Konstantin Chernenko, nel 1985, gli agenti del Kgb a Dresda rubarono al loro capo una cassa di spumante della Crimea per festeggiare l’imminente fine della vecchia Urss comunista. Vladimir Putin, poco più che trentenne, brindava con loro. Nell’ambiente chiuso di una delle “residenze” della rete di spionaggio all’estero, “il piccolo” come veniva chiamato per distinguerlo da un collega omonimo, era il più scettico sul regime. Ammirava l’accademico Sakharov ed era disgustato dall’antisemitismo del sistema, scandalizzando i colleghi con affermazioni del tipo “gli ebrei sono persone assolutamente normali”.