Più del trash, meglio del trash. Per sempre Cafonal

L'arrembaggio di Pizzi e Dagospia al giornalismo italiano sarà studiato un giorno come documento di un demi-monde raggelato all’alba del XXI secolo
30 SET 26
Immagine di Più del trash, meglio del trash. Per sempre Cafonal

Foto ANSA

La mia copia di “Cafonal” riposa da anni accanto a libroni e coffee-table dei “maestri della fotografia” – Martin Parr, Weegee, Eggleston, Diane Arbus – ma è l’unica che ogni tanto tiro giù. Le altre sono lì per fare bella figura. E sempre quando apro “Cafonal”, con quel formato serioso e funereo da Grande Enciclopedia del Degrado, sprofondo come la prima volta in quel magnifico sfacelo vecchio e glitterato: mi perdo fra i trenini guidati da Laura Biagiotti, il sudore di Alan Friedman, o Tremonti che si scaccola alla presentazione di un libro di Massimo Franco e Achille Bonito Oliva mezzo svenuto e imboccato come un bebè da una ragazzina al buffet. Mi incanto davanti alla galleria di parrucchini, riporti, tramezzini in sfacelo, protesi, décolleté tartarugati, tette di gomma, flûte, scarpe pitonate e botox che cola sotto il flash di Pizzi.
E pagine e pagine di marchese, contesse, imprenditori e cavalieri di Malta travestiti da Lorenzo il Magnifico o Maria Stuarda o in tenuta “safari”, o centurioni con la panza e signore di una non-più-certa-età ma ancora molto animalier, giaguarate, leopardate, tigratissime. E il capitolo “Berty-Nights”, col segretario di Rifondazione Bertinotti in tournée mondana, scortato da Valeria Marini, col rifondarolo Pizzi che lì trovò la sua Hannah Arendt, Lella Bertinotti, magnifica in cappotto di pelo e cappellone di feltro, tipo quelli di Jamiroquai. Tra le mie foto preferite – ma è impossibile scegliere – “il trenino degli affamati”: Mario Monti e Fisichella capicordata di una fila di giacche e tailleur di signore che affonda in un giardino all’inglese, ognuno col suo piattino in mano, pellegrini in processione verso non si sa dove, un’aria di apocalisse intorno, tipo “Melancholia” di Von Trier. Non avremo avuto la Comédie humaine di Balzac e “L’uomo senza qualità” ma abbiamo avuto Pizzi e Dagospia che in un colpo solo hanno rimediato a lacune e mancanze di romanzieri e cinematografari troppo presi da altre cose per capire la portata epocale del “Cafonal”. La vera invenzione di Pizzi, quella che basterebbe da sola a metterlo nei manuali, è il tempo dello scatto. L’istante deglutivo come quello “decisivo” di Cartier-Bresson. Il fermo-immagine raggelato in cui la marchesa, il sottosegretario, il cardinal vicario spalancano la bocca davanti a un cucchiaino carico di qualcosa affogato nella panna e fissano il vuoto, ma non con l’ironia british e distaccata di Parr, bensì l’empatia partecipata di Zagarolo.
“Cafonal” è prima di tutto un libro di facce, come l’album che Fellini custodiva nel suo studio a Cinecittà: migliaia di volti improbabili, bizzarri, mostruosi, messi in fila con la serialità ossessiva di un archivio. Non il ritratto singolo ma la tassonomia, la specie. Pizzi che studia il fard, i ritocchi, gli zigomi di plastica, e più si avvicina a nasi e labbra più si perdono le coordinate dell’umano, finché non restano che tanti pappagallini e pappagalline colorati. Oggi quelle pagine si sfogliano con nostalgia. Il tempo ha scavato la noia sotto le facce, ha tirato fuori l’horror vacui dall’euforia dopata dei trenini, come la faccia tetra e le occhiaie di Piero Fassino, che ogni tanto spunta tra una festa e l’altra, l’aria di chi si chiede perché lo abbiano invitato lì. “Cafonal” e il suo seguito – “Ultracafonal” – li studieranno un giorno come documenti spietati di un demi-monde raggelato all’alba del XXI secolo: la “Roma godona”, si cominciò a dire allora sulla scia delle sue fotografie e dell’arrembaggio di Dagospia al giornalismo italiano. Ma Roma, che Cafonal lo è da duemila anni, diventava semmai modello in scala dell’Italia intera e poi anche del mondo – e anche Kim Kardashian, arrivata in quegli anni lì, mi sembrava un’invenzione di Pizzi. Cafonal come categoria esistenziale, più del trash, meglio del trash. Cafonal a Dubai, Sharm el-Sheikh, Ibiza, Cafonal milanese da Fuorisalone e Cafonal napoletano da Castello delle Cerimonie. Sono foto magnifiche quelle di Pizzi, sempre in bilico tra paparazzate qualsiasi e composizioni fiamminghe di un Brueghel o di un Jordaens. Sorrentino ci ha provato, con “La grande bellezza”: sfogliando il librone, confessò, aveva sentito “la vertigine della vacuità assoluta”. Pizzi, che al film aveva prestato la materia prima, lo liquidò in quattro parole: doveva colpire più duro. Aveva ragione. Sotto la luce di Bigazzi il Cafonal diventa sublime, cioè perdonato, e i critici furono subito dirottati verso genealogie più nobili, Fellini, “La dolce vita”, “La terrazza” di Scola. Poi arrivò l’Oscar. La Roma godona organizzò una festa in onore di sé stessa. A Palazzo Ferrajoli, ecco “un Oscar ideale alla Città Eterna”, con gli invitati che arrivavano in carrozza, avvolti in cappottoni e pellicce che a Roma si tirano fuori anche con venticinque gradi. Dentro, molte piume di struzzo, braccialoni di diamante, tette spioventi e very ageing, ingorghi al buffet, sguardi famelici. E naturalmente anche Pizzi. E in quelle foto della festa a tema “Grande bellezza” c’era tutto quello che “La Grande bellezza” proprio non aveva.