Fabrizio Plessi svelò l’equivoco dell’ars gratia artis e mise la tecnologia al servizio della natura

È morto il pioniere della videoarte, diceva che la tecnologia come la intendiamo oggi “non esiste”. Aveva 86 anni
24 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 14:39
Immagine di Fabrizio Plessi svelò l’equivoco dell’ars gratia artis e mise la tecnologia al servizio della natura

Foto ANSA

Fabrizio Plessi, pioniere della videoarte scomparso domenica a 86 anni, aveva messo la tecnologia al servizio della natura, fossero questi i quattro elementi o la natura umana. Categoria morale, questa, verso la quale conservava un’incrollabile fiducia nonostante, un paio di volte, certi mariuoli si fossero approfittati della sua fragilità per derubarlo e spintonarlo mentre rientrava dallo studio alla Giudecca, a casa. Viveva in un meraviglioso palazzo a san Polo, tra le calli silenziose della Venezia che aveva scelto come residenza accademica e di vita, innamorato com’era dell’acqua e del fluire parmenideo, lui emiliano terragno che aveva iniziato a mettere in pratica le proprie teorie in Germania. Formulava senza intenzione sentenze che tutti usavano come aforismi.
Diceva, per esempio, che la tecnologia come la intendiamo oggi “non esiste” perché sbagliamo a viverla come una componente estranea e incombente della nostra esistenza, mentre se la usassimo per quella che è, e cioè come la fusione fra arte, mestiere e intelligenza umana, cioè come materia (un tempo, al classico, si studiava davvero), sapremmo metterla al nostro servizio. Diceva anche, Plessi, che il “digitale è spirituale”, e ne avemmo tutti la dimostrazione pochi mesi fa quando, in occasione dell’apertura della Milano Art Week e di una serie di dialoghi fra moda e arte contemporanea organizzato da Deloitte Arts and Culture e il Foglio della Moda, vi espose la sua “Capita Aurea”, video installazione di una testa imperiale che si dissolve lentamente in oro liquido, evocando il fluire del tempo, la caducità del potere e la natura effimera della gloria. Venne installata sotto uno dei grandi crocifissi della ex chiesa di san Paolo Converso di corso Italia, a Milano, sprigionando una potenza che andò dritta al cuore di tutti; sarebbe dovuta restare esposta per due settimane, vi rimase per tre mesi.
Fu uno degli ultimi progetti di Plessi, insieme con “Plessi sposa Brixia”, realizzato tra il Parco Archeologico di Brescia romana e il Museo di Santa Giulia, e “Nero oro” a Padova, nell’ex Chiesa di Sant’Agnese, dove un percorso attraversava il mosaico luminoso della navata, si materializzava in una colata d’oro nell’ipogeo per focalizzarsi sui reperti archeologici. Diciotto partecipazioni alla Biennale, infiniti premi, la prima affermazione internazionale nel 1987 a Documenta 8 di Kassel, con l’installazione monumentale “Roma”, ancorché già nel 1973, con “Acquabiografico” presentato alla Galleria Vinciana, si fosse intuito dove l’avrebbe portato la sua ricerca: l’acqua come condizione.
Chiacchierando con l’industriale tessile dell’arte esposta in fabbrica, Giovanni Bonotto, e con Carmelo Carbotti che segue il progetto “Economia della bellezza” per Banca Ifis in quell’appuntamento milanese di arte e cultura, Plessi ribadì quello che tutti i grandi artisti di ogni tempo sanno, e cioè che l’ars gratia artis è un’invenzione tardo ottocentesca, che la committenza ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’estetica occidentale e che, nello specifico, moda e arte possono viaggiare su binari paralleli, collaborando con reciproca crescita e senza che nessuno debba avere a dolersene. Nel Duemila aveva concepito per l’Expo di Hannover l’immenso “Mare verticale”, quarantaquattro metri di altezza. Peccato che non l’abbia evocato nessuno quando, due mesi fa, Louis Vuitton vi si è ispirato per l’allestimento della sua sfilata uomo. Tutti hanno solo pensato all’acqua che a Parigi scarseggiava, e ovviamente si sono lamentati.