Raccontare il "sole" dopo il 7 ottobre

Shemesh, un progetto di artiste della zona al confine con Gaza, mostra come si torna a creare, le speranze per il paese e la difficoltà di essere israeliane oggi 

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“Il 7 ottobre mi trovavo nella mia casa a Yevul, un moshav a circa sei chilometri dalla Striscia di Gaza, insieme a mio marito e ai miei due figli. Alle 6.35 ci siamo svegliati al suono delle sirene e pochi minuti dopo è crollata la linea elettrica che serviva tutti gli insediamenti della zona. Siamo rimasti completamente isolati. Solo nel pomeriggio abbiamo compreso l'entità del massacro nelle comunità vicine e soltanto in tarda serata siamo riusciti a fuggire attraverso i campi agricoli, senza sapere nemmeno dove andare e cosa ci avrebbe riservato il futuro. Quello imminente, e quello che stiamo vivendo, ancora oggi”.
A raccontarlo è Liya Dayagi, una delle nove artiste del programma Shemesh – “sole” in ebraico – una residenza artistica dedicata alle donne che vivono nel deserto del Negev e dell'area al confine con Gaza. Il 23 giugno il loro gruppo è approdato a Fresh Paint, la più importante fiera di arte contemporanea israeliana che si tiene ogni anno a Tel Aviv.
Alcune di loro, come Liya e la sua famiglia, sono rimaste sfollate per mesi, sostenute solamente grazie alla solidarietà di altri cittadini israeliani. "La guerra ha colpito tutti noi nel modo più profondo possibile. Abbiamo perso parenti, amici, speranza. Eppure, nonostante tutto, dopo qualche mese abbiamo deciso di tornare a casa, perché sentiamo una profonda responsabilità nel contribuire alla ricostruzione di ciò che è stato distrutto". 
Naomi Katz, disegno su feltro
Naomi Katz, disegno su feltro
Così, quando mi è stato chiesto di curare la mostra conclusiva del programma Shemesh, ho accettato senza esitazione. Non soltanto per offrire a queste artiste una vetrina prestigiosa, ma perché il progetto rappresentava anche un'opportunità per ricostruire, insieme, quella speranza che in Israele si è incrinata dopo il lungo, e ancora irrisolto, Sabato Nero.
"All'inizio della guerra ero completamente bloccata nel mio processo artistico. Durante l'evacuazione non mi sono potuta portare dietro nulla, ne’ avevo uno studio a disposizione, allora mi sono dedicata alla scrittura di un diario di guerra. Dopo il ritorno a casa, invece, ho lavorato in modo quasi febbrile, spesso di notte, quando non riuscivo a dormire a causa del conflitto. Ma continuavo a sentirmi bloccata. Non trovavo la forza di mostrare i miei lavori a un pubblico. Tutto rimaneva chiuso nello studio, l'unico luogo in cui mi sentivo al sicuro". 
Naomi Katz, disegno su feltro 
Naomi Katz, disegno su feltro 
A sbloccare questa paralisi è stato proprio Shemesh e l'incontro con altre artiste che avevano vissuto esperienze simili nel corso della guerra, e che hanno trasformato il lavoro creativo in un percorso condiviso di resilienza. "Nel corso del programma abbiamo capito quanto il processo artistico potesse aiutare non solo noi, ma anche le nostre comunità e l'intera società israeliana".
Non tutte le partecipanti vivono oggi nelle immediate vicinanze della Striscia. Alcune si sono trasferite in altre comunità del Negev, come il kibbutz Yotvata, vicino a Eilat.
Liya Dayagi, E' molto difficile aspettare
Liya Dayagi, E' molto difficile aspettare
"Questo luogo isolato è diventato un rifugio per centinaia di persone sfollate dal confine con Gaza e con il Libano - racconta Taal Goldman - Credo che cultura e arte siano strumenti fondamentali per costruire e rafforzare una comunità. Nei primi mesi della guerra ho ospitato nel mio studio laboratori e attività collettive. Yotvata è una periferia remota, lontana dalla guerra, una sorta di oasi nel deserto. Shemesh mi ha permesso non solo di rafforzare la mia pratica artistica, ma anche di costruire relazioni che un tempo mi sembravano impossibili". 
Liya Dayagi, Siete soli
Liya Dayagi, Siete soli
Per Taal, infatti, questo progetto ha rappresentato un'occasione unica per offrire alle altre artiste un luogo di serenità in un periodo dominato dall'incertezza e, al tempo stesso, per contribuire a costruire una nuova comunità culturale tra i kibbutz del deserto israeliano.
Non tutte le artiste che hanno partecipato a questo programma si trovavano in Israele il 7 Ottobre. Naomi Katz viveva negli Stati Uniti, dove frequentava un master presso la New York Academy of Art. Il giorno successivo ha appeso fuori dal proprio studio un cartello: "Sono israeliana. Se volete parlare di ciò che sta accadendo in Israele, la porta è aperta". 
Taal Goldman, Dove porta il vento
Taal Goldman, Dove porta il vento
Purtroppo, quella che sperava fosse un’occasione di dialogo, presto si è trasformata in una terribile esperienza di isolamento e ostracismo all'interno del campus. Con un eccezione: Yassi, una studentessa iraniana. «Era l'unica che capiva quello che stavo vivendo. Da allora non mi ha mai lasciata sola, nemmeno dopo il mio ritorno in Israele. Oggi ci troviamo dalla parte opposta di un conflitto che nessuna delle due desidera, ma che invece di dividerci ci ha unite". 
Ora Naomi vive nel moshav Eliav, nel deserto del Negev. Partecipare a Fresh Paint rappresenta per lei un'importante occasione di visibilità internazionale. "Ho lasciato, colma di amarezza e delusione, una New York antisemita, che non riconoscevo più. Ma so che un giorno ci tornerò, con una mostra personale, insieme a Yassi. Per dimostrare che l'arte possiede la straordinaria capacità di attraversare ogni confine. Politico e culturale".