Assiomi d’arte. Cento anni di Vincenzo Agnetti

L'artista che con le immagini ha dato forma al pensiero. Un mosaico di mostre, studi e progetti in tutta Italia
Immagine di Assiomi d’arte. Cento anni di Vincenzo Agnetti

LaPresse - Una mostra Vincenzo Agnetti a Palazzo Reale

Appartengono alla storia quegli artisti che si lasciano collocare con precisione nel loro tempo. Più rari sono invece quelli che sembrano attraversarlo, come se il loro lavoro non coincidesse mai del tutto con l’epoca che li ha generati. Vincenzo Agnetti appartiene a questa seconda, più esigua categoria, e il centenario della sua nascita – il 14 settembre 1926 – non assume, per questo, il tono di una semplice ricorrenza, ma di una riapertura, di una verifica critica che, a distanza di oltre quarant’anni dalla sua scomparsa (il 2 settembre 1981 a Milano, la sua città), restituisce l’immagine di un autore la cui radicalità appare oggi meno storicizzabile e più attiva che mai. Il calendario di mostre, studi e iniziative previste nei prossimi mesi, non è soltanto un omaggio diffuso, “ma il segno di uno slittamento di prospettiva”, spiega al Foglio sua figlia Germana. “Non abbiamo voluto una sola mostra antologica, ma mostre a focus in giro per l’Italia, ognuna delle quali rappresenta una parte del suo lavoro”.
Per lungo tempo Agnetti è stato percepito come una figura appartata, quasi laterale rispetto alle narrazioni dominanti dell’arte italiana del secondo Novecento. Oggi, al contrario, emerge come uno degli interpreti più acuti della crisi del linguaggio e della rappresentazione che segna la modernità avanzata. A inaugurare questo itinerario è la mostra romana intitolata Attraverso paesaggi possibili e ospitata dalla Galleria Erica Ravenna, nel cuore del Ghetto, a pochi passi da Fontana delle Tartarughe. Non è un dettaglio secondario, perché quel contesto urbano, stratificato e denso di memoria, agisce come una sorta di controcampo silenzioso alle opere esposte. Da un lato c’è la permanenza della forma storica, dall’altro un lavoro che mette costantemente in discussione l’idea stessa di forma.
“E’ un artista che ha voluto dare un’immagine al pensiero”
“E’ un artista che ha voluto dare un’immagine al pensiero”, ci dice la gallerista Erica Ravenna Fiorentini, sintetizzando con precisione un nodo cruciale. “Questa sua affermazione, che potrebbe suonare programmatica, trova in realtà nella mostra una verifica concreta. Le opere selezionate appartengono all’ultima fase della sua ricerca, quella in cui la fotografia diventa uno strumento privilegiato”. Parlare di fotografia, nel caso di Agnetti, implica immediatamente anche uno scarto. “L’immagine non è mai registrazione del reale, né documento, ma un campo di operazioni, un luogo in cui il visibile viene interrogato, sospeso, talvolta contraddetto”, aggiunge la gallerista che ha pubblicato anche il catalogo della mostra. Le Photo-Graffie – fotografie attraversate da segni grafici, cancellazioni e iscrizioni – rendono evidente questo processo. L’immagine perde la sua funzione mimetica per diventare una superficie di pensiero. Non mostra, ma problematizza, non descrive, ma costruisce una distanza. Il paesaggio, che dà il titolo alla mostra, non è mai naturale, ma mentale, ipotetico e – dunque – possibile. “E’ un dispositivo attraverso cui osservare la relazione instabile tra percezione e linguaggio”.
Per comprendere la portata di questa operazione, occorre tornare alla formazione di Agnetti e al contesto milanese degli anni Sessanta, uno dei laboratori più fertili dell’arte europea. In quella città attraversata da tensioni teoriche e sperimentazioni radicali, l’artista entrò in dialogo con figure come Piero Manzoni, con cui condivise l’urgenza di ridefinire i confini dell’opera, ma laddove Manzoni sceglieva la via del gesto paradossale, Agnetti imboccava invece un percorso più analitico, quasi filosofico. “La sua domanda non è tanto che cosa sia l’arte, quanto attraverso quali dispositivi essa produca senso”, precisa Ravenna. Il soggiorno negli Stati Uniti e il confronto con il pensiero di Marshall McLuhan ampliarono ulteriormente il suo orizzonte. Se ogni medium trasforma la percezione, allora l’opera non può più essere considerata un oggetto autonomo e diventa un nodo all’interno di una rete, un sistema in cui parola, immagine, segno e tempo si intrecciano. E’ in questo contesto che si colloca uno degli elementi più riconoscibili del suo lavoro: gli Assiomi. Frasi incise, stampate e integrate nella materia dell’opera che condensano in forma estrema una riflessione complessa. Non si tratta di slogan, né di aforismi, ma di enunciati che si presentano come immagini linguistiche. La loro forza risiede proprio in questa ambiguità, perché si leggono, ma allo stesso tempo si guardano, occupando uno spazio, producendo una presenza.
“Gli Assiomi non semplificano il pensiero, ma lo comprimono, lo rendono più teso e più difficile da esaurire”
A distanza di decenni, la loro apparente immediatezza li rende sorprendentemente prossimi a forme comunicative contemporanee e, sotto la superficie, rimane una densità che resiste alla consumazione rapida. “Gli Assiomi non semplificano il pensiero, ma lo comprimono, lo rendono più teso e più difficile da esaurire”. Un discorso analogo riguarda i Feltri, tra i lavori più intensi della sua produzione. Sono pannelli incisi a fuoco o dipinti con colore, opere a carattere lapidario, che spesso raffigurano paesaggi attraverso l’uso della ridondanza letteraria. “Si tratta in un certo senso di un processo di verifica operativa del funzionamento logico del linguaggio giocato sul filo del paradosso, come spesso accade nella sua pratica artistica”. Il Ritratto di filosofo - Lasciato in balia di se stesso alla ricerca del punto che circonda la terra è del 1971 e lo abbiamo visto al Mart, a Rovereto, proveniente dalla Collezione VAF-Stiftung.
Nella galleria romana ne vedrete uno che è un’unica opera datata 1970, che chiude idealmente il percorso espositivo condensando nel rapporto tra linguaggio e immagine la riflessione dell’artista sul paesaggio. Lì come in altri, il materiale, poroso e assorbente, trattiene la parola e la smorza insieme, incorporandola. In questi lavori il linguaggio sembra perdere la sua nettezza tipografica per diventare corpo, superficie, durata dove il feltro stesso agisce come una memoria materiale, accogliendo il segno restituendolo trasformato, quasi consumato dal tempo. E’ qui che si coglie con maggiore evidenza una delle intuizioni centrali di Agnetti e cioè che la parola non è mai pura astrazione, ma sempre iscrizione, traccia e residuo.
Questa riflessione conduce a uno dei concetti più enigmatici e fecondi della sua ricerca: il “dimenticare a memoria”, un’espressione apparentemente contraddittoria, che rovescia il rapporto tradizionale tra ricordare e dimenticare. “Non si tratta di perdita, ma di assimilazione. Dimenticare significa incorporare, lasciare che l’esperienza si trasformi in energia interna, sottraendola alla fissità del ricordo. La memoria, in questa prospettiva, non è archivio, ma processo”, ci spiega sua figlia, Germana Agnetti, alla guida dell’Archivio Vincenzo Agnetti, impegnato non solo nella conservazione, ma anche nella riattivazione di un pensiero che per sua natura sfugge alla museificazione. L’archivio, più che custodire, rende nuovamente leggibili opere che nascono già come dispositivi critici. “Mio padre era sempre proiettato nel futuro, aveva una sensibilità e un’energia che può essere comparata a quella dei giovani. Le sue idee, tradotte in modo visivo – frasi, foto o scultura – riflettevano il voler estrapolare dei problemi e poi inserirli in una cornice di universalità”, ci dice Germana.
“Passava il suo tempo come se lo attraversasse”. L’immagine è precisa ed è, forse, questa la chiave per comprendere la sua attualità. Il lavoro di Agnetti non si limita a interrogare i linguaggi, ma li espone nella loro fragilità costitutiva, li costringe a rivelare i propri presupposti e a mostrare le condizioni che li rendono possibili. La mostra romana, in questo senso, non si limita a presentare un corpus di opere, ma ci invita a entrare in uno spazio in cui vedere e pensare coincidono, senza mai sovrapporsi completamente. E’ in questa distanza, in questa frizione, che il lavoro dell’artista continua a produrre senso. A questa prima tappa capitolina si affianca una costellazione di mostre che, lungo tutta la penisola e oltre, scandiscono il ritmo del centenario, restituendo la pluralità di una ricerca che non si lascia ridurre a un’unica chiave di lettura. A Firenze, presso il Rifugio Digitale, il progetto promosso da Forma ha indagato il tema delle collaborazioni, affiancando alla mostra Lavorare insieme è atto politico un’esperienza immersiva dedicata a Il tempio. La nascita dell’Eidos (1971), realizzata con Paolo Scheggi e oggi restituita in realtà virtuale a partire dai disegni originali.
“Passava il suo tempo come se lo attraversasse”
Ad aprile, l’Archivio Vincenzo Agnetti inaugurerà a Milano, in concomitanza con l’Art Week, la mostra Immagini del potere, un percorso costruito attorno a opere come Profezia (1970), gli assiomi dell’Amleto politico e Riserva di caccia, che affrontano il tema del potere nelle sue molteplici declinazioni tra linguistica, tecnica e arte simbolica. Il programma proseguirà poi con una serie di appuntamenti che disegnano una geografia diffusa: da Parigi, dove la Galleria Tornabuoni dedica un focus all’artista, ad altre mostre milanesi presso la Galleria BKV e nello spazio OJ Art; da Torino, dove la GAM ospita una rassegna nel mese di maggio, a Iseo, con il Mirad’Or – già noto per aver accolto Christo al Museo dell’Acqua fino a Gallarate, dove il MA*GA inaugura una mostra il 20 maggio, senza dimenticare Polignano a Mare, sede della Fondazione Pascali, che apre il 5 giugno, ricordando anche il premio assegnato ad Agnetti nel 1975. Il percorso si estende poi alla chiesa del Romanino sul lago d’Iseo e culminerà in autunno alla Triennale di Milano e al Museo del Novecento, in un ideale ritorno alla città che più di ogni altra ha segnato la sua formazione.
Questo centenario, allora, non celebra soltanto un artista, ma mette in circolazione una domanda: che cosa significa, oggi, dare un’immagine al pensiero? La risposta, se esiste, non è mai definitiva. Si dispiega piuttosto in una costellazione di tentativi, di errori e di formulazioni provvisorie, esattamente come accade nelle opere di Agnetti, dove ogni affermazione contiene già la propria messa in dubbio. Forse è qui che si coglie la sua eredità più profonda, non in uno stile, né in un repertorio di forme riconoscibili, ma in un’attitudine: quella di considerare l’arte come un esercizio critico permanente, una pratica di lucidità che non si lascia pacificare. E allora, davanti a quei Feltri che assorbono la parola, a quegli Assiomi che la comprimono fino a farla vibrare e a quelle immagini che rifiutano di coincidere con ciò che mostrano, si ha l’impressione che il lavoro di Agnetti non chieda di essere interpretato una volta per tutte, ma di essere ancora più apprezzato e valorizzato.
Come accade per alcune forme del pensiero filosofico – da Kant in poi – ciò che conta non è la risposta, ma la qualità della domanda e lui, in questo senso, continua a porre domande che non smettono di agire. Nel loro rigore quasi silenzioso, le sue opere non offrono consolazioni né immagini rassicuranti, ma un’esperienza rara che è quella di un pensiero che prende forma senza mai chiudersi, che si lascia vedere senza mai esaurirsi. Un pensiero che, proprio nel momento in cui sembra fissarsi, torna a mettersi in movimento e che, per questo, continua a parlarci non dal passato, ma da una zona più instabile e fertile: quella in cui il tempo, anziché sedimentarsi, si lascia ancora interrogare.