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Roma, neonato ritrovato vicino all'altare di una chiesa: è in buone condizioni

6 nov 2026

Morto a 52 anni Sebastian Lelio, il regista di 'Una donna fantastica'

6 nov 2026

La Silicon Valley cerca un'altra giravolta. Ma i dem hanno il dente avvelenato

(Adnkronos) - C'è un discreto imbarazzo nella Silicon Valley, dove per due anni i più potenti imprenditori del pianeta hanno gareggiato per conquistare l'attenzione di Donald Trump. Donazioni elettorali, cene a Mar-a-Lago, finanziamenti per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, il film su Melania Trump generosamente promosso da Amazon. In cambio, la promessa di lasciare correre l'intelligenza artificiale senza troppe regole. La scommessa è stata, dal punto di vista industriale e finanziario, vinta: mostrarsi entusiasti con il Commander-in-Chief ha portato in alcuni casi a decuplicare il valore in borsa.  

Dal lato politico, però, le cose non hanno girato allo stesso modo: dopo l'onda blu delle elezioni di metà mandato, ora i miliardari tecnologici stanno cercando un modo di farsi ricevere dai democratici. 

La storia ha precedenti illustri. La Silicon Valley fu il salotto buono di Barack Obama, finanziò Hillary Clinton e sostenne Joe Biden, salvo scoprire, tra antitrust e regolazione tecnologica, che il Partito democratico aveva smesso di essere un alleato così conveniente. Nel 2024 Elon Musk, Marc Andreessen e altri protagonisti del venture capital abbracciarono Trump, e Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e diversi amministratori delegati si adeguavano al nuovo corso con maggiore prudenza. Alla cerimonia d'insediamento del 2025 sembrava la consacrazione di un'alleanza destinata a durare. È durata meno di due anni. 

La rivolta contro i padroni dell'AI 

Le midterm hanno consegnato ai democratici entrambe le camere del Congresso e diversi governatorati strategici. Ma soprattutto hanno rivelato qualcosa che i miliardari tecnologici avevano sottovalutato: l'AI è diventata un problema elettorale, e non soltanto per i democratici. 

In 40 dei 41 "referendum" locali, gli elettori hanno sostenuto limitazioni o blocchi alla costruzione di nuovi data center. Un fenomeno particolarmente evidente in Ohio, Texas e Georgia, dove i candidati democratici hanno trasformato il costo dell'elettricità, il consumo di acqua e gli sgravi fiscali concessi ai giganti tecnologici in temi di battaglia politica. In Texas Gina Hinojosa, nuova governatrice democratica, ha promesso una moratoria sui nuovi impianti. 

Le conseguenze sono tutt'altro che teoriche. Secondo Evercore ISI, Texas, Georgia e Ohio rappresentano oltre il 40% della capacità di data center pianificata negli Stati Uniti. Brad Gerstner, investitore della Silicon Valley, stima che fino al 35% delle nuove costruzioni previste per il prossimo anno potrebbe essere a rischio. 

A Wall Street il messaggio è arrivato con una certa brutalità: giovedì 5 novembre il Nasdaq ha perso il 5,5%, bruciando circa 2.500 miliardi di dollari di capitalizzazione. Non tutta colpa delle elezioni, naturalmente. Da mesi gli investitori si interrogano sulla sostenibilità degli investimenti nell'AI, sui debiti contratti per finanziarli e su un sistema in cui, come ha osservato la Banca dei regolamenti internazionali, quasi il 29% delle operazioni di investimento delle imprese AI riguarda altre imprese AI. Un circuito che funziona magnificamente finché tutti continuano a investire. 

Le prime giravolte, intanto, sono già cominciate. Giovedì OpenAI ha annunciato un "National Community Compact": maggiore trasparenza sui consumi energetici e idrici, niente accordi di riservatezza con le amministrazioni locali salvo eccezioni limitate, impegno a pagare interamente l'elettricità e gli aggiornamenti delle reti necessari ai propri data center. Un nuovo linguaggio, molto più vicino alle richieste dei democratici che alla deregolamentazione trumpiana.  

Sam Altman, che aveva donato un milione di dollari al fondo per l'insediamento di Trump, deve ora fare i conti con una situazione decisamente meno favorevole. Greg Brockman, presidente di OpenAI, aveva già rinunciato a versare altri 25 milioni di dollari a un comitato favorevole all'industria dell'AI, dopo le proteste interne dei dipendenti. 

Anche Meta si sta attrezzando. Il Financial Times racconta che Brian Rice, dirigente vicino ai democratici, ha assunto maggiore centralità dopo l'annuncio dell'uscita di Joel Kaplan, storico lobbista repubblicano. Palantir e Meta hanno cercato nuovi interlocutori a Washington, mentre OpenAI ha assunto Jessica Schumer, figlia del leader democratico al Senato Chuck Schumer. 

Dina Powell McCormick, presidente di Meta, ha ammesso al WSJ che costruire nuovi data center negli Stati Uniti diventerà molto più difficile, tanto da spingere le aziende a valutare investimenti all'estero. Ha però raccontato che uno dei governatori democratici appena eletti, nonostante una campagna contro i data center, l'ha già invitata a incontrarsi dopo l'insediamento per evitare di perdere investimenti e posti di lavoro. La politica ha i suoi principi, ma anche le sue bollette. 

La risposta non è scontata. Greg Casar, presidente del gruppo progressista alla Camera, ha avvertito che i democratici devono chiedere conto ai miliardari dell'AI del loro ruolo politico, non limitarsi a incassarne gli assegni. Il senatore Ed Markey ha promesso, scherzando, una tale quantità di mandati di comparizione che servirà piantare nuove foreste. 

Nel mirino ci sono Musk, i suoi contratti federali e il suo ruolo nell'amministrazione Trump, ma anche David Sacks, i rapporti tra industria e Casa Bianca e le decisioni favorevoli a Nvidia sulle esportazioni di chip verso la Cina. Elizabeth Warren chiede da tempo di convocare in audizione giurata Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia. 

La frattura è anche generazionale e politica. Figure come James Talarico in Texas, Abdul El-Sayed in Michigan e Jon Ossoff in Georgia hanno fatto dell'opposizione al potere dei miliardari uno dei temi della campagna elettorale. E Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn rimasto fedele ai democratici, ha già avvertito che le voci Maga della Silicon Valley non potranno più parlare a nome dell'intero settore. 

Naturalmente non tutti i democratici vogliono fermare l'AI, né il Congresso dispone di una strategia condivisa. Trump conserva il potere di veto, mentre governatori e amministratori locali possono intervenire sulle autorizzazioni. E un'economia che deve una parte importante della propria crescita agli investimenti tecnologici non può permettersi di bloccarli senza conseguenze. 

C'è poi un'ultima complicazione, che non sfugge ai diretti interessati: anche il Partito repubblicano comincia a prendere le distanze dai suoi ricchissimi sostenitori. Alcuni esponenti conservatori accusano i miliardari dell'AI di aver trascinato il partito in una battaglia impopolare, finanziando campagne e progetti che gli elettori non volevano. La Silicon Valley rischia così di ritrovarsi sgradita a entrambi gli schieramenti. 

FT cita un dirigente di una grande azienda tecnologica che ammette di voler fare "hedging", distribuire le proprie scommesse politiche, nell'eventualità che fra due anni siano i democratici a subire il contraccolpo elettorale. Una strategia comprensibile, visto che la politica americana è un tipo particolarmente volatile di investimento. 

La differenza, rispetto alle precedenti giravolte, è che stavolta non basta cambiare candidato. Bisogna convincere milioni di americani che la rivoluzione dell'AI porterà benefici anche a loro, e non soltanto a chi possiede i data center. Un'impresa forse più complicata di ottenere una cena alla Casa Bianca. 

6 nov 2026

Giustizia, esperienza negativa in un processo per più della metà degli italiani: il sondaggio

(Adnkronos) - Il 18,6% dichiara di aver avuto un'esperienza diretta in un procedimento giudiziario (6,3% penale e 12,3% civile): più della metà - il 50,3% - dichiara di aver avuto un 'esperienza negativa con la giustizia al di là dell'esito finale mentre il 25% sostiene di aver avuto un'esperienza positiva. E' quanto emerge dal sondaggio 'Giustizia e magistratura', realizzato da Only Numbers presentato nel corso degli "Stati generali dei garantisti" organizzati da Forza Italia alla Camera dei Deputati. Sono state realizzate mille interviste, con tecnica Cawi, e la rilevazione è avvenuta tra il 23 e il 26 ottobre scorso.  

Quanto ai livelli di fiducia quella nella magistratura è al 36,3% (22,3% tra gli elettori di centrodestra e 65,9% tra gli elettori del campolargo): emerge quindi un forte condizionamento dal giudizio politico; negli avvocati invece il livello di fiducia è al 35,2% (36,1% tra gli elettori di centrodestra e 49,3% tra gli elettori del campo largo). Per il 65% (81,9% elettori di centrodestra e 45,9% elettori del campolargo) sono insufficienti le conseguenze attuali quando un magistrato commette un errore grave mentre per il 14,6% sono adeguate e per il 3,2% sono troppo severe. Per il 36,2% lo strumento più efficace sarebbe la responsabilità civile diretta (percentuale che per gli elettori di centrodestra sale a 46,2%) mentre tra i rimedi per il 28% ci sono sanzioni disciplinari più incisive, per il 21% valutazioni periodiche di professionalità dei risultati (strumenti caldeggiato dal 34,1% degli elettori del campolargo) mentre per il 4,1% non serve nessuna modifica. 

Quanto al ruolo delle correnti, il 66,8% ritiene che le correnti politiche della magistratura influenzino le nomine e le carriere dei magistrati: una percentuale che, nel caso degli elettori di centrodestra sale a 87,4% mentre scende al 56,1% tra gli elettori del campolargo. Solo il 13,8% ritiene che le correnti non influenzino le nomine. Per il 60,7% nella carriera di un magistrato prevale la corrente più che il merito mentre per il 17,5% prevale il merito. 

Quanto al Csm, il 38,2% ritiene che andrebbe riformato attraverso elezioni con nuove regole mentre il 24,2% (percentuale che sale a 42,5% tra gli elettori di centrodestra) indica il sorteggio dei componenti. Per l'11,8% il Csm non andrebbe riformato. Il sondaggio prende poi in considerazione l'influenza dei media: per il 58,7% influenzano l'esito dei processi mentre per il 29,4% ciò non accade. Più della metà - il 50,4% - ritiene che i media non rispettino la presunzione di innocenza perché descrivono gli indagati già come responsabili di reati mentre il 7,7% è di avviso contrario. 

La maggioranza - il 65% - ritiene troppo lunghi i processi penali e il 68% quelli civili. Quanto poi all'utilizzo delle prove scientifiche anche alla luce degli sviluppi dei casi Garlasco e David Rossi, il 35,4% ritiene siano da rivedere ritenendole uno strumento poco attendibile per come vengono utilizzare; il 23,1% ritiene che non siano mai state affidabili e siano soggette a condizionamenti ed errori mentre il 21% ritiene le prove scientifiche sempre affidabili e in evoluzione con le nuove tecnologie. Anche di fronte a queste novità e alla riapertura di casi il 43,4% non crede nell'equità della polizia giudiziaria in fase di indagine mentre il 21,8% ci crede ma il 34,8% non sa o non risponde. Alla domanda sull'organo in cui verrebbe riposta più fiducia se, in prima persona o un familiare, dovesse trovarsi indagato in un fatto di cronaca il 30,7% risponde che non si fiderebbe di nessuno, il 23,6% indica il proprio avvocato, l'11,3% i consulenti e specialisti esterni e indipendenti mentre l'8,9% risponde magistratura e la stessa percentuale indica i reparti di investigazione delle forze dell'ordine. 

Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, che oggi ha aperto gli 'Stati generali dei garantisti', ha commentato all'Adnkronos: "Per noi questi numeri non sono stati una sorpresa". "C'è una sfiducia generale nel mondo della giustizia - ha osservato - c'è una sempre più preoccupante affermazione del processo mediatico e una sfiducia nei confronti della reazione dello Stato verso gli errori e i casi di malagiustizia. Sono profili che abbiamo evidenziato in modo chiaro nel corso di tutta l'attività politica e oggi ci sono stati di fatto certificati". L'evento di oggi ha "confermato la presenza di una cultura garantista che va affermata, coltivata, sbandierata in molti casi", ha continuato Costa convinto che il confronto di oggi "darà il via al 'Manifesto dei garantisti' al quale lavoreremo d'ora in avanti". 

6 nov 2026

Fisco, al XV Forum di Wolters Kluwer le sfide del sistema tributario

(Adnkronos) - Un sistema fiscale più semplice e prevedibile, capace di sostenere investimenti e competitività; un rapporto sempre più collaborativo tra contribuenti e Amministrazione finanziaria; nuove tecnologie e intelligenza artificiale per trasformare il lavoro dei professionisti e rendere più efficienti i processi fiscali. Sono questi i principali temi al centro del XV Forum Fiscale di Wolters Kluwer, dal titolo “Fisco, Impresa e Innovazione – Competere nel cambiamento: incentivi, compliance e intelligenza artificiale”, che ha riunito a Milano rappresentanti delle istituzioni, esperti del settore tributario, professionisti, manager e consulenti aziendali. 

Promosso da Wolters Kluwer in collaborazione con l’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano e con il patrocinio del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, il Forum si è concentrato su quattro temi: riforma fiscale e Legge di Bilancio 2027, incentivi agli investimenti, cooperative compliance e impiego dell’intelligenza artificiale nei controlli e negli adempimenti fiscali. 

«Il lavoro dei professionisti sta cambiando profondamente. Come Wolters Kluwer vogliamo aiutarli a trasformare questa evoluzione in opportunità, mettendo insieme innovazione tecnologica, competenze e contenuti autorevoli», ha commentato Giulietta Lemmi, CEO di Wolters Kluwer Italia. Il confronto ha affrontato gli ultimi passaggi della riforma fiscale e le misure previste o attese nella Legge di Bilancio 2027, sottolineando l’importanza di un quadro normativo stabile e coerente per consentire a imprese e professionisti di programmare attività e investimenti. Spazio anche agli incentivi per la modernizzazione del sistema produttivo, la digitalizzazione e gli investimenti tecnologici. Al centro dei lavori anche l’evoluzione della cooperative compliance e del Tax Control Framework, strumenti destinati a rafforzare il rapporto di fiducia e trasparenza tra Amministrazione finanziaria e contribuenti e a rendere sempre più strategico il ruolo dei professionisti nella prevenzione e gestione del rischio fiscale. 

 

Particolare attenzione è stata dedicata all’impatto dell’intelligenza artificiale sulle professioni tributarie. Dall’analisi dei dati alla gestione degli adempimenti e dei controlli, le nuove tecnologie possono migliorare l’efficienza, ridurre le attività ripetitive e consentire ai professionisti di concentrarsi maggiormente sulla consulenza ad alto valore aggiunto, mantenendo centrale la supervisione umana.  

«La professione sta cambiando rapidamente e il Forum Fiscale riunisce istituzioni, imprese e professionisti per contribuire a guidare questa trasformazione. In Wolters Kluwer, il nostro ruolo è supportarli con tecnologia e una profonda conoscenza del settore, affinché possano trasformare l’evoluzione normativa e l’intelligenza artificiale in un vantaggio», ha dichiarato Sergio Liscia, Vice President & General Manager di Wolters Kluwer Tax & Accounting Europe South Region. 

In questo scenario, Wolters Kluwer accompagna l’evoluzione delle professioni attraverso un ecosistema che integra software, intelligenza artificiale e contenuti specialistici. Genya supporta la gestione e l’automazione delle attività professionali; Libra by Wolters Kluwer, il workspace basato sull’intelligenza artificiale, consente di interagire in modo più rapido e intelligente con contenuti, dati e workflow professionali; One FISCALE offre informazione, interpretazione e aggiornamento normativo in ambito tributario. A completare questo impegno, le iniziative di ricerca Barometro dei Commercialisti e Future Ready Accountant, dedicate all’analisi dell’evoluzione della professione e dell’impatto crescente dell’intelligenza artificiale sul lavoro di studi e imprese. L’edizione 2026 del Forum Fiscale è stata inoltre l’occasione per celebrare il 50° anniversario de Il fisco, da cinquant’anni punto di riferimento per l’informazione e l’approfondimento tributario in Italia. 

6 nov 2026

Enorme squalo bianco 'sfiora' un surfista, paura in California

6 nov 2026

Imprese, Corvi (Unifarco): "L'azienda è delle persone, sì a cultura dell'errore per continuare a innovare"

(Adnkronos) - “Le responsabilità sono comuni per il bene dell'impresa. L'azienda non è secondo me né dei proprietari, men che meno dei manager: l'azienda è fatta dalle persone. La responsabilità della proprietà è quella di garantire la continuità dei valori, che è la cosa principale soprattutto per noi imprenditori di prima generazione. Dobbiamo trasmettere al nostro management e alle persone che lavorano con noi l'importanza dei valori che sono serviti a creare quell'impresa, quella continuità che non deve essere persa. Ovviamente poi il management ha una responsabilità importante in quella che è la gestione, nella capacità di innovare e nella capacità di sbagliare. Questa è un'altra cosa secondo me molto importante che noi come imprenditori dobbiamo garantire, direi quasi incentivare: la capacità delle persone di provare a fare delle cose, con dati e piani ben precisi, ma senza avere il timore o la paura folle di sbagliare, perché questo porta all'immobilismo, a fare quello che si è sempre fatto e a stratificare attività che poi diventano pesanti". Così Luigi Corvi, co-fondatore e presidente Unifarco, intervenendo nel corso della prima giornata di lavori del Festival dell’Impresa 2026, in svolgimento dal 6 all’8 novembre a Bergamo e promosso da ItalyPost con Confindustria Bergamo tra i promotori.  

"Non c'è più quel cambio di comportamento necessario al giorno d'oggi, visto che tutto si evolve velocemente e quello che era vincente solo quattro o cinque anni fa oggi non lo è più. Bisogna sempre cercare l'innovazione e fare quel passo in avanti. Per quello che riguarda il manager, la sua capacità di parlare con l'imprenditore non è scontata: ci sono dirigenti che hanno grande esperienza di multinazionali e non hanno imparato ad avere a che fare con una proprietà. Lavorare a stretto contatto con i proprietari di un'azienda può anche essere complesso, ma ritengo che sia una grande sfida per entrambe le categorie", aggiunge.  

"Unifarco è sempre stata un'azienda molto innovatrice, ‘ossessionata’ dal rapporto col proprio cliente e dalla qualità del prodotto. In questi casi nulla è cambiato rispetto a prima: ovviamente cambiano i competitor e gli scenari, ma ritengo comunque che un'azienda che si pone sempre questi grandi punti di riferimento, che sono la qualità del prodotto e la manifattura da un lato e il cliente dall'altro, non possa sbagliare. Solo in questo modo, ponendo grande attenzione a queste due aree, si può innovare, modificare e adattarsi a un mercato che chiaramente è cambiato”, conclude.  

6 nov 2026

Scritta contro polizia in liceo Plinio Seniore a Roma, Valditara: "Gravissimo, disposta rimozione"

6 nov 2026

Matt Damon: "Mia moglie ha avuto un aneurisma, è stata operata al cervello sette giorni prima degli Oscar"

6 nov 2026

Usa, dopo batosta elettorale Trump irraggiungibile per i giornalisti: stretta sulle telefonate

(Adnkronos) - "Hello, chi parla?", era la risposta che Donald Trump dava al giornalista di turno che lo chiamava sul suo telefono personale. Un numero privato che, negli ultimi mesi, era diventato di grande valore a Washington DC, perché permetteva un canale diretto con l’uomo più potente del mondo, a cui si poteva fare qualche domanda. Ora non più. 

Natalie Harp, la collaboratrice più stretta del tycoon - quasi la sua ombra - ha assunto un nuovo e importante ruolo in seguito alla disastrosa nottata elettorale dei Repubblicani nelle elezioni di metà mandato: controllare il cellulare personale del presidente e decidere chi può parlargli. Per mesi, la Casa Bianca si è vantata di quanto fosse facile per i giornalisti mettersi in contatto con Trump: i membri della stampa potevano tentare la fortuna e chiamarlo direttamente al suo numero di telefono per ottenere brevi interviste praticamente a qualsiasi ora, specie la mattina presto o nel weekend, quando era a giocare a golf. Se era di buon umore, il numero di chiamate aumentava. Al contrario, quando era di cattivo umore, non rispondeva quasi a nessuno. 

Adesso, le cose sembrano essere cambiate. Diversi giornalisti hanno riferito che, negli ultimi giorni, le chiamate effettuate al numero personale di Trump dedicato ai media hanno ricevuto risposta da una giovane donna, che ha insistito per sapere chi fosse l'interlocutore. Adnkronos ha provato a chiamare il numero che circolava tra i corrispondenti, ma, in questo caso, nessuno ha risposto. Quando Dasha Burns di Politico ha chiamato Trump durante una diretta nella notte elettorale, la persona che ha risposto è stata ripresa mentre chiedeva chi avesse chiamato. “Salve, posso chiedere chi parla?”, ha domandato con tono severo una voce femminile, non appena la chiamata è stata collegata. “Un momento, prego”, ha aggiunto la voce dopo una breve pausa. “Ehi, Dasha”, ha detto infine Trump, dopo che il telefono gli era stato evidentemente passato. Il quotidiano The Independent, inoltre, ha riferito che la voce sembrava identica a quella di Harp, dopo averla confrontata con una registrazione del suo discorso alla Convention Nazionale Repubblicana del 2020. 

Un corrispondente statunitense della Casa Bianca conferma ad Adnkronos che, in occasione di una sua recente telefonata di giovedì, a rispondere è stata sempre una giovane donna; quest'ultima ha passato la linea solo dopo che Trump, avendo sentito il nome del giornalista, ha dato il suo assenso. Adnkronos ha chiesto conferme all’ufficio stampa della White House, ma non ha ricevuto risposta. In tutto ciò, questo nuovo sistema di filtro sembrerebbe pensato per risparmiare a Trump conversazioni imbarazzanti con i giornalisti, in una fase in cui i suoi indici di gradimento sono scesi ai minimi storici; Harp gestirebbe tali chiamate "apparentemente a sua discrezione". Si tratta di una netta rottura rispetto alla consolidata abitudine di Trump di rispondere personalmente al telefono – una prassi che lui e il suo staff avevano spesso citato come prova di una maggiore accessibilità rispetto ai presidenti precedenti. Il controllo esercitato da Harp su ciò che arriva al presidente si è fatto, a quanto pare, sempre più stretto. Diverse testate hanno riferito che la donna ha più volte messo in contatto Trump con l'attivista di estrema destra Laura Loomer, nonostante l'opposizione di alti funzionari dello staff; inoltre, sarebbe stata lei a spingere per la decisione, presa a settembre, di escludere la Cnn, Msnbc e Politico dalla Casa Bianca. Harp, con il passare del tempo, si è avvicinata sempre di più a Trump e, nelle ultime settimane, avrebbe abbandonato la scrivania che solitamente occupa fuori dallo Studio Ovale per trasferirsi nella sua sala da pranzo privata, dove stampa copie cartacee di articoli di giornale e documenti da sottoporre alla lettura del presidente. 

Harp, che, secondo quanto riferito, pubblica contenuti su Truth Social per conto del presidente, è stata fotografata al fianco di Trump durante la campagna elettorale e fa parte di quella ristretta cerchia con cui il presidente si è “sempre più isolato”, come riportato dal New York Times. Il quotidiano ha inoltre rivelato che sarebbe stata proprio Harp a raccogliere, a bordo dell’Air Force One la scorsa settimana, il furioso sfogo di 1.300 parole che Trump le ha dettato contro il comico Bill Maher, dopo che era stato a cena alla Casa Bianca e poi aveva preso di mira il tycoon durante il monologo d’apertura del suo show televisivo. Di fatto, Harp sembra aver sviluppato un’ossessione per l’approvazione del presidente. I suoi scritti del passato – tra cui diverse email – avevano rivelato che considerava Trump una sorta di guida spirituale, una figura paterna e un protagonista romantico sulla falsariga di Mr. Darcy. Con i Democratici che hanno riconquistato il Congresso e l'amministrazione Trump che ha subito una clamorosa bocciatura da parte degli americani, la domanda che resta è una sola: sarà sempre Harp il punto di contatto tra il tycoon e i Dem, oppure no?. (di Iacopo Luzi) 

6 nov 2026

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