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Jodar, polemiche a Shanghai: urla contro raccattapalle

14 ott 2026

Somalia: Regosa (Cesvi) ‘più di metà della popolazione è denutrita’

(Adnkronos) - “La Somalia registra il livello 47, uno dei livelli più alti del GHI 2026. Questo sostanzialmente significa che oltre la metà della popolazione è denutrita. Stiamo parlando di circa 20 milioni di abitanti, la cui metà ha problemi di accesso al cibo, alla nutrizione”.  

Così Diego Regosa, Regional Program Manager East Africa Cesvi, commentando il dato della Somalia nell’Indice Globale della Fame 2026 a cura di Cesvi. “In Somalia c’è una situazione molto, molto complicata – spiega –. Un altro degli indici che si utilizza solitamente per calcolare i valori di denutrizione delle popolazioni è il famoso IPC, un indice internazionale che misura la gravità dell’insicurezza alimentare acuta e parte da 0 fino a 5. In Somalia la maggior parte delle aree sono fra 3 e 4: il livello 3 è la crisi, quando le famiglie non riescono a coprire adeguatamente i bisogni alimentari, mentre il 4 è l’emergenza. Il livello 5 è poi la fame, la carestia pura. Stiamo quindi parlando di una situazione in cui la popolazione fa fatica ad avere accesso ai beni primari per la vita, con cause e conseguenze molto forti a livello della struttura sociale e del benessere della popolazione, soprattutto dei più vulnerabili: donne, bambini, anziani e persone disabili”. 

In Somalia, sottolinea, “ci sono siccità, conflitto, sfollamenti, aumento dei prezzi e riduzione degli aiuti”. E questi fattori si sommano in una vera e propria “concatenazione di eventi”. “Sembra un po’ la legge di Murphy: tutto quello che può andare male va peggio. Nell’ultimo anno ci si è trovati di fronte a una recrudescenza di questi dati, dopo un periodo di relativa pace e tranquillità e una diminuzione di quello che era il livello di malnutrizione”. Una delle cause, spiega, è politica e sociale: “L’anno scorso dovevano esserci le elezioni, non ci sono state, sono state spostate. Ci sono forti tensioni interne, per posizionarsi a livello di politica interna, e questo crea scontri e recrudescenze di scontri tra varie regioni e quindi sfollamento di persone”. 

“Poi c’è il cambiamento climatico che sta arrivando sempre più forte, colpendo sempre maggiormente. In particolare il monsone che stiamo aspettando adesso sarà una tragedia. Si prevede che tra quest’anno e l’anno prossimo probabilmente ci saranno quasi due milioni di bambini in stato di malnutrizione per colpa della siccità e delle inondazioni”. 

 

A pesare sono anche l’aumento dei prezzi e la guerra in Medio Oriente: “Ovviamente ha influenzato i costi della benzina e questo influenza tutto il resto”. Infine, “c’è la politica internazionale: il taglio dei fondi deciso dal governo statunitense ha impattato fortemente la Somalia perché era uno dei maggiori ricettori dei fondi USAID. Questo significa che, ad esempio, oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali hanno chiuso per mancanza di fondi nell’ultimo anno. È un numero enorme: stiamo parlando di persone che vivono grazie agli aiuti che arrivano e non ci sono più questi aiuti”. 

Quanto all’intervento di Cesvi, “ha una presenza storica in Somalia dal 2004 e in questo momento stiamo lavorando fortemente nel settore nutrizione, sia con un focus di emergenza, sia con un focus più legato alla resilienza, a quello che è costruire delle capacità della comunità locale per reagire meglio agli shock”. Cesvi - ricorda - è presente “a Mogadiscio, nella capitale, che a Lower Shabelle e anche in tutto quello che è il bacino del fiume Shabelle River, che quindi raggiunge Beledweyne e Dobyo, con interventi di nutrizione specifica”. “Diamo dei supplementi ai bambini, lavoriamo con le madri e così via. Ma accanto a questo facciamo anche degli interventi mirati, perché non basta dare un alimento, un supplemento nutritivo, se non si risolve il problema a monte. Gli interventi riguardano quindi anche l’acqua, con la riabilitazione di pozzi e la costruzione di latrine. L’acqua inquinata e le cattive condizioni igieniche sono fortemente legate a malattie che poi hanno ripercussioni su quella che è la malnutrizione, ovviamente, e viceversa”. 

Cesvi lavora inoltre “con le comunità per prepararle all’arrivo dei rischi ambientali, migliorando la capacità di risposta di fronte alle inondazioni e alla siccità. E soprattutto, conclude, si sta cercando di ampliare le attività nell’integrazione delle donne e delle comunità di profughi in attività economiche che possono renderli più resistenti e meno dipendenti da quello che è l’aiuto fisico di beni che arrivano. In particolare lavorando con i gruppi di donne, creando degli orti comunitari, delle piccole microimprese agricole, ortofrutticole, delle microimprese con la vendita di polli e di uova”. Attività che, spiega, “da un lato danno una maggior diversità di cibo e quindi si riduce la malnutrizione, però dall’altro danno anche un incremento economico, una possibilità economica, che è poi il problema di fondo: se non c’è la stabilità per poter creare un ambiente propizio dove lavorare e guadagnare, poi mancano le risorse per comprare il cibo, per investire nell’acqua, per investire negli altri settori e quindi poi si arriva alla situazione attuale”. 

14 ott 2026

Emmi: "In Indice Globale Fame dati di forte gravità"

(Adnkronos) - “È la prima volta che registriamo dati di forte gravità rispetto al numero di persone affamate rispetto al 2018”.  

Lo afferma Valeria Emmi, commentando la 21esima edizione italiana dell’Indice Globale della Fame di CESVI, che evidenzia un’inversione di tendenza dopo quasi vent’anni di progressi nella lotta alla fame. “Negli ultimi vent’anni avevamo raggiunto dei timidi miglioramenti, che davano anche il senso di una speranza nella possibilità di raggiungere entro il 2030 l’obiettivo che la comunità internazionale si è data: quello di fame zero. Qui, invece, vediamo un’inversione di tendenza, con sacche, a livello regionale, in diversi angoli del globo, di persone che hanno sofferto la fame, soprattutto a causa delle guerre e anche per una fame imposta, in qualche modo, per mano umana”. “E tra questi – aggiunge – quelli che soffrono chiaramente sono soprattutto i bambini e le bambine. Sono oltre 35 milioni i bambini e le bambine che hanno sofferto di malnutrizione acuta nel 2025”. 

“Il 2025 ha anche un’altra specificità – prosegue Emmi –: per la prima volta si registrano e vengono dichiarate due carestie contemporaneamente, entrambe generate per mano umana, proprio a seguito delle guerre imposte sulle popolazioni. E parliamo di Gaza e del Sudan. Il rischio per il 2026 è che altri tre Paesi possano entrare in una situazione di carestia: la Somalia, il Sud Sudan e, ancora una volta, il Sudan”. Secondo Emmi, a rallentare e invertire i progressi nella lotta alla fame sono soprattutto “guerre e crisi climatiche. È la combinazione di entrambe”. “Quello che stiamo registrando è intanto un aumento dei conflitti armati, che aumentano per numerosità ma si protraggono anche nel tempo. Nel 2025 – sottolinea – sono stati registrati 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale”. 

“A questo si aggiunge, come se non bastasse, l’impatto del cambiamento climatico – prosegue –. Quindi le crisi climatiche, sempre più frequenti, sempre più esasperate, soprattutto con alluvioni e periodi di siccità, e i disastri legati a eventi naturali, inclusi anche i terremoti, hanno visto milioni e milioni di persone coinvolte”. “El Niño, che è destinato a durare almeno fino a tutto il 2027, di fatto rischia di colpire i Paesi più fragili. El Niño è questa perturbazione che dal Pacifico genera poi situazioni di siccità e alluvioni consistenti. E i Paesi più colpiti sono esattamente quelli che meno hanno contribuito alle emissioni di gas serra e quindi al cambiamento climatico”.“E soprattutto – aggiunge Emmi – sono concentrati in Africa, e in Africa subsahariana, che si conferma essere la regione più colpita, dove è il più alto numero di persone affamate. Infatti, secondo l’Indice Globale della Fame, molti Paesi di questa regione registrano dei dati di fame allarmante o di fame grave, secondo la scala di gravità dell’Indice”. Il rapporto indica l’Africa e il Sud del Sahara come la regione con il livello di fame più elevato al mondo, con un punteggio GHI 2026 pari a 27,5, superiore a quello del 2018. 

“Di fatto quello che emerge in maniera chiara da questo rapporto – spiega ancora Emmi – è che la fame non è solo una conseguenza dell’instabilità, ma ne moltiplica gli effetti”. “Quindi è un circolo vizioso, per cui la sicurezza alimentare e quindi l’accesso al cibo in quantità e anche qualità sufficiente per tutte le persone, che è oltretutto un diritto umano, di fatto diventa sempre più costoso, soprattutto nei contesti insicuri, nei contesti, come abbiamo detto, appunto colpiti da guerre e colpiti anche da instabilità climatica”. 

“L’attenzione e i messaggi in questo Indice sono rivolti in particolar modo ai decisori politici e, tra tutti i decisori politici e i governi, ci si rivolge soprattutto a quei governi dei Paesi del cosiddetto Nord globale, quindi a quei governi dei Paesi più ricchi, quelli che per esempio emettono più gas serra e determinano il surriscaldamento globale e quindi poi il cambiamento climatico, ma sono anche quelli che infliggono o aprono contesti di guerra e di conflitto nello scenario geopolitico globale”. “A questi governi ci si rivolge chiedendo una maggiore attenzione e investimenti, soprattutto nella sicurezza alimentare, oltre che nella costruzione di una pace duratura”. 

“Attenzione – aggiunge Emmi – che questi sembrano, diciamo, ormai siamo abituati, continuiamo a sentire giorno dopo giorno questi messaggi e questi appelli, ma in realtà qua stiamo parlando di vite umane, stiamo parlando del futuro di bambini e di bambine che è ipotecato proprio a causa di scelte politiche e di interesse nazionale che di fatto stanno generando una corrosione del diritto umanitario internazionale, stanno generando un contesto di forte, forte instabilità a livello globale”. “Quindi investimenti per garantire la sicurezza, ma anche investimenti nella raccolta dei dati. Quest’anno è la prima volta che in questo Indice Globale della Fame riusciamo, per un numero significativo di Paesi, a non avere i dati completi relativi alla fame. Attenzione che non avere i dati significa, di fatto, che una problematica non emerge, sparisce, sparisce dall’attenzione. E quindi investire anche nel monitoraggio della raccolta dei dati rispetto all’accesso al cibo in quantità e qualità sufficiente è assolutamente un imperativo per tutti i governi”. 

14 ott 2026

Scavo: "La guerra non è mai una cosa che non ci riguarda"

(Adnkronos) - "I conflitti non sono mai una storia semplice: si intrecciano affari, interessi e soprattutto ricadute sulle persone. Di recente sono rientrato dal Sud Sudan, un altro dei conflitti dimenticati, che per fortuna questo rapporto approfondisce, insieme a molti altri Paesi e scenari". Lo afferma Nello Scavo, inviato speciale di Avvenire, autore della prefazione al Rapporto CESVI sull'Indice Globale della Fame 2026. Scavo richiama l'attenzione sulle conseguenze meno visibili delle guerre e sul loro intreccio con le crisi alimentari e climatiche. "Il timore più grande - spiega - è che le storie delle persone restino fuori dall'inquadratura. Quello che capita a una famiglia o a un singolo, costretti a spostarsi a causa del conflitto, del cambiamento climatico o della difficoltà a reperire risorse essenziali, rischia di essere dimenticato. Poi magari ci ritroviamo queste persone che bussano alla porta di casa nostra e ci domandiamo: perché vengono a disturbarci?". Per Scavo, il rapporto aiuta a comprendere "che cosa è accaduto, perché è accaduto e quali conseguenze potrà avere". 

Tra gli esempi citati c'è la Somalia, dove il giornalista è tornato di recente, dopo esserci stato come inviato nel 2011. "Questo ci ricorda la necessità, nel nostro mestiere, di non perdere di vista i luoghi e di verificare come si stanno modificando. Ci sono anche segni di speranza che, grazie al lavoro di tante organizzazioni come CESVI, danno fiducia alle popolazioni che decidono di restare o che sono costrette a farlo, perché molte volte dalle guerre non si può fuggire". Il Paese, osserva, è attraversato da "crisi, difficoltà, scontri e fame, che sta tornando a causa del conflitto e del cambiamento climatico". E aggiunge: "Dimenticarsi di ciò che accade, voltarsi dall'altra parte quando diamo per finito un conflitto, è quanto di più sbagliato possiamo fare, come giornalisti e anche come politica". 

Slla riduzione degli aiuti umanitari, Scavo avverte: "La risposta che arriva in questo momento è addirittura il taglio degli aiuti, che costringe molte persone a cercare una soluzione altrove. Paradossalmente si favoriscono così migrazioni e sfollamenti, esattamente il contrario di quello che le politiche dicono di voler fare".Il giornalista ricorda quanto documentato in Somalia nel 2011: "Riuscimmo a dimostrare che la fame veniva usata come arma di guerra non convenzionale e che va perseguito chi, deliberatamente, costringe una popolazione alla fame". Centinaia di migliaia di persone furono spinte verso il Kenya, e lo svuotamento delle città ne facilitò la conquista da parte delle milizie Shabaab. "Così si ottiene un doppio risultato: da una parte si eliminano migliaia di persone per mancanza di cibo, dall'altra le si costringe a fuggire e si conquista il territorio". 

Le conseguenze dei conflitti, sottolinea, riguardano anche i Paesi occidentali. "Occuparci di conflitti significa occuparci anche di noi e dei nostri mercati. Restare disattenti, indifferenti o addirittura complici di quello che accade in alcune aree può avere ricadute enormi su di noi: lo vediamo ogni volta che facciamo il pieno di carburante. La guerra non è mai una cosa che non ci riguarda, anche se può sembrare lontana". 

Sulle ripercussioni delle crisi internazionali sui commerci e sulle popolazioni, Scavo è netto: "Tutto questo ci toccherà da vicino, e sempre di più". Anche sul fenomeno climatico di El Niño, approfondito nel rapporto, le previsioni per i prossimi mesi indicano conseguenze potenzialmente drammatiche. "Il rapporto ci fornisce dati davvero impressionanti su quello che accadrà a milioni di persone, che si sposteranno semplicemente per trovare un rivolo d'acqua o qualcosa da mangiare". 

Infine, la responsabilità dell'informazione nel mantenere alta l'attenzione sulle crisi dimenticate. "Se i social non ci sono, se le immagini non arrivano, un fatto semplicemente non esiste. Noi, da giornalisti, proviamo a dimostrare che invece i fatti esistono, e che bisogna andare dove le cose accadono e documentarle il più possibile. Non dobbiamo cadere nella trappola secondo cui ciò che non è visibile sul nostro telefonino o sui nostri display non esiste. Esistono milioni di persone senza accesso alla tecnologia, come nelle periferie della Somalia, in Sudan e in Sud Sudan, ed esistono fatti che dobbiamo conoscere e documentare". "Prima ci occuperemo di tutto questo e di quanto il sistema sia integrato, prima potremo affrontare problemi che più avanti riusciremmo ad affrontare poco e, temo, molto male", conclude Scavo. 

14 ott 2026

Yemen, Houthi minacciano altri attacchi contro aeroporti e siti petroliferi in Arabia Saudita

(Adnkronos) - Gli Houthi dello Yemen minacciano di proseguire nei prossimi giorni gli attacchi contro aeroporti e siti petroliferi nel mezzo dell'escalation con l'Arabia Saudita. Lo riferisce la tv satellitare al-Jazeera, che cita il portavoce del gruppo, che da anni Teheran è accusata di sostenere. Gli Houthi affermano di aver preso di mira in Arabia Saudita siti di Saudi ⁠Aramco a Dhahran, l'aeroporto internazionale King Khalid e una raffineria Aramco nella capitale Riad. 

La coalizione a guida saudita ha reso noto di aver intercettato e distrutto un missile balistico lanciato dai miliziani verso Riad. L'annuncio è stato dato su 'X' dal generale Turki al-Maliki, portavoce della coalizione. Forti esplosioni sono state avvertite a Riad, riporta l'Afp dopo che da giorni la capitale saudita è oggetto di attacchi da parte degli Houthi. 

Nella capitale dell'Arabia Saudita, quattro persone sono rimaste ferite e 15 edifici residenziali sono stati danneggiati a causa dei detriti caduti da due missili intercettati. "La caduta di detriti a seguito dell'intercettazione di due missili da crociera su Riad ha provocato quattro feriti e danni lievi a 15 edifici residenziali", ha riferito la Protezione Civile saudita sui social media. 

Il portavoce del comando militare Houthi, il generale di brigata Yahya Sari, ha dichiarato che nelle ultime 24 ore le forze aeree e terrestri saudite hanno effettuato oltre 100 attacchi aerei e missilistici su varie aree dello Yemen, colpendo infrastrutture civili e che si registrano vittime civili. "Nelle ultime 24 ore, aerei sauditi hanno effettuato 104 raid aerei e attacchi missilistici contro infrastrutture civili nella capitale Sana'a, nonché nelle province di Dhamar, Taiz, Amran, Lahj, Al-Jawf, Marib, Sa'ada e Hodeidah. Gli attacchi sono stati condotti utilizzando aerei F-15 e Typhoon dalle basi aeree di Khamis Mushayt e Ta'if, oltre ad attacchi missilistici da Najran, provocando morti e feriti tra i civili", ha scritto Sari sui social media. Il generale di brigata ha aggiunto che con questi attacchi, il numero totale di raid aerei e missilistici condotti dall'Arabia Saudita dall'ultima escalation del conflitto ha raggiunto quota 2.281.  

Gli Houthi starebbero cercando di costruire missili balistici a medio raggio avanzati utilizzando componenti provenienti dalla Cina. Lo scrive il Wall Street Journal, citando un rapporto di Conflict Armament Research, secondo cui il gruppo sostenuto da Teheran starebbe tentando di costruire una versione del missile a guida di precisione iraniano Kheibar Shekan utilizzando una selezione di componenti cinesi. Secondo il rapporto, il missile in progetto avrebbe una gittata di circa 3.000 chilometri, il che significa che potrebbe essere utilizzato per colpire Israele e l'Arabia Saudita. 

14 ott 2026

Indice globale fame, situazione peggiora dopo vent'anni di progressi

(Adnkronos) - Nel 2025, 645 milioni di persone – quasi l’intera popolazione dell’Europa – hanno sofferto la fame. Tra questi, 147,4 milioni si trovano in 19 Paesi sconvolti da conflitti e 87,5 milioni in 16 Paesi colpiti da eventi climatici estremi . E il conto rischia di salire: il nuovo El Niño, che si annuncia tra i più intensi mai registrati, potrebbe portare alla fame acuta altri 49 milioni di persone entro la fine del 2027 . È il quadro che emerge dall’Indice Globale della Fame 2026 (Global Hunger Index – GHI), tra i principali rapporti internazionali sulla misurazione della fame nel mondo, curato da Cesvi per l’edizione italiana e redatto da Welthungerhilfe (WHH), Institute for International Law of Peace and Armed Conflict (IFHV) e Helvetas. A pagare il prezzo più alto - si sottolinea nel rapporto - sono i bambini: nel 2025, 35,5 milioni hanno sofferto di malnutrizione acuta, quasi 10 milioni nella forma più grave. Nello stesso anno, per la prima volta, la carestia è stata confermata in due contesti contemporaneamente, la Striscia di Gaza e il Sudan, e nel 2026 il rischio di carestia riguarda anche altri tre Paesi: Somalia, Sud Sudan e Sudan. 

Il 2025 ha inoltre registrato 65 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale, mentre Acled ha censito oltre 204mila episodi di violenza in dodici mesi, con più di 240mila vittime . Intanto siccità, alluvioni e tempeste si susseguono a ritmo crescente: l’anno scorso i disastri legati a eventi naturali, inclusi i terremoti, sono stati 358, con oltre 110 milioni di persone coinvolte . Il rapporto GHI di quest’anno descrive un mondo sempre più instabile. Nel 2026, l’Ufficio per il Coordinamento per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, ha già registrato 64 emergenze legate a eventi climatici estremi . El Niño, destinato a durare almeno fino all’inizio del 2027, rischia di colpire proprio i Paesi più fragili, con siccità in Africa meridionale, Sahel e Asia e alluvioni nel Corno d’Africa. A tutto questo si aggiungono gli effetti della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran: il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti, potrebbe spingere alla fame acuta altri 45 milioni di persone. 

Dpo quasi vent’anni di sostanziali miglioramenti, la fame nel mondo è quindi peggiorata rispetto al 2018, in un contesto di molteplici crisi sovrapposte: il punteggio globale del GHI 2026 è 18,1, livello moderato, ma conferma una situazione preoccupante se si guarda ai dati regionali e per Paese. Dal rapporto emerge che la fame è allarmante in 8 Paesi – Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen – e grave in 36; in 32 Paesi il livello di fame è più alto che nel 2018. A pesare più di tutto sono le guerre: nei Paesi segnati da conflitti cronici il punteggio mediano è oggi di 22,1, più alto di quello dei Paesi in pace nel 2000 (15,2). Quasi una generazione di progressi di lotta contro la fame perduta.«Guerra e clima non sono più emergenze separate: nella maggior parte delle crisi alimentari si sommano e si alimentano a vicenda – afferma Stefano Piziali, direttore generale di CESVI – La fame non è solo una conseguenza dell’instabilità, ne è un moltiplicatore. Per questo il messaggio del GHI di quest’anno è netto: non c’è sicurezza senza sicurezza alimentare. Tagliare gli aiuti proprio dove la fame è più grave significa preparare le crisi di domani». 

Il Paese con il punteggio più grave del GHI 2026 (47,0, livello allarmante) è la Somalia, dove più di una persona su due è denutrita e un bambino su dieci muore prima dei cinque anni. Qui si sommano tutti i fattori descritti dal rapporto: la siccità, che ha spinto il governo a dichiarare l’emergenza nazionale; il conflitto con Al-Shabaab; i prezzi spinti dalla crisi in Medio Oriente; il taglio degli aiuti, che ha fatto chiudere oltre 500 strutture sanitarie e nutrizionali . Nel 2026 la fame acuta è cresciuta del 43% e 1,92 milioni di bambini soffriranno o rischiano di soffrire di malnutrizione acuta entro giugno 2027 . Ora, con El Niño, alla siccità potrebbero seguire le alluvioni: si tratta di milioni di persone esposte, tra 2,5 e 3,5 milioni . Eppure, il Paese mostra che il cambiamento è possibile: nel 2026 il punteggio scende al di sotto della soglia estremamente allarmante per la prima volta tra gli anni di riferimento, in miglioramento rispetto al 64,4 del 2000. 

«In Somalia ritroviamo tutte le cause della fame che il rapporto descrive: siccità, conflitto, prezzi spinti da una guerra lontana e aiuti che si riducono proprio dove servono di più – sottolinea Piziali – Ora l’acqua che è mancata per mesi rischia di arrivare tutta insieme, con le alluvioni. Per questo lavoriamo insieme sulla cura dei bambini malnutriti e sulla preparazione delle comunità: intervenire prima costa meno, in denaro e in vite, che rincorrere l’emergenza. A Hobyo e Beletweyne prevediamo di assistere oltre 8.500 bambini con malnutrizione acuta e lavorare con le comunità per riconoscere in anticipo siccità e inondazioni». 

Il GHI 2026 rileva situazioni critiche anche in Sudan, Afghanistan ed Etiopia. In Sudan, dopo oltre tre anni di guerra, quasi 19,5 milioni di persone – due su cinque – sono in grave insicurezza alimentare e nel 2026 si attendono 4,2 milioni di bambini con malnutrizione acuta . Il conflitto impedisce persino di calcolare il punteggio GHI del Paese, classificato come allarmante in via provvisoria. In Afghanistan i progressi si sono fermati: il 42% dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo nella crescita e ad agosto 3,7 milioni soffrivano di malnutrizione acuta . In Etiopia, tra conflitto in Amhara, prezzi del mais saliti del 60% in un anno e rischio di alluvioni nel sud-est, per il 2025 non è stato possibile nemmeno stimare quante persone soffrano la fame acuta.  

Il GHI 2026 raccoglie alcuni sguardi dalle diverse aree del mondo, che mostrano come fame e insicurezza si alimentino a vicenda secondo dinamiche diverse. Africa e Sud del Sahara detengono ancora il livello di fame più elevato al mondo e mostrano un’inversione dei progressi compiuti in precedenza. Il punteggio di GHI 2026 della regione, pari a 27,5, è considerato grave ed è superiore a quello del 2018, segnando il primo aumento tra gli anni di riferimento. I Paesi della regione America Latina e Caraibi hanno continuato a compiere progressi nella riduzione della fame. Si produce cibo a sufficienza per sfamare la popolazione, eppure milioni di persone restano in insicurezza alimentare a causa di disuguaglianze ed esclusione. In Guatemala il 44,6% dei bambini sotto i cinque anni ha un ritardo nella crescita, con punte più alte nelle comunità indigene e rurali. Dopo anni di miglioramenti, la fame in Asia occidentale e Nord Africa sta nuovamente aumentando. Con circa 480 metri cubi di acqua dolce per abitante all’anno, sotto la soglia di scarsità assoluta, la regione dipende dalle importazioni di cibo ed energia. Il punteggio di GHI 2026 della regione, pari a 12,5 e classificato come moderato, è salito rispetto all’11,9 del 2018, interrompendo la diminuzione costante dal 18,1 del 2000. In Asia orientale e Sud Est Asiatico c’è stata una sostanziale riduzione della fame rispetto al 2000, sebbene i miglioramenti abbiano subito un forte rallentamento dal 2018. Nel 2026 il punteggio di GHI della regione è pari a 8,1, dopo essersi più che dimezzato tra il 2000 e il 2018 e poi essere rimasto sostanzialmente stabile. 

Il rapporto contiene anche segnali incoraggianti: dal 2018 31 Paesi hanno ridotto il proprio punteggio di almeno il 10% e la mortalità infantile continua a scendere. Anche nel 2026 le persone in condizioni di fame catastrofica sono calate, da 1,4 milioni a circa 327mila, grazie a meno combattimenti e più aiuti a Gaza e in Sudan.Ma - si sottolinea - sono progressi fragili e in parte difficili da verificare. I tagli agli aiuti – quelli umanitari sono previsti in calo del 40% tra il 2024 e il 2026 – stanno indebolendo anche i sistemi che misurano la fame: per 14 Paesi, tra cui Sudan, Sud Sudan e Yemen, i dati non bastano a calcolare un punteggio GHI completo e nel 2025 almeno cinque Paesi sono rimasti senza dati sulla fame acuta proprio per mancanza di fondi. Secondo le stime citate nel rapporto, una forte riduzione degli aiuti allo sviluppo potrebbe causare 5,4 milioni di morti in più tra i bambini sotto i cinque anni. 

«Vent’anni di progressi dimostrano che la fame si può ridurre e la Somalia che esce dalla fascia più grave lo conferma – conclude Piziali - Ma oggi rischiamo di non accorgerci di quanto le cose stiano peggiorando: i tagli stanno spegnendo anche i sistemi di monitoraggio. Una fame che non si misura è una fame che non riceve risposta. I dati che mancano, dal Sudan all’Etiopia, non raccontano Paesi più stabili: raccontano Paesi che non riusciamo più a vedere». Alla luce di questo scenario preoccupante il GHI 2026 chiede pertanto di integrare la sicurezza alimentare nelle politiche di sicurezza, investire in sistemi alimentari resilienti, fermare i tagli e finanziare i sistemi di monitoraggio e allerta precoce, intensificare la diplomazia preventiva e perseguire chi usa la fame come arma di guerra. 

14 ott 2026

Codice della strada, stretta contro minicar truccate e ok a targhe personalizzate

(Adnkronos) - Arriva la stretta sulle minicar truccate, prevista nel nuovo Codice della strada approvato ieri in Cdm. “Si è voluto introdurre, per la sicurezza dei più giovani, disposizioni volte ad aggravare la sanzione nelle ipotesi di alterazione delle caratteristiche costruttive delle cosiddette minicar che, come quadricicli leggeri, sono spesso modificate rispetto al limite di velocità di 45 km/h prescritto per legge. In caso di violazione, il nuovo testo aggiunge alla sanzione pecuniaria e all’immobilizzazione anche il divieto di marcia per 30 giorni”, spiega il Mit in una nota. 

Inoltre, “sono state introdotte disposizioni finalizzate a consentire, su richiesta dell’interessato, il rilascio di targhe personalizzate, formate secondo una successione e un impiego di caratteri alfanumerici dedicati. Un’opzione che va a integrare la possibilità riconosciuta ai veicoli storici di ottenere una targa del periodo storico di costruzione, riproduttiva anche della sigla alfanumerica, purché tale sigla non sia già in uso a un altro veicolo”. 

Nel testo invece, specifica il dicastero, non si prevede la possibilità di patente B per i 17enni. “La misura, inizialmente prevista nella prima stesura del testo, è stata eliminata su volontà del ministro, la cui priorità è la sicurezza e una condotta consapevole alla guida”, si legge nel comunicato di Porta Pia. Rimosse anche “le proposte che prevedevano inizialmente delle sanzioni per i pedoni che utilizzano lo smartphone durante l’attraversamento stradale”. 

14 ott 2026

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