Logo de Il Foglio

Wimbledon, oggi Sinner-Borges - Diretta

1 lug 2026

Liste d'attesa, Magi (Omceo Roma): "Tar tutela autonomia medico"

(Adnkronos) - “Accogliamo con grande soddisfazione la sentenza del Tar del Lazio che ha accolto il ricorso promosso dagli Ordini dei Medici del Lazio, riaffermando un principio fondamentale: la prescrizione è un atto medico che non può essere trasformato in un adempimento burocratico né imposto attraverso automatismi amministrativi". Così Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia (Omceo) di Roma, in una nota, commenta la decisione con cui il Tar ha annullato la delibera della Regione Lazio nella parte in cui prevedeva l’obbligo per i Medici di medicina generale (Mmg) e i pediatri di libera scelta di formalizzare le cosiddette “prescrizioni suggerite” provenienti dalle strutture private accreditate. 

“La sentenza – prosegue Magi – afferma con chiarezza che ogni prescrizione comporta una responsabilità professionale diretta e presuppone una valutazione autonoma del medico. Non è possibile attribuire a un professionista la responsabilità di un atto clinico privandolo, allo stesso tempo, della piena libertà decisionale. Autonomia e responsabilità sono inscindibili. Il Tar - aggiunge - ha inoltre evidenziato un aspetto molto importante: un sistema costruito su automatismi prescrittivi rischia addirittura di rallentare i percorsi assistenziali anziché velocizzarli, determinando duplicazioni di valutazioni cliniche e possibili conflitti tra medici. È la dimostrazione - rimarca - che le liste d’attesa non si combattono con procedure burocratiche, ma aumentando realmente l’offerta di prestazioni e investendo sul personale sanitario”. 

“Come Ordine dei Medici – conclude Magi – siamo pienamente disponibili a collaborare con la Regione Lazio per individuare soluzioni realmente efficaci per il governo delle liste d’attesa. Ma tali soluzioni devono sempre rispettare i principi costituzionali, la deontologia professionale e il diritto dei cittadini a ricevere cure fondate sul giudizio libero e responsabile del medico. Questa sentenza rappresenta una tutela per l’intera professione e, soprattutto, per la sicurezza dei pazienti”. 

1 lug 2026

Bruno Conti lascia la Roma a 71 anni: "Tutto ha un inizio e una fine, ora voglio godermi la mia famiglia"

1 lug 2026

Mafia, rapporto Eurispes: "Confiscati oltre 47.000 beni e aziende, ma solo poco più metà destinati"

(Adnkronos) - Il sistema dei beni confiscati comprende oltre 47mila beni immobili e aziende distribuiti sull'intero territorio nazionale. Di questi, solo il 52,2% ha concluso l'iter di destinazione. Nel periodo compreso tra gennaio e luglio 2024 sono stati destinati a finalità pubbliche o sociali 3.446 beni, di cui 3.126 immobili e 320 aziende. Tra il 2010 e il 2023 il numero complessivo dei beni destinati è aumentato del 77,2%, raggiungendo quota 24.789. È quanto emerge dal rapporto di ricerca 'Dal male al bene: come trasformare i beni sottratti alle mafie. Analisi, stime e prospettive', realizzato dalla Fondazione Eurispes e presentato nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato. 

Il tema dei beni confiscati, spiega Eurispes, va ben oltre il contrasto alla criminalità organizzata e investe direttamente l'economia, la qualità delle istituzioni e le prospettive di sviluppo del nostro Paese. Le mafie, infatti, vanno osservate non sono soltanto come organizzazioni criminali: esse sono diventate grandi operatori economici e finanziari che accumulano ricchezza, alterano i mercati, distorcono la concorrenza e condizionano interi territori. Partendo da questo presupposto, è fondamentale andare oltre al numero dei beni che riusciamo a sequestrare o confiscare, ma quanto siamo realmente in grado di restituire alla collettività trasformandoli in valore economico e sociale.  

Il celebre 'follow the money' non è soltanto una tecnica investigativa, ma una strategia di contrasto economico alla criminalità organizzata. Seguendo questo approccio, la ricerca ricostruisce il valore economico del patrimonio confiscato, analizzandone la distribuzione territoriale, il costo delle inefficienze amministrative e le perdite di valore determinate dall’eccessiva durata delle procedure di gestione e destinazione. Uno degli aspetti più innovativi riguarda proprio la misurazione del valore economico dei beni confiscati. 

Nella ricerca viene elaborata una metodologia che integra i dati dell'Anbsc con le quotazioni dell'Osservatorio del Mercato immobiliare dell'Agenzia delle Entrate, ottenendo una prima valutazione economica dell’intero patrimonio immobiliare confiscato. Al 9 novembre 2025, la banca dati dell'Anbsc censiva 43.326 immobili e 4.836 aziende in stato di confisca.  

Concentrando l'analisi sugli immobili, la ricerca distingue due categorie: quelli ancora in amministrazione e quelli già definitivamente destinati. Gli immobili ancora gestiti dall'Agenzia sono 21.662, per un valore complessivo stimato di circa 1,96 miliardi di euro. A questi si aggiungono 21.664 immobili già destinati, il cui valore complessivo è stimato in circa 2,71 miliardi di euro. Nel complesso, la ricerca stima che i 43.287 immobili confiscati abbiano un valore di circa 4,66 miliardi di euro. Si tratta, tuttavia, soltanto della componente immobiliare per la quale è stato possibile elaborare una valutazione economica sulla base dei dati disponibili. Allargando l'analisi all'intero patrimonio sequestrato e confiscato, comprendendo aziende, partecipazioni societarie, beni mobili registrati, disponibilità finanziarie e gli altri cespiti patrimoniali, il valore complessivo raggiunge una stima compresa tra 30 e 40 miliardi di euro.  

Se il patrimonio immobiliare rappresenta la componente quantitativamente più rilevante dei beni confiscati, le aziende costituiscono la sfida più complessa. È nella loro gestione che si misura la capacità dello Stato di trasformare la legalità in sviluppo economico. Attualmente risultano oltre 2.170 aziende definitivamente destinate, circa 2.800 ancora in gestione, mentre le imprese definitivamente confiscate superano le 3.400 unità. Il dato più significativo è che circa il 95% delle aziende confiscate viene avviato alla liquidazione. Una percentuale che dimostra come il sistema sia molto efficace nella fase ablativa, ma ancora poco efficace nella valorizzazione economica delle imprese.  

Non tutte le aziende confiscate alle mafie sono recuperabili. Molte sono state create esclusivamente per riciclare denaro, emettere fatture false o svolgere attività strumentali alle organizzazioni criminali e, in questi casi, la liquidazione rappresenta spesso l'esito naturale della procedura. Accanto a queste realtà, tuttavia, esistono imprese pienamente operative, in grado di produrre beni e servizi, con lavoratori qualificati, clienti, marchi e competenze che meritano di essere salvaguardati. Le elaborazioni e le stime effettuate sulle aziende per le quali sono disponibili dati economici evidenziano un fatturato complessivo superiore a 123 milioni di euro l'anno. 

L'analisi dei bilanci disponibili, spiega Eurispes, mostra che 300 imprese impiegano complessivamente circa 3.000 lavoratori. Se le aziende attualmente in amministrazione fossero adeguatamente accompagnate nel percorso di rilancio, potrebbero arrivare a occupare circa 31.000 addetti. La ricerca propone anche un'ulteriore simulazione: se il sistema riuscisse a reinserire stabilmente sul mercato anche solo un ulteriore 20% delle imprese oggi amministrate, il recupero economico potrebbe superare i 45 milioni di euro di fatturato annuo.  

La ricerca non si limita a evidenziare le criticità del sistema, ma propone un modello di governance più moderno, capace di trasformare il patrimonio confiscato in una vera risorsa strategica per il Paese. La prima proposta riguarda il rafforzamento dell'Anbsc. L'obiettivo non è modificarne la missione istituzionale, bensì dotarla degli strumenti necessari per svolgerla con maggiore efficacia. Per questo, aggiunge l'istituto di ricerca, proponiamo di valutarne la trasformazione in ente pubblico economico, mantenendo inalterate le garanzie di legalità e di controllo, ma riconoscendole una maggiore autonomia organizzativa, gestionale e finanziaria.  

Una struttura di questo tipo potrebbe operare con maggiore flessibilità, attrarre professionalità altamente specializzate e amministrare un patrimonio di straordinaria complessità con strumenti più adeguati. Tuttavia, una riforma organizzativa da sola non basta. È necessario ripensare anche il modello di gestione del patrimonio confiscato. Da qui la ricerca muove per riprende una proposta già avanzata anni fa dall'Eurispes: la costituzione di una holding nazionale dei beni confiscati. Oggi migliaia di beni vengono amministrati come realtà isolate, spesso prive di collegamenti tra loro. La ricerca propone invece una gestione unitaria, organizzata per filiere produttive e capace di generare economie di scala, attrarre investimenti e valorizzare le competenze presenti sui territori. Una struttura di questo tipo consentirebbe di superare l’attuale frammentazione, trasformando un insieme di beni dispersi in un autentico patrimonio strategico nazionale.  

Un'altra proposta è l’istituzione di un Fondo nazionale per il costo della legalità, destinato esclusivamente alle imprese che presentino concrete prospettive di continuità aziendale. L'obiettivo non è sostenere artificialmente attività prive di futuro, ma evitare che aziende economicamente sane vengano espulse dal mercato proprio nel momento in cui entrano nella legalità. Accanto al Fondo vengono proposti strumenti complementari: linee di credito dedicate, garanzie pubbliche, incentivi fiscali e programmi di accompagnamento manageriale, così da favorire il consolidamento delle imprese recuperabili.  

Per molti anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulla sottrazione dei beni alla criminalità organizzata. La proposta dell'Eurispes è di spostare l’attenzione sulla fase successiva: la valorizzazione. Riuscire a compiere questo passaggio, significa raggiungere un obiettivo ancora più ambizioso della stessa confisca: trasformare ciò che era strumento di potere criminale in una risorsa stabile per la crescita del Paese. 

1 lug 2026

Premio Fair Play Menarini, al via la 30/a edizione

(Adnkronos) - Firenze apre le porte al 30/o Premio Internazionale Fair Play Menarini. Oggi, mercoledì 1 luglio, inizia l’evento che celebra i campioni capaci di distinguersi non solo per i risultati, ma anche per il rispetto, la correttezza e la lealtà. La tradizionale cena di gala a Piazzale Michelangelo inaugura due giorni dedicati ai valori dello sport, che si concluderanno domani, giovedì 2 luglio, con la cerimonia di premiazione al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.  

Tra i vincitori dell’edizione 2026: Achille Polonara, simbolo di forza e resilienza della pallacanestro italiana, Antonella Palmisano, fra le interpreti più brillanti della marcia e Armand Duplantis, atleta capace di ridefinire i confini del salto con l’asta. I loro nomi brillano accanto a quelli di Bebe Vio e Chiara Mazzel, esempi di determinazione e inclusione nello sport paralimpico. A ricevere il premio sul palco del Maggio Musicale Fiorentino saranno anche Daniele Garozzo, stella della scherma internazionale, Gregorio Paltrinieri, riferimento assoluto del nuoto mondiale, e Simone Anzani, icona della pallavolo. E ancora, al trio composto da Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini, che hanno riportato dopo 20 anni l’oro olimpico in Italia nel pattinaggio su ghiaccio a squadre, risponderà per il giornalismo sportivo un maestro di telecronache come Fabio Caressa. Tra gli sport protagonisti uno spazio particolare sarà riservato al calcio, con Diego Milito, Emilio Butragueño e Gianfranco Zola, fenomeni del pallone che hanno fatto sognare i tifosi di tutta Europa. 

Accanto a loro, la serata riunirà sotto i riflettori del Fair Play Menarini alcuni vincitori delle precedenti edizioni. Da Antonio Rossi a Giancarlo Antognoni, da Ian Thorpe a Sasha Vujačić passando per Giacomo Perini e Andrea Zorzi. 

 

“Trent’anni fa nasceva un progetto che aveva l’ambizione di mettere al centro i valori dello sport. Oggi possiamo dire che quelle stesse idee sono più attuali che mai – dichiarano Luca Lastrucci, Valeria Speroni Cardi e Filippo Paganelli, membri del Board della Fondazione Fair Play Menarini – In questi anni abbiamo incontrato straordinari campioni ma soprattutto persone eccezionali, che ci hanno dimostrato come il rispetto delle regole, degli avversari e di sé stessi rappresenti il più importante dei successi”. 

Nella conduzione della serata Rachele Sangiuliano, Michele Cagiano e Omar Schillaci saranno affiancati da Federico Buffa, per accompagnare il pubblico in un viaggio tra le grandi storie dello sport. La cerimonia di premiazione del Fair Play Menarini 2026 sarà trasmessa in diretta su Sky ai canali 501 e 257. 

Il 30° Premio Internazionale Fair Play Menarini vede la partecipazione dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale in qualità di partner istituzionale, e di Sustenium, Frecciarossa, Adiacent ed Estra come partner dell’iniziativa. Per seguire da vicino i protagonisti e restare aggiornati su tutte le novità, visitare il sito ufficiale www.fairplaymenarini.com e i canali social del Premio su Instagram, Facebook e YouTube. 

1 lug 2026

Gli scismi nella storia, una lunga scia di separazioni dalla Chiesa

(Adnkronos) - I Lefebvriani hanno ordinato quattro vescovi senza il mandato pontificio. E' solo l'ultimo di una serie di scismi che hanno scosso la Chiesa nel corso dei secoli.  

Nel linguaggio della storia della Chiesa, la parola “scisma” indica una separazione dolorosa ma concreta: non tanto una diversa interpretazione della fede, quanto la rottura della comunione tra gruppi di credenti e l’autorità ecclesiastica. È una frattura che non nasce quasi mai all’improvviso, ma si accumula lentamente, intrecciando questioni teologiche, tensioni politiche, differenze culturali e rivalità di potere. La storia del cristianesimo, in questo senso, non è solo una linea continua di sviluppo spirituale, ma anche una trama di divisioni che hanno ridisegnato più volte la mappa della Chiesa. Alcune di queste fratture sono state riassorbite, altre hanno dato origine a tradizioni cristiane distinte che ancora oggi convivono, separate ma spesso in dialogo. 

Già nei primi secoli, quando il cristianesimo viveva sotto la pressione dell’Impero romano, la comunità dei fedeli si trovò di fronte a una domanda difficile: come comportarsi con chi, per paura della morte, aveva rinnegato la fede? Da questa tensione nacquero le prime divisioni significative. I movimenti dei novaziani e dei donatisti rifiutavano la linea più aperta della Chiesa ufficiale, che prevedeva il reinserimento dei lapsi (i cristiani che avevano rinnegato la propria fede per salvarsi la vita) attraverso la penitenza. Per i gruppi rigoristi, invece, l’apostasia era una frattura irreparabile. Dietro questa disputa non c’era solo una questione disciplinare, ma una diversa idea di Chiesa: da una parte una comunità capace di perdono, dall’altra una comunità dei “puri”, incapace di tollerare la fragilità umana. 

Con il consolidarsi della dottrina cristiana, le controversie si spostarono sul terreno della teologia. I concili di Efeso (431) e Calcedonia (451) cercarono di definire con precisione il mistero di Cristo, ma le loro decisioni non furono accolte ovunque. Le comunità che non riconobbero quei pronunciamenti diedero origine a tradizioni ancora oggi esistenti, come la Chiesa copta e la Chiesa etiope, oltre a varie forme della tradizione siriaca e orientale. In questi scismi, la frattura non è solo ecclesiastica: si intreccia con lingue diverse, culture lontane e sensibilità teologiche non sempre riconciliabili. L’unità della Chiesa antica si incrina proprio mentre cerca di definirsi in modo sempre più preciso. 

Il primo grande scisma del 1054 porta alla frattura tra Chiesa d'Oriente e Chiesa d'Occidente. Il Grande Scisma tra Roma e Costantinopoli non è un evento isolato, ma il punto di arrivo di un lungo processo di allontanamento. Nel corso dei secoli, le differenze tra mondo latino e mondo greco si erano moltiplicate: nella lingua della liturgia, nella struttura del potere ecclesiastico, nella disciplina del clero, perfino nei simboli dell’Eucaristia. A questo si aggiungeva una diversa visione del primato del vescovo di Roma, sempre più forte in Occidente e sempre più contestato in Oriente. La controversia del Filioque, l’aggiunta al Credo che affermava la processione dello Spirito Santo “dal Padre e dal Figlio”, divenne il simbolo di una distanza teologica ormai difficile da colmare. Ma dietro la formula c’era molto di più: due modi diversi di concepire l’autorità, la tradizione e la stessa unità della Chiesa. 

Datato storicamente al 16 luglio 1054, il Grande Scisma pose fine al concetto di cristianità unita sotto un'unica sede apostolica. La scomunica reciproca tra il legato papale Umberto da Silvacandida e il patriarca di Costantinopoli Michele I Cerulario sancì una rottura che, col tempo, si sarebbe trasformata in separazione definitiva. 

Nei secoli successivi, la frattura si consolidò. Le Crociate, soprattutto la conquista di Costantinopoli nel 1204, accentuarono la distanza e alimentarono diffidenze profonde. La Chiesa cattolica sviluppò progressivamente una struttura fortemente centralizzata attorno al papato, mentre il mondo ortodosso si organizzò in una comunione di Chiese autocefale, unite dalla fede ma non da un’autorità unica. Nonostante alcuni tentativi di riunificazione, come i concili di Lione (1274) e Firenze (1439), la separazione rimase stabile. Solo in epoca contemporanea si è riaperto un dialogo significativo con la Chiesa ortodossa, culminato nel gesto simbolico dell’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora I nel 1964 e nella revoca delle scomuniche del 1054. 

Se lo scisma d’Oriente separò due mondi, quello d’Occidente rappresentò una frattura interna alla Chiesa latina. Tra la fine del XIII e il XIV secolo, il papato attraversò la fase della cosiddetta cattività avignonese, durante la quale i pontefici risiedettero lontano da Roma, sotto forte influenza francese. Quando la sede fu riportata a Roma, le tensioni esplosero. Nel 1378, l’elezione di Urbano VI fu contestata da una parte del collegio cardinalizio, che elesse un antipapa, Clemente VII. La cristianità occidentale si trovò così divisa tra due obbedienze, e in alcuni momenti persino tre. Non era solo una questione di legittimità: si trattava di una vera frammentazione politica e religiosa dell’Europa cristiana, con regni e alleanze schierati su fronti opposti. Il Concilio di Costanza riuscì infine a ricomporre la situazione nel 1417, ma il prezzo fu alto: l’autorità papale ne uscì indebolita e l’idea di una Chiesa universalmente unita ne risultò profondamente segnata. 

Nel XVI secolo, la nascita della Chiesa anglicana segnò uno degli scismi più noti dell’età moderna. In questo caso, la rottura con Roma fu determinata da una combinazione di motivi personali e politici, legati alla figura di Enrico VIII e al controllo della Chiesa inglese. 

Nel XIX secolo, la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale durante il Concilio Vaticano I provocò la separazione di alcuni gruppi, tra cui la Chiesa dei vecchi cattolici. Nel XX secolo, alcune tensioni legate all’attuazione del Concilio Vaticano II hanno generato ulteriori fratture con gruppi tradizionalisti, che contestavano le riforme liturgiche e disciplinari. In prima fila ci sono i gruppi tradizionalisti legati al vescovo Marcel Lefebvre che rifiutano alcune riforme del Concilio Vaticano II, e che da quasi mezzo secolo danno vita a nuove tensioni e scissioni. E ora a un nuovo scisma ufficiale con l'ordinazione quattro nuovi vescovi senza l'autorizzazione papale. (di Paolo Martini) 

1 lug 2026

Palermo, nasce 'Pina Bausch Lab': primo laboratorio sulla ballerina in Sicilia

(Adnkronos) - L’associazione 'Ditirammu. Canti e memorie popolari' lancia il Pina Bausch LAB, primo laboratorio di formazione realizzato in Sicilia in collaborazione con la Pina Bausch Foundation, istituzione internazionale che porta avanti, con grande disciplina e rigore, gli insegnamenti della ballerina e coreografa Pina Bausch. Il laboratorio si svolgerà a Palermo dal 24 al 28 giugno, nei locali del Centro di formazione Platz 14 (via Gioacchino Rossini, 11), e sarà condotto da Emily Castelli, danzatrice della compagnia Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, affiancata da Edward Arnold.  

Il progetto, a cura della danzatrice e coreografa Patrizia Veneziano Broccia, nasce dalla volontà di far incontrare i nuovi protagonisti del Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch con le giovani promesse della danza e del teatro in formazione in Sicilia, per uno studio approfondito nella città che ha ispirato uno degli spettacoli più iconici della ballerina tedesca, Palermo Palermo (1989). 

"Pina Bausch è stata una grande artista, era capace di leggere la profondità dell’essere umano e dei luoghi che abita e ne descriveva la luce anche attraverso le crepe - dichiara la direttrice artistica del progetto Patrizia Veneziano Broccia. Ho voluto fortemente il Pina Bausch Lab per dialogare ancora una volta con il suo linguaggio unico, in cui l’arte non si limita a creare forme, ma scuote, interroga e trasforma. Emily Castelli, posso dire, è cresciuta con me, fin dai suoi primi passi di danza e ho seguito il suo talento in tutto il percorso che l’ha portata ad essere interprete del Tanztheater Wuppertal. Oggi torna, insieme a Edward Arnold suo collega e danzatore della Compagnia, per trasmettere non una tecnica, ma un modo di indagare, di porsi domande, di trovare autenticità nel gesto e nel movimento. Ė un grandissimo privilegio poter collaborare con la Pina Bausch Foundation con l’intento di aprire un tempo di ricerca condiviso e trasmettere il repertorio originale della coreografa tedesca alle nuove generazioni, non solo per ricordarlo ma per abitarlo e trasformarlo in materia viva nel presente. Un grazie particolare va a tutti gli enti e le istituzioni che, a cascata, hanno voluto sostenerci, senza questa rete bellissima il progetto non avrebbe avuto radici". 

Il laboratorio, della durata di quattro ore al giorno, è rivolto ad allievi ed allieve di danza e recitazione di età maggiore di 15 anni, che abbiano una spiccata sensibilità scenica ed artistica, familiarità con l’uso della voce e una forte motivazione ad esplorare il repertorio di Pina Bausch, focus di tutto il progetto. La classe di lavoro sarà formata da 25 elementi.  

1 lug 2026

Novo Nordisk health partner al Meeting di Rimini con screening e consulenze

1 lug 2026

Wimbledon, Cobolli-Navone 1-6, 7-6, 6-3 - Diretta

1 lug 2026

Tumori, al via ‘Grappasting’, sfida in bici di una paziente per doppio brevetto Everlasting

(Adnkronos) - Conquistare il doppio brevetto dell’Everesting sul Monte Grappa (Prealpi venete), ovvero percorrere in bici il Passo per 12 volte da Semonzo (Treviso) e raggiungere un’altimetria pari al doppio dell’altezza dell’Everest (8.848 metri). È l’obiettivo del ‘Grappasting’, la nuova impresa della paziente oncologica Loretta Pavan che si svolge dalle 19 di oggi alle 12 del 4 luglio. “Pedalando ho imparato ad affrontare la malattia lotto ogni giorno contro la paura che il male possa ripresentarsi ma lo sport è la mia medicina, salire in sella mette in armonia corpo e mente”, afferma Loretta che, con questa iniziativa, vuole sfidare tutti i limiti che la malattia cerca di imporre e lanciare un messaggio di forza e speranza per tutti coloro che combattono ogni giorno contro il cancro.  

In Italia - informa una nota - ogni anno oltre 390mila persone sono colpite da una forma di tumore e i pazienti vivi complessivamente ammontano a 3,7 milioni. Migliorano i tassi di sopravvivenza e guarigione ma una neoplasia rappresenta una sfida difficile per ogni uomo e donna che si ammala. Loretta per ogni salita avrà al suo fianco un compagno di sella come: Rocco De Vivo, direttore f.f. Uoc di Oncologia ospedale di Vicenza; Davide Ghiotto, neo-oro olimpico; Angelo Furlan e Pippo Pozzato, ex ciclisti professionisti e Luca Rigoldi, ex campione italiano di pugilato. L’iniziativa è patrocinata dalla Città di Vicenza, dall’ Azienda Ulss8 Berica e Aiom-Associazione italiana oncologia medica. 

“E’ con vero piacere che ho deciso di aderire e supportare l’iniziativa di Loretta di affrontare per 12 volte consecutive il Monte Grappa in bici - spiega De Vivo - Innanzitutto, da oncologo, percepisco una forte valenza simbolica nell’accompagnare un ex-paziente sul tratto impegnativo di una salita come potrebbe essere un iter di cura che inizialmente sembra insormontabile ma che poi diventa gestibile con l’aiuto e la condivisione. Come medico, vedo ogni giorno quanto sia fondamentale il sostegno ai pazienti. Pedalare per questa iniziativa significa trasformare l'impegno personale in un gesto di solidarietà collettiva". L’iniziativa rappresenta molto più di una sfida sportiva: è un messaggio concreto di vicinanza, speranza e solidarietà rivolto a tutti i pazienti oncologici e alle loro famiglie. Ogni chilometro percorso testimonia l'impegno di una comunità che sceglie di non lasciare indietro nessuno e di sostenere la ricerca, l'assistenza e la qualità della vita delle persone che affrontano il percorso della malattia. 

 

  

“Il ruolo dell'attività fisica è fondamentale in ambito oncologico - sottolinea Massimo Di Maio, presidnete Aiom - sia perché è un efficace strumento di prevenzione primaria, riducendo l'incidenza di molti tumori, sia perché comporta benefici per chi ha già una diagnosi di tumore. Fare attività fisica migliora l'umore, migliora la qualità di vita, può facilitare la socializzazione e ha anche dimostrato, in chi è stato trattato con intento guaritivo, un impatto favorevole sulla prognosi, riducendo i rischi di recidiva. Loretta è un esempio virtuoso di passione per l'esercizio fisico: l'anno scorso ho avuto il piacere di pedalare con lei sullo Stelvio, quest'anno non potrò affiancarla nell'impresa ma le sono vicino con il pensiero e con tanto affetto”. 

Nel 2006 Loretta, oggi 65enne, riceve la diagnosi di tumore al seno, la stessa tremenda malattia che si è portata via, in giovane età, le sue due sorelle, morte a 9 mesi l’una dall’altra. Dopo un periodo frenetico fatto di ricoveri, interventi, terapie ma anche di intere giornate in ufficio, riunioni estenuanti e bilanci da fare, Loretta comincia a riflettere e decide di cambiare vita: abbandona l’azienda e sale in bici.Dal 2008 pedala per passione e per beneficenza: con le raccolte fondi abbinate alle sue imprese sostiene l’Associazione Oltre Odv, una nuova realtà senza scopo di lucro dedicata alla promozione dell'attività fisica e dello sport come strumenti di supporto, benessere e qualità della vita per le persone che affrontano o hanno affrontato una patologia oncologica.  

L’impresa sarà documentata da un videomaker che seguirà Loretta in tutto il percorso catturando momenti di fatica ed emozione. La riuscita della sfida non è scontata, è richiesto infatti un impegno psico-fisico importante e non comune a tutti. L’ultima salita - conclude la nota - sarà aperta a tutti coloro vorranno condividere l’arrivo assieme a Loretta. In contemporanea sarà aperta una raccolta fondi per sostenere le attività dell’Associazione Oltre Odv. 

1 lug 2026

Elementi totali: 20
Vai a