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Cancro al seno, De Laurentiis (Pascale): "Con ribociclib più chance di guarigione"

(Adnkronos) - "In Italia, ogni anno, si registrano circa 55mila nuovi casi di tumore al seno, una malattia che colpisce quasi esclusivamente le donne. Di questi casi, circa 35mila sono tumori sensibili agli ormoni, in particolare agli estrogeni. Per almeno 15mila donne con questa forma di tumore, il rischio che la malattia si ripresenti è moderato o elevato, anche a distanza di 20 o 30 anni dalla diagnosi. Oggi, però, sono disponibili nuove terapie che possono ridurre questo rischio e aumentare le possibilità di guarigione". Lo ha detto Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia senologica e toraco-polmonare, Istituto nazionale Tumori Irccs Fondazione G. Pascale di Napoli al congresso 2026 della European Society for Medical Oncology in corso a Madrid.  

Tra le novità presentate all’Esmo, "ci sono i risultati aggiornati dello studio 'Natalee', che ha valutato l'efficacia di ribociclib, un farmaco che agisce sulle proteine coinvolte nella crescita e nella moltiplicazione delle cellule tumorali. Aggiunto alla terapia ormonale, trattamento di riferimento per queste pazienti, il ribociclib - spiega De Laurentiis - viene somministrato per i primi tre anni di cura". I risultati aggiornati dello studio, secondo quanto illustrato in apertura dei lavori, "mostrano che questa combinazione non solo riduce il rischio che il tumore si ripresenti nel tempo, ma potrebbe anche diminuire il rischio di morire a causa della malattia" aggiunge l’oncologo. 

Per De Laurentiis "è un risultato straordinario, che aspettavamo da alcuni anni. I dati precedenti dello studio 'Natalee' avevano già dimostrato la capacità del ribociclib di ridurre il rischio di recidiva, cioè la ricomparsa del tumore". I "nuovi risultati rafforzano queste evidenze, indicando un possibile beneficio anche sulla sopravvivenza delle pazienti e sulle loro possibilità di guarigione a lungo termine", conclude. 

23 ott 2026

Maggiori: “Trump ha scioccato più l’Europa della Cina. Il vecchio equilibrio con gli Usa è finito”

(Adnkronos) - Non è la fine della globalizzazione. È qualcosa di più profondo: una riscrittura della mappa delle dipendenze che per decenni abbiamo considerato soltanto come il prodotto efficiente della specializzazione internazionale. Un chip, una rete di pagamenti, un magnete al neodimio, un servizio cloud non valgono più soltanto per ciò che producono o per quanto costano, ma per il potere che attribuiscono a chi li controlla e per la vulnerabilità che creano in chi ne dipende. 

È su questo confine, sempre meno netto, tra economia e geopolitica che lavora Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project. La sua ricerca, nata dallo studio della finanza internazionale, dei flussi di capitale, delle valute di riserva e del ruolo del dollaro, negli ultimi anni si è spostata sempre più decisamente verso la geoeconomia: il modo in cui gli Stati trasformano relazioni economiche apparentemente ordinarie in strumenti di influenza e coercizione. 

Con Christopher Clayton e Jesse Schreger, Maggiori ha costruito un’architettura teorica del fenomeno. In The Great Game: A Model of Geoeconomic Competition, due egemoni continuano a commerciare tra loro mentre cercano contemporaneamente di impedire che il rivale diventi un’alternativa credibile per il resto del mondo: il profitto di una relazione economica viene così continuamente pesato contro il potere geopolitico che quella stessa relazione può consegnare all’avversario. 

Maggiori è in questi giorni a Torino per il Festival Internazionale dell’Economia. Al Collegio Carlo Alberto tiene la Pareto Lecture dedicata alla “Geoeconomics”: è da qui che parte anche la conversazione con l'Adnkronos. 

Si parla continuamente di deglobalizzazione, decoupling, friend-shoring. Stiamo davvero assistendo alla fine della globalizzazione?  

“No. È un cambiamento molto più sottile. Se guardiamo i dati del commercio internazionale non vediamo semplicemente un mondo che smette di commerciare: siamo ancora su livelli molto elevati. Quello che vediamo è piuttosto un reassessment, una riconsiderazione della natura della globalizzazione e soprattutto delle dipendenze economiche. 

Per l’Europa questo è fondamentale. E lo shock, a mio avviso, non è arrivato soltanto o soprattutto dalla Cina: è arrivato dagli Stati Uniti. 

Prendiamo i sistemi di pagamento. Sono un classico esempio di un sistema nel quale vuoi stare perché ci sono tutti gli altri, un po’ come avviene con un social network. Negli acquisti retail in Europa utilizziamo in larga misura Visa e Mastercard. A livello internazionale abbiamo Swift. La domanda che dieci anni fa quasi nessuno si sarebbe posto oggi diventa invece naturale: quanto vogliamo dipendere da infrastrutture che possono essere sottoposte all’influenza di un altro Paese? 

Da qui vengono iniziative come l’euro digitale o il tentativo di connettere maggiormente i sistemi europei di pagamento wholesale con quelli di Paesi come Brasile e India. E lo stesso ragionamento vale per aziende come Asml, che si trova in un nodo essenziale della catena mondiale dei semiconduttori. 

Per decenni abbiamo spiegato il vantaggio della globalizzazione attraverso la specializzazione: io faccio una cosa, tu un’altra, diventiamo entrambi molto bravi e poi commerciamo. È il classico argomento economico. Adesso bisogna aggiungere una domanda: cosa succede se un giorno la controparte ti dice che quella cosa non te la vende più, a nessun prezzo? 

Molte produzioni si possono ricreare abbastanza rapidamente. Altre no. Non si costruisce dall’oggi al domani un sistema internazionale di pagamenti o una capacità produttiva di semiconduttori avanzati. È qui che emerge il trade-off fra il vantaggio della specializzazione e il valore della sicurezza economica”. 

Ma questo porterà davvero alla formazione di due sistemi economici, uno occidentale e uno cinese?  

“Qui bisogna partire dall’importanza degli alleati. Gli Stati Uniti sono un Paese enorme e hanno un potere economico molto forte, ma in molti settori, per esercitare una vera pressione su Paesi terzi, hanno bisogno dell’Europa, del Regno Unito, della Corea, dell’Australia. 

Pensiamo alle sanzioni finanziarie: senza i grandi centri finanziari europei e britannici la loro efficacia potrebbe essere enormemente ridotta. Pensiamo ai semiconduttori: ci sono tecnologie essenziali in Europa e altre in Corea. Per esercitare e mantenere potere geoeconomico serve quindi una rete di alleanze. 

Per questo, se l’obiettivo americano è competere con la Cina, distruggere l’alleanza transatlantica o introdurre una forte incertezza al suo interno è probabilmente una delle politiche economiche meno sensate che si possano perseguire. 

Allo stesso tempo, non vedo una semplice scomparsa del commercio. Il rapporto tra importazioni ed esportazioni e Pil mondiale, dopo il grande aumento dei decenni precedenti al 2008, si è sostanzialmente stabilizzato. E in questa fase il boom dell’AI sta addirittura alimentando molto commercio internazionale, perché la sua manifattura e le sue infrastrutture sono distribuite attraverso molti Paesi. 

Quindi il cambiamento strutturale non sarà necessariamente meno globalizzazione. Sarà una globalizzazione diversa: una rotazione delle attività, delle catene del valore e delle dipendenze”. 

Il problema, però, è stabilire che cosa sia davvero strategico. Ormai qualunque industria in difficoltà tende a definirsi tale.  

“Ed è esattamente il rischio. La maggior parte delle industrie non è strategica. Una delle ragioni per cui facciamo questa ricerca è proprio cercare di dare disciplina al concetto. Altrimenti il meccanismo diventa molto semplice: sei un’impresa europea che non riesce a competere e chiedi protezione dicendo che, se chiudi, arrivano i cinesi. Ma a un economista interessano anzitutto le persone, non tenere in vita qualsiasi azienda. Se una chiusura provoca uno shock molto rapido e concentrato su lavoratori che hanno poche alternative, esistono ottime ragioni per politiche di sostegno e riqualificazione. È diverso dal dire che quella specifica impresa debba sopravvivere. 

Perché un settore sia davvero strategico vedo almeno tre caratteristiche. 

La prima è un fortissimo controllo dell’offerta. Se qualcuno mi dice ‘non te lo vendo più’, devo domandarmi se esiste un altro fornitore. Controllare il 95% di qualcosa è molto diverso dal controllarne il 50%. 

La seconda è la difficoltà tecnologica di ricreare l’alternativa. È una delle ragioni per cui Asml conta così tanto. Ricostruire certe capacità richiede anni, tecnologia e competenze che non si comprano semplicemente mettendo denaro sul tavolo. 

La terza è l’importanza del settore per tutto il resto dell’economia. I sistemi di pagamento sono strategici perché bloccare le transazioni ha un effetto trasversale enorme. Lo stesso non vale per la stragrande maggioranza dei beni che commerciamo. 

Quindi dobbiamo smettere di utilizzare ‘strategico’ come una categoria binaria o come un’etichetta politica. È una questione quantitativa”. 

Prendiamo casi concreti: pannelli solari, pale eoliche, batterie, in poche parole energia verde. L’Europa dovrebbe accettare di comprare prodotti cinesi molto più economici oppure investire (e pagare prezzi più alti) per ricostruire una propria industria?  

“Bisogna prima capire quale sia esattamente la dipendenza. Se domani la Cina smettesse di venderci pannelli solari, quelli che abbiamo già installato continuerebbero a produrre energia. È diverso dal petrolio: il petrolio si consuma e, se smettono di vendertelo, hai soltanto le riserve disponibili. 

Questo è importante perché la risposta alla dipendenza non deve essere necessariamente: produciamo tutto in casa. Puoi avere scorte strategiche. Puoi installare una capacità maggiore. Puoi diversificare i fornitori. 

La transizione verso le energie rinnovabili, tra l’altro, può avere anche un beneficio di indipendenza economica per l’Europa. Noi non abbiamo abbastanza petrolio o gas naturale, mentre possiamo produrre eolico e fotovoltaico. Questa è una buona ragione per creare capacità. 

Ma dobbiamo abbandonare l’idea che l’Europa debba essere in grado di produrre tutto, o che la semplice esistenza di un concorrente straniero molto efficiente costituisca automaticamente una minaccia geostrategica. Lo dice qualcuno che dedica gran parte della propria ricerca proprio a dimostrare che alcune dipendenze geoeconomiche esistono. Ma da questo a sostenere che ogni Paese debba avere la propria acciaieria c’è una distanza enorme”. 

E allora come dovrebbe funzionare una politica industriale europea?  

“Il primo principio dovrebbe essere: sussidiare un settore, non un’azienda. 

Se decidiamo che una certa tecnologia è davvero strategica, possiamo creare incentivi affinché in quel settore emerga capacità europea. Ma poi deve esserci una competizione molto forte tra le imprese e dobbiamo accettare che vinca quella migliore. 

E questo, politicamente, per l’Europa è difficile. Immaginiamo che finanziamo un settore strategico e alla fine tutte le aziende che vincono siano tedesche. Quanto ci mettiamo prima di tornare a dire: allora ne vogliamo una italiana, una spagnola, una francese? 

A quel punto siamo di nuovo alla politica dei campioni nazionali. E quella politica non ha funzionato. 

Negli Stati Uniti questo problema è meno forte. Se si finanzia l’industria dei chip e molte fabbriche finiscono in Texas, il sistema politico riesce ad assorbirlo. In Europa dobbiamo essere capaci di pensare davvero a una politica industriale europea, non a ventisette politiche industriali nazionali coordinate attraverso Bruxelles”. 

Sull’AI la questione diventa ancora più delicata. L’Europa parla di gigafactory, sovranità tecnologica, un proprio stack. È realistico inseguire Stati Uniti e Cina lungo tutta la catena?  

“Qui distinguerei almeno tre cose. 

La prima: siamo davanti a una tecnologia che cambia con una velocità enorme. Ogni sei mesi scopriamo nuovi utilizzi e nuove possibilità. Pensare che un’amministrazione pubblica possa decidere dall’alto quale tecnologia o quale specifica impresa vincerà mi sembra abbastanza folle. 

Lo Stato può creare incentivi, infrastrutture, condizioni fiscali e regolamentari che favoriscano il settore. Ma l’innovazione deve avvenire attraverso una fortissima competizione privata. 

La seconda distinzione è tra il training dei frontier models e l’inference, cioè l’utilizzo dei modelli. 

Addestrare i modelli alla frontiera richiede investimenti enormi ed è, almeno nelle condizioni attuali, un obiettivo molto difficile per l’Europa. Ma gran parte dell'impatto dell’AI sulla produttività e sull’economia reale, e una parte importante delle questioni di sovranità, hanno a che fare con l’inference e quindi con l’adozione. Quello costa molto meno. 

Al momento esistono inoltre modelli open-weight, americani e cinesi, che possono essere trasferiti e utilizzati in Europa e che rimangono relativamente vicini alla frontiera. Non sappiamo se sarà così per sempre. 

Per questo una strategia europea realistica potrebbe essere costruire una grande infrastruttura di inference, fare in modo che i dati possano rimanere nei data center europei e soprattutto favorire un’adozione dell’AI molto più diffusa. 

Mi sembra più sensato che decidere di creare per decreto una società europea che faccia concorrenza ai grandi cloud americani e finire, come diceva De André, con lo Stato che ‘si impegna, si indigna e poi getta la spugna con gran dignità’”. 

Resta però il problema della capacità computazionale e dei data center.  

“Quello è un problema vero. Ma lì esiste anche molta politica economica relativamente concreta da fare. 

Bisogna rendere possibile costruire. I rapporti di Letta e Draghi hanno posto questioni importanti sull’integrazione dei mercati europei. Non possiamo lamentarci di non avere infrastrutture computazionali e contemporaneamente rendere quasi impossibile costruire un data center per problemi regolamentari, energetici, amministrativi o legati al lavoro. 

L’Europa è grande e ha la capacità di farlo. 

E dobbiamo lasciare anche qui spazio all’innovazione privata, perché oggi non sappiamo quale sarà il data center ottimale fra due o tre anni. Quel rischio deve assumerlo l’investitore. Il compito della politica è non creare condizioni che impediscano all’investimento di avvenire per poi lamentarsi che il settore privato non investe”. 

Parliamo di Unione dei risparmi e degli investimenti. Vivendo a Stanford, a pochi passi dall’ecosistema del venture capital, lei individua un ostacolo europeo di cui si parla molto meno: il diritto fallimentare.  

“È una questione a cui tengo molto. Qui il sistema funziona accettando che un investimento in una startup sia estremamente rischioso. Il venture capitalist sa che molte società falliranno e che alcune soltanto ripagheranno tutte le altre. Quando un progetto non funziona, l’impresa viene chiusa rapidamente, si recupera il valore che rimane e si passa al prossimo investimento. 

È un sistema che può produrre anche fallimenti spettacolari e frodi, ma produce anche moltissima innovazione. 

Se invece in Italia un giovane che vuole aprire un’impresa deve mettere a garanzia la casa dei genitori, il problema non è semplicemente che le banche non vogliono rischiare. Se quando un’azienda va male servono quindici anni per liquidarla distruggendo gran parte del valore, è razionale che il capitale privato sia molto più prudente. 

Non basta quindi dire ‘Uniamo i mercati’. Il capitale può assumersi rischio se esiste anche un sistema nel quale guadagni e perdite possono essere realizzati velocemente. 

In Europa veniamo inoltre da due o tre secoli di forte penalizzazione culturale e giuridica del fallimento. Nel sistema americano il failure is part of trying: provi, non funziona, vai avanti. 

Credo che questa sia una questione che l’Europa dovrebbe affrontare seriamente. E se le condizioni fossero quelle giuste, non è affatto vero che il venture capital americano non avrebbe interesse a investire in Europa. Il capitale di rischio nel mondo non manca. Mancano, molto spesso, le condizioni nelle quali possa essere impiegato”. 

E il rischio di uno “switch off” americano? Cloud, software, sistemi di pagamento. È uno scenario realistico o le multinazionali americane avrebbero troppo da perdere?  

“Il conflitto tra interesse delle imprese e interesse geopolitico dello Stato esiste già. Il caso più evidente è Nvidia. 

La Cina è un mercato enorme per Nvidia. Quando l’amministrazione Biden ha imposto restrizioni sull’esportazione dei chip avanzati, certamente Nvidia non era contenta. Perde ricavi, perde scala e corre persino il rischio che Pechino sussidi un concorrente che un giorno potrebbe diventare competitivo. 

La stessa cosa vale per Asml: non è che l’impresa olandese avesse spontaneamente interesse a non vendere le proprie macchine in Cina. 

Quindi il conflitto esiste. 

L’approccio dell’amministrazione Biden era stato sintetizzato da Jake Sullivan con l’immagine dello small yard, high fence: un piccolo giardino circondato da una barriera molto alta, cioè pochissime tecnologie veramente strategiche sottoposte a controlli molto severi. 

Alla fine, scherzando, direi che invece del piccolo giardino abbiamo messo barriere medio-alte e un po’ fragili intorno a tutta Villa Borghese. 

Ma soprattutto è cambiato qualcosa per gli alleati. L’idea originaria era che Canada, Regno Unito o Europa non dovessero preoccuparsi di queste forme di coercizione economica americana. Dovevano preoccuparsene Cina, Russia, Iran. 

Trump ha cambiato profondamente quella percezione. 

E paradossalmente credo che lo shock sia stato più forte per l’Europa e il Canada che per la Cina. A Pechino nessuno è sorpreso dall'esistenza di una competizione geoeconomica con Washington. Per gli europei, invece, l’incertezza ha investito insieme le industrie, le tariffe e persino l’impegno americano nella Nato”. 

Può essere soltanto una parentesi legata a un’amministrazione americana?  

“Quando introduci incertezza su impegni di questo tipo il problema non scompare semplicemente perché cambia l’inquilino della Casa Bianca. 

Le politiche di sicurezza hanno orizzonti di vent’anni. Se scopri che un impegno che consideravi strutturale può essere rimesso in discussione, devi incorporare quel rischio nelle tue decisioni future. 

Da questo punto di vista credo che dovremo trovare un nuovo equilibrio e che tornare semplicemente a quello precedente non sia possibile. 

Questo non significa che Stati Uniti, Europa e Cina smetteranno di commerciare. L’interdipendenza economica crea un enorme valore e quindi impone anche limiti alla coercizione. 

Durante la Guerra fredda il commercio fra Stati Uniti e Unione Sovietica era molto più segmentato. Oggi dire alla Cina ‘non ti vendiamo assolutamente nulla che possa avere un utilizzo militare’ è quasi impossibile, sia perché moltissime tecnologie sono dual use sia perché il mercato cinese è talmente grande che una separazione radicale produrrebbe danni enormi anche a chi la impone. 

La questione è quindi come calibrare queste politiche. E, francamente, nessuno ha ancora una risposta definitiva”. 

Dove si traccia la linea fra il libero commercio assoluto e l’idea che qualsiasi dipendenza sia una minaccia alla sicurezza?  

“È quello che studiamo dalla mattina alla sera. 

L’analogia che ho in mente è la regolamentazione finanziaria dopo il 2008. Per un certo periodo sembrava che esistessero soltanto due possibilità estreme: o le banche centrali garantivano qualunque cosa, oppure tornavamo all’idea che i mercati fossero perfetti e che si potessero creare tutti i derivati possibili perché tanto le crisi non sarebbero arrivate. 

Con ricerca, esperienza e un po’ di sangue freddo abbiamo costruito nel tempo una regolamentazione intermedia. Imperfetta, certamente, ma capace di limitare alcune attività senza abolire la finanza. 

Sulla geoeconomia siamo ancora in una fase molto più primitiva. Sembriamo oscillare tra ‘è tutto bullismo geopolitico’ e ‘facciamo libero commercio, le dipendenze economiche non esistono’. Dobbiamo arrivare a una posizione più disciplinata. 

Ci sono alcune attività nelle quali non è prudente dipendere interamente dalla Cina o dagli Stati Uniti. Ci sono tecnologie che dobbiamo valutare attentamente prima di esportare perché potrebbero rafforzare una capacità che poi viene utilizzata contro di noi. 

Ma per la maggior parte dell’economia la risposta deve continuare a essere: lasciamo lavorare il settore privato e continuiamo a commerciare. 

Definire dove passa quel confine richiede tempo e ricerca. Ma avrà un impatto enorme sulle nostre vite future”. 

Quindi quello che vediamo oggi non è un episodio, ma l’inizio di una trasformazione destinata a durare?  

“Sì. È una rotazione che è appena cominciata e continuerà. 

Non significa necessariamente che il livello complessivo del commercio globale debba diminuire. Potrà salire o scendere. Quello che cambierà è la sua natura: quali settori commerciamo, con chi, quali attività consideriamo sensibili e come si organizzano i blocchi geopolitici. Questa rotazione è già iniziata. Quello che stiamo osservando oggi è soltanto l’inizio”. 

C’è infine un problema istituzionale. La geoeconomia attraversa governo, settore privato, politica estera, sicurezza nazionale. Chi dovrebbe decidere? Non ci vorrebbe un Consiglio di Sicurezza nazionale?  

“Anche negli Stati Uniti la divisione delle competenze fra National Security Council, Tesoro, dipartimento del Commercio e dipartimento di Stato produce una politica spesso molto frammentata. Ma c’è una questione ancora più importante. 

La geoeconomia è un argomento molto vecchio e al tempo stesso molto nuovo. E non può essere delegato interamente agli esperti come abbiamo fatto, almeno in parte, con la politica monetaria. Queste decisioni hanno conseguenze fiscali, industriali e sul lavoro. In una democrazia devono quindi essere assunte dal potere esecutivo. E questo significa anche che devono essere comprese dai cittadini. 

Se a decidere è il primo ministro con il suo governo, quel primo ministro viene votato. Non possiamo pensare di affidare tutto a qualche burocrate. Dobbiamo spiegare al pubblico che cosa significano queste scelte e convincerlo delle ragioni per cui vengono fatte. 

Se non riusciamo a portare i cittadini dentro questa discussione, rischiamo di perderli, come è già accaduto sul commercio e sui dazi. E questa, forse, è una delle parti più difficili del lavoro”. 

23 ott 2026

Esmo 2026, Di Maio (Aiom): "Italia protagonista della ricerca oncologica internazionale"

(Adnkronos) - "L'Italia si conferma tra i protagonisti della ricerca oncologica internazionale. Essere il terzo Paese al mondo per numero di abstract presentati e accettati al congresso Esmo, dopo Stati Uniti e Cina, è motivo di grande soddisfazione e orgoglio". Così Massimo Di Maio, presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), all’apertura del congresso della Società europea di oncologia medica - Esmo 2026, in corso a Madrid. Con circa 40mila partecipanti e oltre 4mila contributi scientifici presentati, l'appuntamento rappresenta un'importante occasione di confronto e collaborazione internazionale. "Nonostante le difficoltà che la ricerca in Italia deve affrontare ogni giorno, la comunità oncologica italiana è viva, produce risultati e li condivide con il resto del mondo. Non siamo qui soltanto da spettatori, ma da protagonisti", sottolinea Di Maio. 

Un altro tema centrale è l'accesso alle nuove terapie. "Spesso – osserva il presidente degli oncologi - diamo per scontato che i risultati positivi presentati ai congressi si traducano rapidamente nella disponibilità dei farmaci per i pazienti. In molte parti del mondo, però, non è così: alcune innovazioni restano confinate alle pubblicazioni scientifiche e non arrivano nella pratica clinica". In Italia, "nonostante i tempi necessari per le valutazioni e le procedure di negoziazione dei prezzi, i pazienti hanno potuto accedere a una quota molto elevata delle nuove terapie approvate. Un percorso che richiede di conciliare l'innovazione con la sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale, chiamato a garantire le cure a tutti", aggiunge. 

"I nuovi trattamenti possono avere costi molto elevati ed è necessario trovare un equilibrio tra l'accesso all'innovazione e la sostenibilità del sistema pubblico. Anche in Europa, che consideriamo complessivamente una realtà privilegiata, l'accesso alle cure non è uguale in tutti i Paesi. La possibilità di beneficiare delle terapie innovative è un patrimonio prezioso, che dobbiamo continuare a tutelare", conclude. 

23 ott 2026

Doppio ko in casa Juventus, si fermano Celik e Gonzalez per due infortuni muscolari

23 ott 2026

T3 Expo e Agv Expo, seconda giornata su decarbonizzazione e automazione

(Adnkronos) - Ridurre le emissioni del trasporto pesante, rafforzare la sicurezza degli operatori e rendere più efficienti i processi logistici attraverso l’automazione. Sono questi alcuni dei temi al centro della seconda giornata di T3 EXPO e AGV EXPO, in corso a Piacenza Expo fino a sabato 24 ottobre, con un programma di convegni dedicati alle trasformazioni tecnologiche e operative del mondo del trasporto e della movimentazione. 

Fabio Potestà, direttore di MEDIAPOINT & EXHIBITIONS ha dichiarato: "Questa seconda giornata conferma il valore dei convegni come parte integrante delle manifestazioni fieristiche: non soltanto occasioni per presentare prodotti e tecnologie, ma momenti in cui fare il punto sulle sfide dei settori, confrontare esperienze e individuare possibili risposte. Vogliamo che T3 Expo e AGV Expo siano sempre più centri di competenza e luoghi di confronto qualificato, capaci di mettere in relazione imprese, esperti e operatori, favorendo la condivisione delle conoscenze e la capacità di fare sistema". 

La decarbonizzazione è stata al centro dell’incontro di T3 Expo dedicato alle soluzioni per ridurre la CO₂ attraverso camion, semirimorchi e pneumatici. Il confronto, moderato da Gianenrico Griffini, redattore di Allestimenti & Trasporti, ha riunito competenze provenienti dal mondo dei costruttori, degli allestitori e della componentistica. Tra i temi affrontati, il contributo dello pneumatico alla riduzione dei consumi e dell’impatto ambientale. "Quando si parla di riduzione delle emissioni di CO₂ relativamente allo pneumatico, la sfida è fare in modo che questo consumi meno energia possibile per avanzare e abbia, dunque, una bassa resistenza al rotolamento. L’attenzione su questo aspetto è molto alta, soprattutto nello sviluppo dei nuovi prodotti. C’è poi la questione legata all’utilizzo: esiste una serie di operazioni che la flotta può mettere in atto già da subito per ridurre l’impatto ambientale durante il rotolamento", ha spiegato Remo Di Luca, responsabile del Dipartimento Prodotto e Performance di Michelin Italia. Il confronto ha riguardato anche il ruolo dell’analisi dei dati per migliorare l’efficienza delle flotte e accompagnare la transizione energetica. "Per rendere la transizione energetica più sostenibile, non è necessario pensare soltanto alla sostituzione dei mezzi, ma analizzare ciò che dicono i dati relativi ai veicoli, ai conducenti e agli pneumatici. Michelin Connected Fleet trasforma i dati della mobilità in maggiore efficienza, sicurezza e sostenibilità", ha dichiarato Romano Coletta, Corporate Account Manager di Michelin Connected Fleet. 

 

 

La riduzione delle emissioni passa quindi sia dall’innovazione nella progettazione sia dalla gestione quotidiana dei veicoli e delle flotte, valorizzando le possibilità di intervento che le imprese possono adottare per migliorare l’efficienza del trasporto. In questo quadro si inserisce anche il contributo di AITE – Associazione Italiana Trasporti Eccezionali, che ha patrocinato T3 Expo. Il presidente Antonio Catiello sottolinea il ruolo strategico del comparto e l’importanza di un confronto tra gli operatori per accompagnare l’evoluzione del settore. "I trasporti eccezionali svolgono un ruolo strategico a supporto dell’industria, delle infrastrutture e dei grandi progetti energetici, ma oggi il settore necessita di un significativo aggiornamento normativo per allinearsi agli standard europei e semplificare procedure che incidono sull’operatività delle imprese. Parallelamente, l’evoluzione degli allestimenti, dei semirimorchi specializzati e delle tecnologie per la sicurezza e la gestione dei trasporti sta aprendo nuove opportunità di sviluppo. In questo contesto, T3 Expo rappresenta un’importante occasione di confronto tra trasportatori, costruttori e allestitori, favorendo quel dialogo indispensabile per trasformare le esigenze operative del mercato in soluzioni concrete e innovative per il futuro del settore", dichiara Catiello. 

Nel pomeriggio, il programma di T3 Expo ha dedicato spazio alla tutela dell’impresa di soccorso stradale, con un approfondimento sulla prevenzione dei rischi, la protezione degli operatori e gli strumenti per tutelare il titolare d’azienda. Con il coinvolgimento di ADA – Associazione Nazionale Demolitori Autoveicoli e ANCSA – Associazione Nazionale Centri Soccorso Autoveicoli, il confronto ha riguardato la gestione dei veicoli, il ruolo degli autodemolitori e il rapporto con le istituzioni, oltre agli aspetti normativi e alle responsabilità connesse all’attività. Valentina Varini, presidente di ADA, ha sottolineato “la necessità di partecipare ai tavoli tecnici chiamati a definire le nuove regole per il ritiro, il deposito e il trattamento dei veicoli incidentati, a tutela delle imprese e degli addetti. Tra le principali incognite, quelle legate alle batterie al litio dei veicoli elettrici, per le quali sono in evoluzione sia le tecnologie sia le procedure di gestione, mentre il settore attende indicazioni più chiare sul futuro ruolo degli autodemolitori nel loro recupero e trattamento”. Santo Coppolino, rappresentante di ANCSA, ha posto l’accento sulla necessità di rafforzare la regolamentazione del settore, a partire dall’istituzione di un albo dei soccorritori stradali attraverso una modifica del Codice della strada. "Dobbiamo affrontare problematiche sempre più complesse, anche in relazione ai veicoli elettrificati: servono professionalità, regole chiare e il superamento dell’improvvisazione. La sicurezza dei nostri operatori significa garantire maggiore sicurezza anche agli utenti della strada", ha sottolineato Coppolino, evidenziando inoltre la necessità di dare risposte alle difficoltà della categoria, alle prese con costi crescenti e con l’esigenza di regole certe sia sulla viabilità ordinaria sia in autostrada. 

Sul fronte dell’automazione, AGV Expo ha ospitato il convegno “AGV e AMR alla prova del magazzino reale”, dedicato alle applicazioni dei veicoli a guida automatica e dei robot mobili autonomi nei contesti logistici. Tra le soluzioni presentate, il nuovo Under-X di Proxaut, un veicolo a guida autonoma compatto progettato per rendere le flotte più flessibili e configurabili, con una capacità di sollevamento fino a 1.200 chilogrammi. 

 

 

"In questa prima edizione di AGV Expo presentiamo una novità che abbiamo denominato Under-X, il nuovo veicolo a guida autonoma compatto, progettato per rendere le flotte AGV sempre più flessibili, intelligenti e configurabili. Under-X è in grado di sollevare fino a 1.200 chili, sia pallet sia altre tipologie di unità di carico», ha dichiarato Michele Riva, amministratore delegato di Proxaut. Nel corso del convegno è stata inoltre illustrata una case history realizzata in Ungheria nel settore alimentare. «Abbiamo presentato un caso reale di un magazzino del settore alimentare che abbiamo costruito lo scorso anno in Ungheria. Abbiamo così mostrato come l’applicazione degli AGV possa interfacciarsi in maniera molto rapida ed efficace anche all’interno di ambienti di lavoro difficili, come quello freddo e umido del cliente ungherese», ha aggiunto Riva. L’esperienza evidenzia le potenzialità dell’automazione in condizioni operative concrete, anche in ambienti che presentano particolari vincoli per la movimentazione delle merci. Durante il convegno sono state esposte anche soluzioni per rendere la movimentazione interna più flessibile e aderente alle esigenze delle imprese. «Abbiamo presentato nuove soluzioni con prodotti più piccoli, agili e flessibili e stiamo introducendo anche un nuovo robot pulitore. Siamo in grado di personalizzare i nostri prodotti secondo le necessità del cliente, aiutandolo a definire e migliorare i processi e fornendogli una soluzione adeguata", ha dichiarato Gianni Cossar, amministratore delegato di Neura Mobile Robots. 

I temi della seconda giornata mettono così in relazione innovazione tecnologica, sostenibilità e sicurezza, attraverso il confronto tra imprese, specialisti e operatori chiamati a rispondere alle esigenze di un settore in evoluzione. La giornata si concluderà con la cena di gala alla Galleria del Collegio Alberoni di Piacenza, un’occasione per proseguire il confronto in un contesto informale, favorire il networking tra imprese e operatori e rafforzare le relazioni tra i diversi protagonisti della filiera, nella prospettiva di fare sistema e costruire nuove opportunità di collaborazione per il settore. T3 Expo e AGV Expo proseguono a Piacenza Expo fino a sabato 24 ottobre. 

23 ott 2026

Roma, cade da tetto mentre tenta furto in un capannone: muore 24enne

23 ott 2026

LeBron James replica a Trump dopo le polemiche sull’inno americano: "Poche notizie in redazione"

(Adnkronos) - Un filmato registrato sugli spalti del Madison Square Garden e diventato virale sui social network ha acceso una nuova polemica tra LeBron James e Donald Trump. Al centro della vicenda ci sono alcuni movimenti del campione Nba durante l’esecuzione dell’inno nazionale statunitense, prima della partita tra New York Knicks e Philadelphia 76ers. Nel video, James viene ripreso mentre prova alcuni movimenti tipici dello swing del golf e si esercita con i tiri liberi, mentre i giocatori intorno a lui rimangono immobili in fila. Le immagini hanno rapidamente fatto il giro del web, arrivando anche all’attenzione del presidente degli Stati Uniti, da tempo critico nei confronti della stella del basket. Trump ha affidato al social 'Truth' il proprio giudizio, accusando apertamente il giocatore di mancare di rispetto al Paese proprio durante un momento simbolico come l’inno nazionale. 

"Mentre ascolta il nostro inno nazionale, LeBron James manca di rispetto al Paese!", ha scritto il presidente, definendo il comportamento del cestista una "TOTALE VERGOGNA" Nel suo messaggio, Trump ha inoltre sostenuto che James dovrebbe presentare le proprie scuse ai militari e agli eroi americani caduti per la bandiera e per i valori che essa rappresenta. La risposta del giocatore è arrivata dopo la vittoria dei Philadelphia 76ers contro i Cleveland Cavaliers, una partita caratterizzata da una grande rimonta, con la squadra di James capace di recuperare uno svantaggio di 29 punti. Interpellato sulle parole del presidente, James ha scelto di non alimentare direttamente lo scontro, rispondendo con una frase breve e ironica: "Devono esserci state poche notizie in redazione. Davvero poche notizie". Le dichiarazioni del presidente non si sono fermate al messaggio pubblicato online. Durante un successivo comizio a Sioux City, in Iowa, Trump è tornato sull’episodio, raccontando nuovamente ai presenti quanto visto nel filmato. "Avete visto cosa è successo con LeBron James? Durante l’inno nazionale provava lo swing di golf. Quando l’ho visto mi sono detto: "Ma che cavolo. È un grosso scandalo. Non lo capisco". 

Lo scontro si inserisce in un momento politicamente delicato per gli Stati Uniti. Il 3 novembre sono infatti previste le elezioni di metà mandato, appuntamento che porterà al rinnovo di tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di circa un terzo del Senato. Il risultato del voto avrà un peso significativo sugli equilibri del Congresso e sulla capacità dell’amministrazione Trump di portare avanti la propria agenda nella seconda parte del mandato presidenziale. In questo contesto, anche una vicenda nata da un video girato durante una partita di basket è diventata oggetto di un confronto pubblico. James ha scelto l'ironia per liquidare le accuse, mentre Trump ha insistito sulla gravità del gesto, trasformando l'episodio in un nuovo capitolo della loro lunga contrapposizione. 

23 ott 2026

Lusetti (Confcommercio): "Contratti pirata corsa al ribasso"

(Adnkronos) - "Quando hai dei consulenti del lavoro che ti dicono 'sei in difficoltà, utilizza un contratto che costa meno' e tu per sopravvivere decidi di adottarlo, vuol dire che è già iniziata una china dove tutto quello che diciamo sui diritti e sulle difficoltà di trovare persone diventa ingestibile. È una corsa al ribasso, non solo sul piano dei diritti e della sicurezza delle persone sul posto di lavoro, ma anche dal punto di vista imprenditoriale, perché giustifichi il tuo stare sul mercato agendo sul costo del lavoro e non sugli elementi caratteristici dell'attività come investimenti, innovazione, sviluppo e crescita". 

Sono le parole di Mauro Lusetti, Vice Presidente di Confcommercio, intervenendo all'Aigrim Day 2026, il forum della ristorazione in catena promosso da (Associazione delle imprese di grande ristorazione e servizi multilocalizzate) - Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) a Milano. 

Nel suo intervento, Lusetti ha richiamato il quadro normativo recente: "Il decreto Primo Maggio ha fatto due cose importanti: ha stabilito che i contratti di riferimento dovranno essere sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente maggiormente rappresentative e ha affrontato il tema del salario giusto". 

E sulla legge per il salario minimo afferma: “Va benissimo che il Parlamento si misuri su tematiche legate al lavoro, ma è molto meglio che le organizzazioni si assumano una responsabilità a fronte del tema del salario giusto: in questi termini ci facciamo meno male e affrontiamo il problema dove sono i soggetti che si trovano ad autoregolamentarsi". 

Lusetti ha poi evidenziato la portata politica del percorso unitario in atto: "Parlo di una rappresentanza che contiene due cose politicamente rilevanti: la prima è una piattaforma unitaria dei tre sindacati CGIL, CISL e UIL, la prima volta da tantissimi anni. L'altro elemento è che tredici, quattordici, quindici organizzazioni del mondo datoriale, a partire da Confcommercio e Confindustria, più gli artigiani, la cooperazione e Confesercenti, hanno a loro volta sottoscritto una piattaforma comune. Il riferimento in termini di responsabilità che ci deriva dal decreto Primo Maggio ci fa stare insieme. Se riusciamo a portare a termine questo lavoro, sarà qualcosa che riguarderà una fetta rilevante del mondo del lavoro". 

In merito ai contenuti delle trattative, Lusetti ha chiarito: "Il primo tema è misurare la rappresentanza, perché non è un'autocertificazione. Ci deve essere uno strumento di misurazione che fornisce al legislatore la base per certificare chi ha questa responsabilità. I contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative avranno i benefici di legge su apprendistato, lavoro giovanile e femminile. E qui ci sta il primo chiodo preciso nei confronti dei contratti pirata". 

Infine, un richiamo alle scadenze dei contratti di categoria e all'impatto delle trasformazioni in corso: "Nel terziario c'è la richiesta di 220 euro nel triennio e una fortissima richiesta di interlocuzione dal punto di vista organizzativo. Il tema dell'organizzazione del lavoro, in un contesto dove tutti siamo impegnati in modifiche radicali per l'intelligenza artificiale, le innovazioni tecnologiche e il cambio di abitudini dei consumatori, è molto più delicato rispetto ai temi salariali. Per questo abbiamo detto al sindacato di vederci dopo aver chiuso il tavolo nazionale. Dobbiamo chiudere queste vicende in un contesto anche temporalmente adeguato, senza essere tirati per la giacchetta da nessuno", conclude. 

23 ott 2026

Stoppani (Fipe): "I giovani cercano equilibrio, stabilità e giusta retribuzione"

(Adnkronos) - “Il senso del lavoro è profondamente cambiato e oggi la prima motivazione che spinge i giovani a scegliere un'occupazione è il giusto equilibrio tra la qualità della vita e l'impegno professionale, seguita dalla stabilità e solo al terzo posto dall'aspetto economico. Un tempo il lavoro era al vertice delle priorità personali, mentre oggi, per fortuna loro, i giovani fanno riflessioni differenti ed è il mondo che cambia. L'abilità dell'imprenditore sta nel saper gestire queste esigenze offrendo anche spazi di libertà personale”. 

 

È l’analisi di Lino Enrico Stoppani, Presidente di Fipe-Confcommercio e Vicepresidente Vicario di Confcommercio, nel corso dell’Aigrim Day 2026, il forum della ristorazione in catena organizzato a Milano e promosso da Aigrim-Fipe, appuntamento annuale che fa il punto sull’evoluzione del mercato della ristorazione organizzata e sulle principali sfide del futuro. 

 

“Abbiamo bisogno di giovani, quantomeno per organizzare una minima pianificazione dei ricambi di carattere generazionale - evidenzia - il problema essenziale è che i giovani vanno motivati. Le motivazioni si fondano su due grandi valori: da un lato una motivazione di carattere economico, perché tutti viviamo del nostro lavoro. Dall'altro, ed è la cosa più importante, la capacità di tenerli legati all'azienda offrendo loro delle prospettive. Offrire prospettive significa investire sulla formazione e sull'educazione gestionale, garantendo un percorso professionale che consenta loro di crescere non solo all'interno dell'impresa, ma nel mondo del lavoro complessivo, anche con opportunità al di fuori della stessa azienda. Nella misura in cui un giovane si sente rispettato, stimato e considerato, c'è la speranza di trattenerlo”, afferma. 

 

Poi torna ancora sull’importanza della formazione per trattenere le risorse umane: “Nella misura in cui si investe sulla formazione, c'è la concreta prospettiva di trattenere le persone. Investire nella formazione trasmette alla persona un segnale di grandissima attenzione professionale. La formazione non è uguale in tutte le aziende, poiché richiede la capacità di individuarne contenuti, motivazioni e percorsi didattici. In questo è essenziale il ruolo del mondo associativo - osserva - come sapete, i contratti collettivi prevedono il welfare settoriale che, insieme a previdenza e sanità, ha nella formazione uno dei suoi pilastri, con istituti dedicati a questo percorso. Se lo stesso contratto di lavoro prevede strumenti formativi, se ne ricava immediatamente l'importanza, che non riguarda solo il settore pubblico ma è trasversale e universale”, conclude. 

23 ott 2026

Ucraina, il dramma di Oleshky: l'inferno in terra sulla linea del fronte

(Adnkronos) - La First lady americana, Melania Trump, ha ottenuto un cessate il fuoco nella città ucraina di Oleshky, a partire dal prossimo 29 ottobre. L'annuncio della mediazione arriva a pochi giorni dai colloqui telefonici di Papa Leone XVI sia con Vladimir Putin che con Volodymyr Zelensky, per chiedere la tregua umanitaria a Oleshky. 

E' un "inferno in terra", secondo gli ucraini che conoscono le condizioni, citati a fine settembre dal britannico Guardian. A settembre il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, parlava di "situazione critica", continuando ad accusare le forze di Kiev di ostacolare l'arrivo di aiuti. Anche Putin ha illustrato al Pontefice, con una "spiegazione esaustiva", quella che il Cremlino ritiene essere la responsabilità dell'Ucraina per la situazione umanitaria nella città e ha espresso sostegno all'iniziativa del Vaticano mirata a creare le condizioni necessarie per garantire la sicurezza della popolazione di Oleshky e consentire l'arrivo di rifornimenti essenziali. 

L'ultimo negozio di alimentari a Oleshky ha chiuso lo scorso gennaio. L'ultimo rifornimento di prodotti alimentari via terra, risale a maggio. Da allora, pacchi di aiuti vengono lasciati cadere dai droni delle forze di Kiev. La cittadina di Oleshky (Alyoshki in russo) sulla riva sinistra del Dnipro, di fronte a Kherson, da cui dista solo nove chilometri in linea d'aria, è occupata dalle forze russe sin dal 2022. Il ponte di Antonivskyi che la collega a Kherson è stato fatto saltare in aria dai russi nell'ottobre di quell'anno, durante il ritiro dopo la contro offensiva delle forze di Kiev. Gli abitanti che non sono riusciti ad andarsene in questi anni di guerra - si parla di 6.000 civili, a Oleshky e nei sei insediamenti dei dintorni, fra cui 200 bambini - sono senza cibo, acqua, gas, elettricità e cure mediche adeguate. Non sono neanche in grado di seppellire i morti. Erano circa 24.000, ricorda Human Rights Watch (Hrw), le persone che vivevano in città prima dell'avvio dell'invasione russa su vasta scala dell'Ucraina, nel febbraio del 2022. 

A luglio Hrw riportava testimonianze secondo cui le strade della città e dintorni sono minati e i droni sorvolano la zona. Già ad aprile al Kyiv Independent Tetiana Hasanenko, sindaca ormai lontana dalla città, denunciava una "catastrofe umanitaria". Adesso l'inverno è alle porte. 

Le ambulanze non rispondono più alle chiamate. I pazienti gravi non possono essere trasferiti in ospedali di altre località. L'ospedale locale, a lungo considerato come l'ultimo rifugio, rimane aperto, ma è senza medicine e carburante per i generatori e da fine settembre non riceve più pazienti. 

La gente ricorre da tempo al baratto per acquisire quello di cui ha bisogno. Questa estate, chi è rimasto ha vissuto con quello che cresceva negli orti. Un residente ha testimoniato a Ukrainska Pravda che si iniziano a mangiare i cani. Chi se la sente, va in bici o a piedi nel villaggio di Radensk, 20 chilometri più lontano dal fronte e più rifornito. Ma il percorso è pericoloso. Anche i soldati russi lasciati a presidiare questo avamposto sono senza cibo e lo sottraggono ai residenti. Non autorizzano i residenti a seppellire i morti in bombardamenti. Vogliono portare i cadaveri a Henichesk per certificare che sono stati uccisi dagli ucraini. I corpi sono conservati nelle cantine dell'ospedale, dopo che è stato chiuso l'obitorio. Da maggio, se ne sono accumulati un centinaio. 

23 ott 2026

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