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Tajani: "Magistrati siano più rigidi su arresti, colpirne uno per educarne cento". Anm: "Parole contrarie a Stato di diritto"

(Adnkronos) - Quando le Forze dell'Ordine arrestano qualcuno "la mattina dopo se lo ritrovano di nuovo che spaccia. Questo non va bene, quindi credo che serva molta più rigidità da parte della magistratura. Questo Governo sta da parte delle Forze dell'Ordine, però non è che decidiamo noi su quello che fa la magistratura, ma io chiedo a tutti i magistrati che decidono sugli arresti: è vero che c'è un problema di carceri", ma "dobbiamo anche dare dei segnali che garantiscano ai cittadini il fatto che i ceffi non possono agire impuniti. Qualche segnale va dato. Insomma, colpirne uno per educarne cento, credo che serva e credo che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza". Sono le parole del vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, rilanciate in alcuni filmati sui social, pronunciate questa mattina a Roma, durante un incontro con i cittadini in occasione dell'iniziativa 'Villaggio della legalità". 

A stretto giro la replica dell'Anm. "Le parole del vicepresidente del Consiglio lasciano esterrefatti perché danno spazio a una logica contraria a ogni Stato di diritto. I magistrati devono semplicemente applicare la legge. La sicurezza non si garantisce scaricandone la responsabilità sulla magistratura. La giustizia non è e non può essere uno strumento di intimidazione nei confronti di nessuno", afferma in una nota la Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati. 

Tajani interviene con un post su X: "I cittadini hanno un sacrosanto diritto alla sicurezza. Come è successo a Torino, troppe persone arrestate in flagranza di reato vengono subito rimesse in libertà da magistrati perdonisti. Questo crea allarme sociale e demotiva Polizia e Carabinieri. È sufficiente parlare con le Forze dell’Ordine e con chi vive nei quartieri ad alta densità criminale per capire quello che intendo. Non ho mai chiesto di disapplicare la legge, ma al contrario di applicarla in pieno. E ho chiesto ai magistrati di mettersi una mano sulla coscienza ogni volta che scelgono di rilasciare chi è stato colto sul fatto e, una volta libero, è pronto a reiterare il reato". 

"La percezione di impunità - aggiunge il vicepremier - aiuta solo i malviventi. Invocare lo Stato di diritto con gli arrestati in flagranza è quindi strumentale. Lo Stato di diritto prevede che nessun innocente debba finire in carcere. Non che gli arrestati in flagranza possano tornare a delinquere il giorno dopo". 

26 set 2026

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26 set 2026

Elisabetta Canalis: "Lasciare l'Italia mi ha portato serenità. L'amore? Sono un'eterna single "

(Adnkronos) - "Una scelta che mi ha portato serenità". Così Elisabetta Canalis, ospite oggi a Verissimo, parla per la prima volta della sua scelta di lasciare l'Italia per trasferirsi negli Stati Uniti nel 2012. "In italia avevo tante cose belle, come la famiglia e gli amici. Ma la pressione che sentivo addosso non mi faceva stare bene per cui ho deciso di andare in un paese dove non mi conosceva nessuno e provare a fare una vita diversa, che è quella che faccio oggi", ha raccontato la showgirl che ora è soddisfatta e felice della sua vita a Los Angeles, città che le dà "l'anonimato, serenità e una vita più normale. Però sono anche contentissima di quello che ho in Italia".  

La showgirl ha parlato poi del suo precedente matrimonio con il chirurgo Brian Perri, la vera ragione per cui è rimasta negli Stati Uniti. I due sono stati sposati dal 2014 al 2023 e nel 2015 sono diventati genitori della figlia Skyler Eva. "Quando ci siamo separati non l’abbiamo neanche detto a casa per un anno. Dopo 10 anni ci siamo guardati in faccia e abbiamo pensato che fosse più onesto continuare a volerci bene, ma vivere separati", ha spiegato Elisabetta Canalis. Per quanto riguarda il loro rapporto oggi: "Ora c’è un rapporto più vero e completo di quello che c’era prima". 

"Mi sono ritrovata mamma single - racconta la showgirl - separata ma mi ritengo fortunata perchè ho una vita piena di tante cose belle. Ho la salute, ho la mia famiglia, non è facile perché ci sono tanti momenti di solitudine. Ma questo mi ha aiutato a fare i conti con me stessa".  

E sulla figlia Skyler che oggi ha 11 anni, Canalis racconta: "Siamo veramente due sorelle, litighiamo come se lo fossimo. Poi però quando cerco di essere mamma, cerco di esserlo. Mia figlia mi ha salvato. Cerco di essere la versione migliore di me stessa per lei".  

26 set 2026

Roberto Carlos choc: "Ho perso il 99% dei soldi guadagnati con il calcio"

26 set 2026

Vannacci nella bufera, condivide foto IA di Siracusano con scollatura. Lei: "Squallido". Il generale: "Non è una mia immagine"

(Adnkronos) - "Agli attacchi sessisti sono abituata, ma questo francamente è un inedito. Un vero e proprio schifo che va arginato". Matilde Siracusano, deputata di Forza Italia e sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, commenta all'Adnkronos il post di Roberto Vannacci che in un suo post ha condiviso una foto ritoccata dall'intelligenza artificiale per evidenziare la scollatura. "Ripeto, di attacchi di questo genere ne ho subiti e ho le spalle abbastanza larghe - aggiunge - ma qui siamo in presenza di una deriva che va arginata, soprattutto per proteggere le persone più deboli di fronte a fenomeni di questo tipo". "Usare l'intelligenza artificiale per spogliare una donna, con la volontà evidente di denigrare una donna, è un problema gigantesco per tutti, è un qualcosa di uno squallore infinito, ancora più deplorevole e grave se a farlo è qualcuno che si candida a essere un leader politico. Tra l'altro non sono mai stata eletta in Calabria né sono intenzionata a candidarmi, Vannacci mi attacca solo perché sono la compagna del presidente della Regione?". 

 

"Vannacci -sottolinea ancora Siracusano- si confronti su come trasferire risorse sul territorio, visto che nella mia attività politica sono stata capace di farlo, su quelle che sono le procedure parlamentari, piuttosto che impostare la campagna elettorale ricorrendo a queste schifezze". La sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento sta valutando l'ipotesi di "presentare una denuncia, soprattutto per spirito di servizio nei confronti di persone più deboli che possono essere destinatarie di attacchi di questo tipo e anche per evitare un rischio di assuefazione dinanzi a episodi come questo. E poi sicuramente per noi legislatori si pone un problema più generale per fermare questo abuso più che uso dell'intelligenza artificiale. Interventi ci sono stati ma evidentemente non sono ancora sufficienti".  

 

"A chi mi accusa, senza alcuna concretezza, di aver modificato una foto con la IA, rispondo di cercare meglio e di rivolgere le accuse, eventualmente, a chi di dovere... Quando mancano gli argomenti, gli attacchi diventano personali... Continuate pure a occuparvi di scollature..." scrive in un post su Facebook Roberto Vannacci, rimandando al blog che ha pubblicato il post corredato con la foto manipolata della deputata di Forza Italia. 

 

"L’attacco a Matilde Siracusano è volgare e inaccettabile e dimostra la scarsezza di contenuti politici da parte di chi l’ha escogitato" afferma il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani. "Ritoccare una foto per cercare di ridicolizzare l’avversario politico è disonorevole per chi predica il rispetto delle regole. È il classico esempio del moralista senza morale". 

"La pubblicazione della foto manipolata di Matilde Siracusano" fa notare Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità, conferma l'impressione che dalle parti di Futuro Nazionale avevano già abbondantemente dato in tema di donne e di concezione del confronto politico: scarso rispetto per le persone e per la realtà, e idee confuse. Altro che 'vera destra'".  

 

“Rivolgo a Matilde Siracusano la mia convinta solidarietà per la sua fotografia ritoccata e pubblicata sui social" afferma il presidente del Senato, Ignazio La Russa. "Quanto accaduto non solo lede la sua dignità di donna, ma è anche un esempio di come un uso distorto dell’intelligenza artificiale possa trasmettere, soprattutto alle giovani generazioni, un messaggio sbagliato sull’utilizzo di questi strumenti”.  

 

Anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana rivolge la sua "solidarietà al sottosegretario Matilde Siracusano". "Le nuove tecnologie" aggiunge "vanno utilizzate con responsabilità e rispetto delle persone, che deve essere al centro del confronto politico”. 

 

“Piena solidarietà a Matilde Siracusano, oggetto in queste ore di attacchi personali che nulla hanno a che vedere con il confronto politico: il rispetto delle persone e delle istituzioni non dovrebbe mai venire meno" dichiara il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. "A Matilde, che conosco come una persona seria e una parlamentare impegnata con passione nelle sue responsabilità istituzionali, va tutta la mia vicinanza”.  

 

“Piena solidarietà a Matilde Siracusano per la manipolazione che ha subito, aggiungo l’invito ai familiari dell'imbecille che ha materialmente realizzato una mistificazione di questo tipo a curarlo con urgenza" dichiara il Presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato, Maurizio Gasparri. "Si tratta di una persona, non sappiamo se un uomo o una donna, che si è messo a falsificare immagini, a metterle in rete, a fare una cosa, nello stesso tempo, intollerabile e demenziale. Pertanto, io credo che i familiari di questa persona avranno un bel da fare per curare un caso di demenza così grave e bisognoso di rapidi interventi”. 

 

"La manipolazione dell'immagine di Matilde Siracusano, con l'alterazione della scollatura e dell'abbigliamento, non ha nulla a che fare con la satira, con la critica politica o con il legittimo confronto democratico" dice Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato. "Non riguarda idee, scelte o proposte. Serve soltanto a costruire una rappresentazione falsa della realtà per screditare una persona e ingannare i cittadini. Ed è forse proprio questo il punto. Questo episodio racconta perfettamente il 'mondo al contrario' di Vannacci: un mondo in cui la manipolazione prende il posto della verità, l'attacco personale sostituisce il confronto sui contenuti e una donna viene giudicata per un'immagine artificiosamente costruita invece che per il lavoro che svolge nelle Istituzioni".  

"Quando mancano gli argomenti, si ricorre alle caricature. Quando manca la politica, si tenta di umiliare l'avversario. È un metodo indecente, di pessimo gusto, al quale taluni attingono senza alcuno scrupolo. Ma il punto non è una fotografia. Il punto -prosegue l'esponente azzurra- è la deliberata alterazione della realtà a fini politici. Modificare l'immagine di una donna per colpirla è un espediente per alimentare stereotipi, sessismo e disinformazione.Per questo diventa urgente arrivare alle prossime competizioni elettorali con regole più chiare e più rigorose sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Perché la tecnologia può essere uno strumento straordinario di progresso, ma non può trasformarsi in un'arma per falsificare la realtà, colpire le persone e avvelenare il dibattito democratico. La libertà di espressione non può diventare il paravento dietro cui si nascondono la manipolazione e l'inganno. La democrazia vive di verità, trasparenza e responsabilità. Tutto il contrario di ciò che abbiamo visto in questa vicenda”. 

 

"Se ancora ci fosse qualche dubbio sul maschilismo di Roberto Vannacci e del suo partito, ora è caduto. Per schernire il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto, Vannacci pubblica una foto della sua compagna, la sottosegretaria Matilde Siracusano, con una profonda scollatura creata artificialmente" afferma Mara Carfagna, segretario di Noi moderati. "È un’aggressione intollerabile e un atto di bullismo sessista senza precedenti nella nostra politica. Nessuno si sognerebbe mai di pubblicare foto manipolate della moglie e delle figlie di Vannacci per attaccarlo politicamente".  

"L’idea della donna che il generale propone -aggiunge- è inaccettabile e, per quanto mi riguarda, rappresenta uno degli aspetti più pericolosi del suo programma politico. Mi batterò con tutte le mie forze perché questa visione retriva e umiliante non passi e spero in una mobilitazione collettiva di donne e uomini indisponibili ad arretrare rispetto a un traguardo di civiltà. Non sarà un esaltato qualunque a mettere in discussione quello che faticosamente abbiamo conquistato. Alla sottosegretaria Siracusano va tutta la mia solidarietà”. 

 

“Roberto Vannacci attacchi pure Forza Italia o me, se pensa che possa servirgli per le elezioni suppletive, che sono a Reggio Calabria e non in Sassonia" dice Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vicesegretario nazionale di Forza Italia. "Si confronti sul merito, sui contenuti, sul futuro dei nostri territori e del Paese, se ne è capace, con me o anche con Matilde Siracusano. Ma chi per fare politica ha bisogno di ritoccare con un software il corpo di una donna ha già perso, prima ancora di cominciare. Questo non è il centrodestra in cui mi riconosco, e non credo sia quello in cui si riconoscono gli italiani”.  

 

"Da Vannacci solo squallore e volgarità. La sua non è critica politica ma sessismo più becero usato come arma contro una donna. A Matilde Siracusano la mia piena solidarietà" afferma la capogruppo del Pd alla Camera, Matilde Siracusano. 

 

26 set 2026

Vasseur: "Ci aspettavamo di più, il nostro obiettivo è vincere"

26 set 2026

Regeni, a oltre 10 anni dal sequestro e dall'omicidio attesa la sentenza per i quattro 007 egiziani

(Adnkronos) - A oltre dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio di Giulio Regeni, dopo le indagini sulla morte del ricercatore friulano che la procura di Roma ha portato avanti nonostante i depistaggi e le mancate risposte del Cairo, e un lungo iter per arrivare al processo, lunedì i giudici della Prima Corte di Assise di Roma entreranno in camera di consiglio per emettere la sentenza. Imputati, assenti, sono quattro 007 egiziani per i quali il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. Si tratta del generale Tariq Sabir, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati di sequestro di persona pluriaggravato, e quest'ultimo accusato anche di concorso in lesioni personali aggravate e concorso in omicidio aggravato. “Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia. Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia. Giulio Regeni”, aveva sottolineato il pm titolare dell’inchiesta nella requisitoria del 23 giugno scorso. 

L’inchiesta della procura di Roma, partita subito dopo il ritrovamento del corpo il 3 febbraio 2016 lungo la strada che dal Cairo porta verso Alessandria e affidata sin dalle prime battute all’allora sostituto procuratore Colaiocco, ora aggiunto, ha avuto la svolta più importante il 4 dicembre 2018. In quella data la procura di Roma iscrive nel registro degli indagati gli 007 egiziani, alti ufficiali dei servizi segreti civili e della polizia investigativa d'Egitto. Un risultato frutto del lavoro portato avanti anche grazie al lavoro di Sco e Ros, parte attiva nelle indagini italiane. Indagini che negli anni hanno contato decine di incontri proprio tra inquirenti e investigatori italiani ed egiziani nel nome del dialogo a cui il Cairo ha risposto da subito con parole formali o silenzi, come sulla rogatoria dell’aprile del 2019 in cui si chiedeva, tra i diversi punti, l’elezione di domicilio dei funzionari della National Security. Ma davanti alla comunicazione della ferma volontà della procura di Roma di chiudere le indagini preliminari dall’Egitto attraverso il procuratore generale Hamada al Sawi erano arrivate le riserve “sulla solidità del quadro probatorio” ritenuto a loro dire costituito “da prove insufficienti” per sostenere l'accusa in giudizio. Per i magistrati italiani invece non è così: con la chiusura dell’inchiesta e la richiesta di processo i pm romani contestano ai quattro 007 egiziani il sequestro di persona pluriaggravato, e nei confronti di Sharif le lesioni aggravate, essendo stato introdotto il reato di tortura solo nel luglio 2017, e il concorso in omicidio aggravato. La procura del Cairo respinge l’atto di accusa affermando che nessuno degli indagati iscritti dalla procura di Roma avrebbe avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell'uccisione di Regeni, indicando invece come responsabili una banda di criminali rimasti “uccisi in uno scontro a fuoco mentre la polizia li stava arrestando”. Una versione che lascia tutti esterrefatti in Italia, a partire dalla famiglia di Giulio, che ha sempre sostenuto con forza la ricerca di verità e giustizia: “Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”, aveva detto Paola Deffendi dopo aver visto il corpo del figlio. 

Il procedimento sul caso Regeni subisce una prima battuta d’arresto il 14 ottobre 2021 quando i giudici della Terza Corte d’Assise di Roma, chiamati a decidere sull’assenza dei quattro 007 egiziani imputati, dichiarano la nullità del decreto che disponeva il giudizio. Gli atti tornano così al gup e si riparte con una nuova udienza preliminare. Per sbloccare il processo, la procura di Roma, con il procuratore capo Francesco Lo Voi e l’aggiunto Colaiocco, chiedono l’intervento della Consulta. Una scelta che si rivelerà decisiva per uscire dalla fase di stallo in cui ci si trovava. La procura in particolare aveva sollevato la questione di costituzionalità dell’articolo 420 bis nella parte in cui non prevede che l’assenza di conoscenza del processo da parte dell’imputato derivi dalla mancata attivazione della cooperazione dello Stato estero. Tesi accolta dalla Consulta che con la sentenza n. 192 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 420-bis, comma 3, del codice di procedura penale. Per la Corte Costituzionale la paralisi sine die del processo per i delitti di tortura commessi da agenti pubblici, quale deriverebbe dall’impossibilità di notificare personalmente all’imputato gli atti di avvio del processo a causa della mancata cooperazione dello Stato di appartenenza, ''non è accettabile, per diritto costituzionale interno, europeo e internazionale''. Essa, sottolinea la Corte, infatti ''si risolve nella creazione di un’immunità de facto'', che offende i diritti inviolabili della vittima (art. 2 Cost.), il principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.) e gli standard di tutela dei diritti umani, recepiti e promossi dalla Convenzione di New York (art. 117, primo comma, Cost.). 

Il processo Regeni così finalmente si apre nel febbraio 2024, davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma, dopo la decisione del gup Roberto Ranazzi di rinviare a giudizio i quattro egiziani accogliendo la richiesta della procura. Decine i testimoni comparsi in aula nel corso delle udienze, tra cui il teste ‘delta’, un cittadino egiziano che venne arrestato al Cairo insieme al ricercatore friulano e che ha detto in aula di aver sentito Giulio Regeni “che veniva picchiato e torturato, ho riconosciuto la sua voce, parlava in italiano e in arabo. L’ho sentito anche nei giorni successivi lamentarsi, poi non ho sentito più nulla’’. Ma nel corso del processo, oltre alle violenze, sono emersi i numerosi depistaggi messi in campo dalle autorità egiziane. In aula gli esperti consulenti tecnici dei carabinieri del Racis e della polizia scientifica che hanno analizzato i video delle telecamere della fermata della metropolitana egiziana di Dokki, l’ultimo posto in cui era stata agganciata la posizione del telefonino di Giulio Regeni, hanno detto che il file delle immagini del sistema di video sorveglianza riferito al giorno della scomparsa del ricercatore friulano fu cancellato. In particolare, “dai dati che ci hanno consegnato le autorità del Cairo abbiamo scoperto che del 25 gennaio 2016 non c’erano file video o immagini disponibili nel sistema – hanno riferito i consulenti - In altri file, riferiti al periodo tra il 26 e il 29 gennaio si vedeva che la data di modifica era diversa da quella di creazione’’ hanno spiegato. Dopo essere riusciti a recuperare con un software le immagini di videosorveglianza della metro del 25 gennaio, giorno della scomparsa di Giulio, i tecnici hanno trovato un ‘buco’ di 18-20 minuti, fra le 19.49 e le 20.08. 

Silenzi e depistaggi evidenziati dallo stesso procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che ha seguito le indagini sul caso Regeni sin dall’inizio e che in aula durante la requisitoria di giugno scorso ha sottolineato come “il processo che giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio. Contro il silenzio di chi non voleva parlare, di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose. Contro i depistaggi”. Sarebbe stato “compito dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia. Ma quel che si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario: un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica. Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo – ha aggiunto il procuratore aggiunto di Roma - Che questa verità, se non fosse stata ricercata dalla magistratura italiana, sarebbe rimasta sommersa. Che questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all’oblio. E allora la giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità. Ha affermato che la tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini. Ha affermato che neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità. Lo ha fatto con gli strumenti della legge. Lo ha fatto nel rispetto delle garanzie. Lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del processo penale. Ma lo ha fatto con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia”. 

Nei momenti cruciali per il processo, il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi ha sempre voluto essere presente in aula accanto all’aggiunto Colaiocco. Nella requisitoria tenutasi nell’aula bunker di Rebibbia, Lo Voi ha sottolineato come “questo processo grazie alla Consulta e alle nostre norme si è svolto nel pieno rispetto delle garanzie. Siamo di fronte a un muro che è stato abbattuto. E’ anche grazie all’intervento della Corte Costituzionale che si è superata la fase di stallo. Non voglio mancare di ricordare - ha detto - che rispetto all’epoca dei fatti sono passati tre procuratori della Repubblica e tanto ci è voluto per superare gli ostacoli posti. Non c’è stata alcuna collaborazione dell’Egitto, non sono state rispettate una serie di convenzioni internazionali", ha rimarcato in aula Lo Voi. Subito dopo, aprendo la sua requisitoria Colaiocco aveva ricordato “come la più alta delle istituzioni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha più volte in questi dieci anni ribadito che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale. Nonché l’impegno del nostro ordinamento affinché sia fatta piena luce sulle circostanze e le responsabilità che segnarono il tragico destino di Giulio Regeni”. 

A chiedere incessantemente giustizia in questi tanti anni, i genitori di Giulio Regeni, con il loro legale di parte civile, l’avvocata Alessandra Ballerini. “Tutto il male del mondo non può rimanere impunito e occorre dare risposta alla più dolorose delle domande: perché? Perché lui? Chi ha immobilizzato, torturato e ucciso Giulio ha annientato la sua dignità e quella di tutti noi” ha detto Ballerini in aula all’udienza dello scorso luglio. “Nessuno deve più soffrire quello che ha sofferto Giulio. Oggi abbiamo la possibilità di sanare ferite in parte inguaribili e ripristinare la fiducia nei cittadini che credono nei nostri valori, nell’intangibilità dei corpi e nell’inviolabilità della dignità” ha aggiunto Ballerini concludendo la sua arringa. Per i difensori d’ufficio dei quattro 007 egiziani Giulio Regeni non sarebbe stato sequestrato da appartenenti alla National Security “perché non vi era alcun interesse da parte di Al Sisi a rovinare i rapporti con l’Italia” e il sequestro sarebbe stato invece “opera di gruppi terroristici” con l’obiettivo di “ostacolare la politica energetica dell'Italia”. Un lungo procedimento quello sull’omicidio Regeni, che dopo tanti ostacoli arriva ora a conclusione, con i giudici della Prima Corte d’Assise chiamati lunedì a emettere la sentenza. (di Assunta Cassiano e Daniele Dell'Aglio) 

26 set 2026

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26 set 2026

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26 set 2026

Oasis, allarme secondary ticketing. Codacons annuncia esposto a Procura: "Biglietti fino a 10mila euro"

(Adnkronos) - Prezzi gonfiati, possibili biglietti falsi e annunci sulle piattaforme non autorizzate. La storia si ripete, questa volta al centro del mirino ci sono i tre concerti-evento degli Oasis in programma nel 2027 allo Stadio Olimpico di Roma, il 26, 29 e 30 luglio.  

L'unica vendita autorizzata è in corso proprio in questi giorni: è cominciata ieri, venerdì 25 settembre, e prosegue oggi, sabato 26, e continuerà fino a domani, domenica 27 settembre, con tre finestre di vendita ogni giorno. I fan vengono informati direttamente, tramite email, della finestra a cui potranno accedere e dell’orario. I prezzi standard dei biglietti per le date italiane sono fissi e varieranno da €92,29 a €276,86 commissioni incluse.  

I più fortunati che hanno già acquistato i biglietti possono far partire già il countdown. Mentre chi è ancora in attesa di ricevere il codice univoco e non trasferibile, c'è speranza fino a domani. Ma a poche ore dall'apertura della vendita ufficiale è già allarme secondary ticketing .  

Diversi biglietti, senza nessuna certezza che siano autentici, sono già comparsi sulle piattaforme non autorizzate. Come, ad esempio, Vinted, dove un utente propone un biglietto per il parterre per la data del 29 luglio 2027 a 800 euro, che diventano 840,70 con le commissioni della piattaforma. Il prezzo ufficiale dovrebbe essere, per il parterre, circa 207 euro.  

A denunciare il fenomeno è il Codacons, che sta monitorando in queste ore i siti secondari specializzati nella vendita di biglietti per eventi e concerti: "A poche ora dall’apertura della vendita ufficiale, i biglietti per i concerti romani degli Oasis sono finiti sui siti di secondary ticketing con prezzi che al momento arrivano a sfiorare i 10mila euro a singolo biglietto".  

"Esattamente come ave vamo previsto, nonostante la macchinosa procedura prevista per la vendita dei biglietti, questi sono comparsi in modo immediato sulle piattaforme estere di secondary ticketing a tariffe astronomiche – spiega il Codacons – Il prezzo per un singolo biglietto arriva stamattina a sfiorare i 10mila euro per la data allo stadio Olimpico del 26 luglio, mentre per le altre date romane i listini massimi variano tra i 5mila e i 7mila euro". 

Si tratta "di un ricarico di oltre il 1.400% rispetto al prezzo ufficiale del biglietto più costoso, il 'Pre-Show Fan Experience', che da listino costa 651,36 euro – evidenzia l’associazione – Il rischio, tuttavia, è che oltre a biglietti a prezzi folli compaiano sul web anche vere e proprie truffe a danno di chi, in queste ore, sta cercando di accaparrarsi un biglietto per le date romane della band". Per questo il Codacons ha deciso di presentare sul caso un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, Agcom e Polizia Postale, "chiedendo di attivarsi con urgenza per oscurare i siti che vendono biglietti a prezzi maggiorati e indagare su possibili reati a danno dei consumatori", fa sapere l'associazione dei consumatori. 

26 set 2026

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