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Verissimo, sabato 3 ottobre: gli ospiti e le anticipazioni di oggi

3 ott 2026

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3 ott 2026

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3 ott 2026

'Ballando con le stelle', al via da stasera: la nuova era dello show di Milly Carlucci

(Adnkronos) - Si apre il sipario sulla nuova edizione di Ballando con le stelle. Stasera, sabato 3 ottobre, torna su Rai1 il dance show condotto, come sempre, da Milly Carlucci, giunto alla sua ventunesima edizione. Una stagione che promette di presentarsi al pubblico, ormai affezionato, con una veste totalmente rinnovata. 

A partire dalla giuria, dove dopo dieci anni lascia il posto Selvaggia Lucarelli, una delle protagoniste che ha contribuito a rendere Ballando con le stelle uno show capace di andare oltre il ballo, creando un mix perfetto tra intrattenimento e polemiche. Al suo posto, insieme all'addio di Fabio Canino, arrivano Barbara d’Urso e da Alberto Matano, mentre restano confermati Carolyn Smith, Ivan Zazzaroni e Guillermo Mariotto. 

La presenza di Barbara d’Urso, che lo scorso anno aveva partecipato al programma come concorrente, è stata confermata soltanto pochi giorni fa dopo settimane di indiscrezioni e sospetti. La conduttrice, però, è solo una delle tante novità di questa edizione: oltre ai nuovi volti in giuria, infatti, sono state annunciate nuove presenze nel tesoretto, nuovi maestri di ballo e anche un nuovo studio. Per la prima volta, infatti, Ballando con le stelle sarà trasmesso in diretta dallo studio 'Pippo Baudo' di Saxa Rubra. 

Tra le assenze di questa edizione spicca anche quella di Paolo Belli, che per anni ha affiancato Milly Carlucci dalla Sala delle Stelle e che lo scorso anno aveva partecipato al programma come concorrente. Il cantautore, rimasto coinvolto in un incidente in bicicletta lo scorso luglio, ha scelto di prendersi una pausa dalla televisione. Belli sarà comunque presente, seppur dietro le quinte, in attesa di tornare in televisione. A sostituirlo temporaneamente sarà il maestro di ballo Simone Di Pasquale.  

Cariche più che mai le due nuove protagoniste del tesoretto. Dopo anni in mano ad Alberto Matano, il ruolo passa nelle mani di Francesca Fialdini e Simona Ventura. Ma da quest'anno il premio speciale verrà diviso in tre, dal bordo pista infatti arria Rossella Erra che condividerà il ruolo con le due conduttrici. Restano invariati i 'Tribuni del popolo', ovvero Rossella Erra, Sara Di Vaira e Matteo Addino, le tre voci che commenteranno le esibizioni dei finalisti. 

Altra novità sarà il voto online sulla piattaforma di RaiPlay - per la prima volta nella storia della Rai - a disposizione del pubblico, insieme al 'classico' voto via social. Il giudizio finale, infatti, spetterà sempre al pubblico da casa che avrà la possibilità di partecipare alla gara votando le proprie coppie preferite direttamente sui social network, dai profili ufficiali di Ballando con le stelle. 

La prima ballerina per una notte sarà Federica Sciarelli, la giornalista indosserà le scarpe da ballo e si lascerà guidare dalla musica e dal suo maestro Chiquito, mettendosi alla prova in un ruolo totalmente nuovo.  

Le coppie protagoniste: 

• Aurora Ramazzotti – Nikita Perotti; 

• Manuela Moreno – Carlo Aloia; 

• Noemi Bocchi – Giovanni Pernice; 

• Alessandro Matri – Giada Lini; 

• Massimo Ghini – Valentina Fiorini; 

• Andy Diaz – Gioia Giovanatti; 

• Jimmy Ghione – Anastasia Kuzmina; 

• Anna Safroncik – Leonardo Lini; 

• Alberto Ravagnani – Erika Martinelli; 

• Monica Guerritore – Luca Urso; 

• Riccardo Rossi – Elisa Terrasi; 

• Eugenio Finardi – Rebecca Gabrielli; 

• Ornella Muti – Pasquale La Rocca. 

 

3 ott 2026

Centrosinistra, il messaggio di Schlein: "Uno non vale uno". Conte: "Si va alle primarie"

(Adnkronos) - Elly Schlein rivendica il ruolo e il peso del Pd. Il messaggio della segretaria nella Direzione del partito arriva agli alleati, Giuseppe Conte in primis, e accende la discussione nel campo largo. "Non è che uno vale uno", dice la segretaria dem. "A noi, compagne e compagni, non ci ha regalato niente nessuno. Se siamo saldamente il primo partito di opposizione è perché ce lo siamo guadagnati con la fatica con il sudore con l'impegno a convincere le persone, una per una, che ci hanno consegnato il doppio dei voti delle altre forze. Alle europee alle regionali e alle comunali", incalza Schlein. La risposta degli alleati, a partire da Conte, arriva a stretto giro: "Si va alle primarie, non c'è via alternativa".  

 

Schelin, nel suo intervento, mette in fila alcuni punti. Di metodo e di merito. Il programma, innanzitutto, chi deve scriverlo e quali regole d'ingaggio. Per il Pd a quel tavolo devono sedere tutte le forze che vogliono concorrere all'alternativa alla destra di Giorgia Meloni. Quindi, un programma comune che sia un "patto vincolante" per chi lo sottoscrive. "Ora dobbiamo affinare il programma comune affinché sia un patto vincolante per tutte e per tutti. Un patto che facciamo anzitutto con il paese con gli italiani. Non partiamo da zero. Prima il programma comune, poi la guida perché chi guida deve guidare l'intera alleanza, non soltanto il suo partito". E, aggiunge: "Siccome sono giorni che leggo ricostruzioni fantasiose, su questo vorrei chiarire un punto: noi siamo pronti, possiamo partire anche subito, basta che siamo tutti e basta che non partiamo da soli. Mi spiego meglio, il programma va affinato insieme a tutta l'alleanza progressista che già governa insieme nei territori, con tutti coloro che vogliono contribuire a costruire l'alternativa".  

E poi sui tempi, Schlein replica agli alleati e a Conte che da giorni, terminata Nova, ripete "noi siamo pronti" mentre altri, ovvero il Pd, non lo sarebbero ancora. Il Pd lo è da febbraio, ribatte la segretaria, mentre sono i 5 Stelle che hanno concluso il loro percorso solo a settembre. "Io ho proposto agli alleati a novembre dell'anno scorso 2025 dopo le regionali, un grande percorso di ascolto fatto insieme attraverso il paese. Legittimamente c'è chi ha annunciato un proprio percorso che si è concluso solo a settembre di quest'anno. Noi il nostro l'abbiamo fatto a febbraio, per essere pronti già il giorno dopo il referendum, quando ho richiesto agli alleati di non disperdere quella grande mobilitazione popolare, il protagonismo delle nuove generazioni della società civile che si era mossa per il referendum per coinvolgere quegli elettori che sono stati 15 milioni a votare come noi, ma 5 milioni non avevano votato noi solo due anni prima alle elezioni europee". 

Infine, il nodo della leadership e Schlein lo affronta da "generosa ma non ingenua" rivolgendosi, senza citarlo, a Conte. Dice la segretaria del Pd: "Voglio solo fare una domanda. Se fossimo rimasti a gennaio 2023 con il Partito democratico al 14% dei sondaggi, quindi seconda forza di opposizione, pensate che avremmo avuto lo stesso dibattito oggi? Io penso di no. Generosi sì, ingenui no. E vorrei essere ancora più chiara. In qualsiasi altro Paese europeo non ci sarebbe stata questa discussione perché è normale che guidi il partito che prende un voto in più: non è egemonia, è democrazia", incalza Schlein.  

Visto che "c'è qualcuno che non riconosce questo principio democratico" allora, per Schlein, resta la strada delle primarie. "Noi siamo disponibili e pronti anche alla primarie e se le faremo le vinceremo insieme. Le vinceremo insieme avendo poi grande cura di rappresentare tutte quelle diverse sensibilità che è normale ci siano tra forze politiche alleate ma che non sono la stessa cosa. "Non abbiamo paura del voto e non abbiamo paura della democrazia e candidiamo un'intera classe dirigente che ha competenze e passione che ha sete di cambiare le cose che sa come fare". 

E concludendo la relazione, Schlein torna sul punto della premiership: "Che ci sia un pezzo di establishment che non vuole un governo progressista, non è una novità è la storia di questo paese. Che ci sia chi non può tollerare proprio l'idea di una persona di sinistra Palazzo Chigi. Non è una sorpresa, la sorpresa saremo noi stavolta. Perché c'è qualcuno che tifa il pareggio e che pensa sempre che sarebbero meglio le larghe intese e allora forse sarebbe meglio un leader disponibile alle larghe intese. Ecco, mi dispiace deludervi, ma l'impegno che abbiamo preso con i nostri lettori è chiaro noi andremo al governo solo vincendo le elezioni con la nostra alleanza progressista che vi piaccia o no. C'è chi non si rassegna all'idea che questo partito è un partito autonomo che risponde solo ai suoi scritti e ai suoi elettori. C'è chi vorrebbe condizionarci e darci la linea da fuori, c'è chi vorrebbe scegliere per noi, cercano di entrarci in casa ogni giorno per dividerci e per fare i comodi loro. Ecco: troveranno questa porta chiusa e troveranno la nostra comunità sempre più coesa". 

 

Dopo la relazione con avvertimento della dem, ecco quindi arrivare le reazioni degli alleati. A replicare è il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, a margine di un'iniziativa a Frosinone: "Schlein ha ufficialmente confermato che per lei sono due le strade: o la candidata premier è lei, oppure ci saranno le primarie". L'ex presidente del Consiglio traccia quindi la rotta da seguire: "Io credo a questo punto che la strada sia ben chiara, non ci sono alternative, sarà la strada delle primarie". Una scelta ribadita con forza in nome del metodo democratico: "Perché dobbiamo sempre preferire la direzione di una partecipazione democratica". 

E' la volta, poi, del leader Avs Angelo Bonelli. "Ho letto dichiarazione Schlein sul fatto che nel centro sinistra ‘uno non vale uno’, penso sia stata un errore fare una dichiarazione così, quando si deve costruire un programma il tema non è se uno vale uno ma portare alcuni argomenti importanti a prescindere del consenso", spiega a Un Giorno da Pecora, su Radiouno. 

"Ad esempio: il 5% sulle spese militari, lo togliamo? Non è corretto dire nella costruzione del programma ‘uno non vale uno’, è sbagliato. Dobbiamo ascoltare gli argomenti", aggiunge il deputato di Avs. Sul federatore del centrosinistra, Bonelli sottolinea: "Mi pare chiaro che ora il Pd abbia un’altra posizione. Più di una volta hanno ribadito che il leader deve esser espresso dal partito con più voti o si fanno le primarie. Allo stato attuale mi sembra che solo il Pd voglia le primarie, evidentemente non siamo riusciti a convincerli. Rispetto le loro posizioni ma credo che uno sforzo in più sarebbe stato apprezzabile e utile per il Paese". 

Sulla stessa linea interviene il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, commentando le parole della segretaria dem a margine della Leopolda: "Elly Schlein ha ragione quando dice che il Partito Democratico ha un peso maggiore rispetto agli altri". Un riconoscimento basato sul consenso reale e sui pesi politici della coalizione: "Mi piacerebbe che non fossero parole giuste perché vorrebbe dire che Italia Viva col tre per cento può decidere tutto. E' giusto, invece, che Italia Viva conti per il tre per cento, il Movimento Cinque Stelle per il 10 per cento, mentre il Partito Democratico ha preso più voti degli altri". 

Renzi sottolinea inoltre l'apertura dimostrata dai dem: "Le parole della Schlein sono accompagnate comunque da un gesto di generosità, perché lei dice che ha più voti di tutti ma che sono disponibili a fare le primarie e quant'altro". Una posizione che il leader di IV condivide pienamente: "Quindi francamente devo dire che le parole di Schlein sono condivisibili dalla A alla Z, e lo dice uno che avrebbe tutto l'interesse a fare i conti con l'uno vale uno perché siamo i più piccoli della coalizione". 

3 ott 2026

Covid, torna a crescere il virus in Europa? L'esperto: "Attenzione alla nuova PJ.2.1, è l'osservata speciale"

(Adnkronos) - Dopo mesi di sostanziale silenzio, il Covid sta tornando a far parlare di sé. L'alert è partito dalla Francia, dove si è registrato un deciso aumento dei casi. Ma cosa sta succedendo davvero Oltralpe? E cosa dobbiamo aspettarci in Italia e nel resto d'Europa? Prova a tracciare un quadro all'Adnkronos Salute Federico Gueli, il 'cacciatore' italiano di varianti che, dopo l'esperienza accumulata ai tempi della pandemia, ormai da anni continua a seguire l'evolversi del virus Sars-CoV-2, provando a prevederne le traiettorie anche oggi che tamponi, campionamenti e sequenziamenti sono crollati un po' ovunque. Guardando prima di tutto i dati delle due reti di sorveglianza francesi, l'esperto precisa: "Entrambi i report evidenziano un incremento di casi a fine settembre, rispetto alla settimana precedente, però bisogna essere molto chiari: si parte da una situazione di bassissima circolazione. Va tenuto presente che i livelli di adesso non sono superiori a quelli dell'anno scorso nello stesso periodo. E in generale", vale anche per l'Italia, "non c'è a oggi un allarme. Siamo davanti a una situazione abbastanza normale, anche legata alla stagione e all'effetto della riapertura delle scuole".  

 

Perché lo scenario è, come spiega Gueli, diverso da quello che si osservava prima del 2024? "Per capirlo dobbiamo partire dalle varianti Covid che attualmente vengono considerate 'sotto monitoraggio' (Vum) dall'Organizzazione mondiale della sanità. L'Oms ne vede 4: il ricombinante XFG; il ricombinante NB.1.8.1; poi BA.3.2 (variante 'saltation'- emersa cioè all'improvviso con un alto numero di mutazioni - che ha circolato in Europa fino a prima dell'estate); e l'ultima aggiunta, a cui in Italia è stato dato poco rilievo, che è PQ.16.1.1, una variante nata in Cina, evoluzione di NB.1.8.1, che ha dato vita a diverse ondate epidemiche abbastanza importanti oltre che nel gigante asiatico anche in altri Paesi dell'area da Hong Kong a Singapore, parzialmente in Sud Corea insieme ad altre varianti, in Thailandia e a Taiwan. Quest'ultima variante con la sua mutazione principale D420N ha sbaragliato gli altri concorrenti che circolavano in Asia in quel periodo ed è diventata dominante. Ha provocato un'onda che ha avuto il picco da metà, fine estate in poi in tutti i Paesi asiatici e adesso è in calando. Questa variante è arrivata in Europa, negli Stati Uniti, ma anche in Oceania e non ha fatto praticamente nulla, non ha mostrato un vantaggio. Probabilmente la sua capacità di evadere l'immunità era molto specifica per quella zona (caratterizzata da differenti vaccini iniziali, lockdown più severi nella prima ondata e mantenuti per più tempo). Mentre sembra meno performante quando si misura con l'immunità dei Paesi occidentali, basata su infezione e vaccino a mRna".  

Fatto sta, analizza Gueli, che "dopo la primavera 2025 - quando a livello mondiale si sono affermate XFG ed NB.1.8.1 (quest'ultima con un'alta prevalenza soprattutto in Asia e Oceania) - per tutto il periodo successivo non c'è più stata una variante che sia riuscita a guadagnare una dominanza globale. Ci sono state tante varianti, anche d'interesse per il monitoraggio, ma tutte a livello locale, continentale o regionale. Ogni Paese oppure ogni area aveva la propria. In questo scenario è intervenuta BA.3.2, una variante sudafricana che ha rischiato di estinguersi e poi l'inverno scorso ha iniziato a farsi sentire in Europa e in Australia e Oceania. BA.3.2 sembra avere una capacità superiore di infettare i bambini e questa sua azione sui piccoli ha tolto una riserva di circolazione fondamentale per tutti gli agenti respiratori, costringendo le altre varianti a evolversi. E' il caso di NB.1.8.1 che ha lasciato campo alla sua sottovariante PQ.16.1.1. D'altra parte anche XFG, che era più prevalente in Europa e in America, ha dovuto evolvere per competere con BA.3.2 e abbiamo visto così versioni con 3-5 o più mutazioni nella proteina Spike (con cui il virus attacca la cellula) prendere il sopravvento sulle vecchie". Cosa sta provocando l'aumento di casi a livello locale? "Noi vediamo in questo momento un rimescolamento di varie varianti che hanno preso il sopravvento solo parzialmente sulla vecchia generazione, aggiungendo 3-4 mutazioni rispetto ai progenitori che le rendono probabilmente più evasive - dice Gueli - Questa evasività, però, probabilmente ha un costo in termini di infettività. E oggi vediamo che la capacità di queste varianti di creare dei 'super spreading event' (situazioni in cui ad esempio in uno stadio si ammalano decine di migliaia di persone) è molto minore rispetto a prima, sia perché l'immunità è maggiore, sia per una questione di mutazioni".  

Nei report delle agenzie pubbliche, continua Gueli, "tutte le sottovarianti che in questo periodo hanno avuto un vantaggio sono state un po' perse, anche perché molto locali e difficili da inquadrare nell'andamento. Al momento la situazione è molto equilibrata e frammentata: in diversi Paesi ci sono diverse varianti, il virus non sembra avere forza e spazio per prendere mutazioni che danno grandissimi vantaggi competitivi, tali da riuscire a infettare grandi porzioni di popolazione in breve tempo. Siamo in una fase davvero 'post pandemica' e anche l'attenzione mediatica si è abbassata, essendo passato il momento emergenziale. E' dal 2024 che non abbiamo più visto delle ondate globali generalizzate. Abbiamo avuto picchi, con la tendenza anche a una diffusione globale, ma meno coordinati e con alcuni Paesi che hanno registrato fasi di 12 mesi senza ondate". Dall'altro lato, va ricordato che "soprattutto nei Paesi asiatici ci sono stati focolai consistenti con ricoveri e decessi, ma non paragonabili a prima del 2024. Quindi, se dal punto di vista medico è ovviamente importante sapere cosa e come circola" e stare all'erta, "in un'analisi generale occorre sempre relativizzare sul momento reale: abbiamo una crescita, ma non impetuosa né eccezionale".  

 

In Europa qual è la situazione? "Il quadro al momento non è chiaro - osserva Gueli - Prima di tutto ci sono pochi dati, poche sequenze. La maggior parte di quelle europee vengono dalla Spagna, dove sicuramente è in corso un'ondata che però non sta facendo notizia. Vediamo incrementi in Francia, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, e nel Regno Unito dove siamo in una fase iniziale. A livello europeo oggi vediamo principalmente 4-5 varianti. Due derivano da XFG, e sulla quarta ci sono ancora pochi dati nel Vecchio Continente, nel senso che la presenza è rilevata sia in Inghilterra che in Spagna, ma non in altri Paesi. Le due varianti di XFG (TA.1 e TK.1) hanno diverse mutazioni, ma non c'è motivo di pensare che abbiano un livello di severità maggiore. Di particolare abbiamo in Spagna un'ulteriore variante derivata da XFG (cioè ST.1), che ha delle mutazioni in una proteina fuori dallo Spike, e ci ha un po' sorpreso perché di solito tali mutazioni non hanno un impatto epidemico. La variante non è stata ancora studiata ma sta andando meglio di altre, pur non ponendo rischi al momento".  

 

E poi c'è quella che Gueli definisce "l'osservata speciale". "E' una nuova variante 'saltation' che abbiamo tracciato proprio dal primo paziente, il che è unico perché ci ha permesso di studiare anche la dinamica da cui è nata e tutto il suo percorso. L'analisi parte da un caso di infezione cronica che il mio collega Ryan Hisner stava tracciando in un ospedale in Ontario fin dalla fine del 2025 (una persona che stava male e si rivolgeva diverse volte ai medici, che trovavano il test positivo e sempre la stessa variante che continuava a mutare). La 'sorvegliata speciale' si chiama PJ.2.1 e in questo paziente ha acquisito 20 mutazioni. All'improvviso da gennaio ha iniziato a circolare a livelli bassi, probabilmente nello stesso ospedale, in infezioni ospedaliere. Dopodiché da maggio ha iniziato a circolare nella popolazione. Successivamente, forse anche in corrispondenza coi Mondiali di calcio che si sono giocati in America, l'abbiamo vista arrivare a New York. Con il sequenziamento delle acque reflue abbiamo iniziato a vedere che si espandeva in America abbastanza velocemente ma in misura limitata, poi più significativa a settembre, e l'abbiamo iniziata a trovare anche in giro per il mondo: in Colombia e a Cuba, attraverso i viaggiatori che arrivavano negli Usa, e in Spagna, Olanda, Inghilterra, ma anche in Australia e Singapore. Quindi si sta espandendo. E' vero che non sta avendo un'esplosione come le precedenti, ma cresce di prevalenza nei Paesi in cui si espande. Due anni fa avremmo detto: 'Potrebbe diventare dominante'. Ma ora le dinamiche sono talmente complicate che ci limitiamo a segnalarne la presenza sulla scena in un 'timing' vantaggioso: se a settembre PJ.2.1 è al 10%, a ottobre-novembre e nel clou dell'ondata invernale potrebbe trovare un ampio bacino". Uno dei massimi esperti di varianti Covid, Yunlong Cao, l'ha già studiata, "e ha visto che non è più evasiva delle altre, ma ha una capacità superiore di 'binding', di legarsi alla cellula umana. Questo ci fa pensare che, se evolvesse ulteriormente mantenendo un equilibrio favorevole, potrebbe avere un impatto - conclude Gueli - Va dunque monitorata anche se non c'è nulla che ci faccia pensare che sia attualmente collegata all'incremento di casi in Francia, né alla crescita relativa osservata negli ultimi aggiornamenti in Italia, soprattutto nelle regioni Lombardia, Veneto, Lazio e Campania, che in genere sono le prime a recepire le nuove varianti".  

3 ott 2026

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3 ott 2026

Zhang Weiwei sorride e affonda l’Europa: “Leadership debole, dipendenza dagli Usa e paura irrazionale della Russia”

(Adnkronos) - Parla sorridendo, e il tono resta gentile anche quando il giudizio diventa tagliente, anche quando chi lo intervista prova a metterlo di fronte a dei punti fermi, che per lui sono sì fermi, ma da una prospettiva rovesciata. L’Adnkronos ha incontrato Zhang Weiwei alCentro Studi Americani.L'occasione era un incontro organizzato dal Berggruen Institute, che ha sedi a Los Angeles, Pechino e Venezia, in cui un gruppo di relatori e ospiti di un mondo che possiamo definire "euro-atlantico" si è confrontato con il professore di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University.  

Ma Zhang è molto di più: è uno degli intellettuali pubblici più conosciuti del suo Paese, che alterna le lezioni universitarie al suo ruolo centrale in This Is China, programma politico di Dragon TV, mentre accumula centinaia di milioni di visualizzazioni sui social.  

Nel maggio 2021 ha tenuto una relazione davanti al Politburo del Partito comunista presieduta da Xi Jinping, dedicata a rafforzare la capacità della Cina di raccontare sé stessa al mondo.  

Al centro del suo pensiero c’è il concetto di “civilizational state”, Stato-civiltà: la Cina non può essere interpretata come uno Stato-nazione nato nell’età moderna, alla maniera degli europei: è invece la sovrapposizione di uno Stato moderno enorme (per popolazione, territorio, capacità industriale e amministrativa) e di una civiltà politica ininterrotta da millenni. 

È da qui che nasce un pezzo importante della sua critica all'Occidente. Secondo Zhang, categorie come multipartitismo, alternanza elettorale o democrazia liberale non possono essere considerate il metro universale con cui giudicare l'efficacia e la legittimità di un sistema politico. Nell'intervista lo spiega risalendo addirittura all'unificazione della Cina del 221 avanti Cristo e alla lunga tradizione di selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali: una continuità storica dalla quale, nella sua interpretazione, discenderebbe anche l'enfasi contemporanea cinese sulla selezione e sull'esperienza amministrativa della classe dirigente. È su questa base che arriva al giudizio più provocatorio: la leadership cinese sarebbe “tra le più competenti al mondo”, mentre quella dell'Unione europea sarebbe “molto debole” e “molto al di sotto” di quella cinese.  

Il concetto è ovviamente controverso. Il richiamo alla specificità storica diventa rapidamente eccezionalismo politico: se ogni civiltà ha criteri propri, anche le dittature più spietate possono essere presentate come semplice espressione di una diversa traiettoria storica. Questo, e molto altro, è stato al centro del confronto del 2011 con Francis Fukuyama, l'autore di La fine della storia. Due letture quasi opposte della modernizzazione: da una parte Fukuyama e la centralità delle istituzioni liberaldemocratiche, dall'altra Zhang e l'idea che l'ascesa cinese dimostrasse l'esistenza di percorsi alternativi.  

Quindici anni dopo, quel confronto è diventato parte essenziale della sua narrazione pubblica. Zhang ricorda di avere contestato allora l'ottimismo suscitato dalle Primavere arabe, prevedendo che si sarebbero trasformate in un “Arab Winter”; di aver sostenuto che anche il sistema politico americano, non soltanto quello cinese, avesse bisogno di profonde riforme; e di aver avvertito che il populismo avrebbe potuto mettere in crisi le democrazie occidentali e portare gli Stati Uniti a eleggere qualcuno che si sarebbe rivelato più impopolare di George W. Bush. Nell'intervista ad Adnkronos rivendica apertamente quelle previsioni e le collega all'ascesa di Donald Trump.  

Per Zhang, il problema dell’Europa non è soltanto economico. È politico e strategico: il continente avrebbe perso autonomia nei confronti degli Stati Uniti, che oggi sono "un problema". Ancora più nette le parole sull’Ucraina, che rispecchiano quelle del partito a Pechino: l’allargamento della Nato sarebbe una delle cause principali del conflitto e l’idea, diffusa in alcuni Paesi europei, di prepararsi a una possibile guerra con la Russia entro la fine del decennio sarebbe “irrazionale”.  

Professor Zhang, Europa e Cina stanno entrando in una nuova fase della loro relazione commerciale. C'è uno squilibrio crescente tra ciò che la Cina esporta in Europa e l’accesso che le imprese europee hanno al mercato cinese.  

“La questione commerciale va avanti ormai da molti anni e oggi sembra diventata più seria. L’Unione europea sostiene che la Cina abbia un enorme surplus commerciale. Tecnicamente è vero. Ma bisogna guardare più attentamente ai numeri. 

Una parte importante di quel surplus deriva, per esempio, da prodotti realizzati da aziende europee, soprattutto automobilistiche, in Cina e poi venduti sul mercato europeo. Bisogna inoltre considerare il commercio dei servizi, dove è la Cina ad avere un deficit nei confronti dell’Ue. 

Se prendiamo in considerazione anche i profitti delle imprese europee e il surplus europeo nei servizi, il divario non è così grande. La posizione cinese è molto chiara: non vogliamo mantenere né un surplus né un deficit. Vogliamo creare vantaggi positivi per entrambe le parti. Dobbiamo lavorare insieme per creare una torta più grande. Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa”.  

Lei definisce la Cina uno “Stato-civiltà”. Ma dove si può trovare un terreno comune tra due sistemi politici così diversi come quello europeo e quello cinese?  

“Quando descrivo la Cina come uno Stato-civiltà intendo dire che è il risultato della fusione, nel corso della sua lunga storia, di centinaia di Stati. La Cina di oggi unisce la più antica civiltà continua del mondo a un enorme Stato moderno. 

Molti europei criticano, per esempio, il cosiddetto sistema a partito unico cinese. Ma io ricordo ai miei amici europei che, dalla prima unificazione della Cina nel 221 avanti Cristo, abbiamo avuto per oltre duemila anni una forma di entità politica unificata. Non era naturalmente il partito unico come lo intendiamo oggi: era un sistema unitario, in gran parte fondato sulla tradizione confuciana. 

E dietro questo sistema c’è sempre stata una logica di selezione. La Cina inventò gli esami per il servizio civile circa 1.500 anni fa. Se guardate alla leadership cinese contemporanea, molti dei massimi dirigenti hanno governato province con decine di milioni, in alcuni casi oltre cento milioni di abitanti, prima di arrivare ai vertici. 

Per questo considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo. E, se posso essere un po’ critico verso l’Europa, guardando alla leadership dell’Unione europea la trovo molto debole, molto al di sotto di quella cinese. L’Europa merita una leadership migliore”.  

Gli Stati Uniti cercano però di ricostruire e rafforzare le proprie alleanze, anche sulle catene di approvvigionamento e sulla tecnologia. L’Europa rischia di diventare il terreno della competizione tra Washington e Pechino?  

“Se guardiamo agli ultimi decenni, la Cina è sempre stata una sostenitrice convinta dell’integrazione europea e dell’autonomia europea. Questa posizione non è mai cambiata. 

È stata piuttosto l’Europa a perdere parte della propria autonomia e indipendenza. Emmanuel Macron stesso ha utilizzato espressioni molto forti parlando del rischio di diventare un vassallo degli Stati Uniti. 

Donald Trump, a sua volta, tende a guardare dall’alto in basso l’Unione europea. Conosciamo il suo carattere: rispetta i Paesi forti e i leader forti. Rispetta Vladimir Putin e rispetta la leadership cinese. Questa è almeno la mia interpretazione della sua mentalità. 

L’Europa dovrebbe difendere con fermezza i propri interessi. Ha interessi diversi da quelli degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. È perfettamente comprensibile. Quello che non capisco è perché dovrebbe cercare di conquistarsi il favore di Donald Trump o degli Stati Uniti. Dal punto di vista cinese, non ne vale la pena. 

La Cina ha spesso detto no alle superpotenze. Abbiamo combattuto due guerre contro gli Stati Uniti, in Corea e in Vietnam. Abbiamo linee rosse molto chiare che nessun Paese può superare. Nelle relazioni internazionali dovremmo prendere seriamente il principio dell'uguaglianza sovrana sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. 

Se dovessi dare oggi un solo consiglio ai miei amici europei, sarebbe questo: l’Europa deve risolvere il suo problema americano”.  

Quindi non condivide l’idea che sia in corso un nuovo “China shock” per l’Europa, come ha detto Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell'Unione?  

“Da molti anni cerchiamo di invitare americani ed europei a fare una valutazione più lucida della realtà internazionale. Quindici anni fa ebbi un dibattito con Francis Fukuyama. Era il 2011, l’anno della Primavera araba. Lui sosteneva che anche la Cina avrebbe potuto vivere una propria Primavera araba. Io gli risposi: non succederà. E aggiunsi che la Primavera araba sarebbe diventata un inverno arabo. 

Nello stesso periodo, parlando anche in Europa, dissi che quelle dinamiche avrebbero prodotto conseguenze disastrose anche per il continente. Nessuno ascoltò. 

Fukuyama sosteneva inoltre che la Cina avesse bisogno di riforme politiche. Gli dissi: sì, ma forse sono gli Stati Uniti ad avere ancora più bisogno di riforme, perché il loro sistema politico è un prodotto dell’epoca preindustriale. 

Dissi anche che, senza riforme serie, gli Stati Uniti avrebbero finito per eleggere un presidente peggiore di George W. Bush. Ora hanno Donald Trump. Il populismo di basso livello può distruggere la democrazia occidentale se non vengono introdotte riforme”.  

Cina e Stati Uniti hanno iniziato a discutere anche dei rischi dell’intelligenza artificiale. La sua università, Fudan, da tempo lavora con la Brookings institution per trovare un terreno comune. È possibile immaginare una forma di governance condivisa dell’AI, nonostante la competizione strategica tra le due potenze?  

“La buona notizia è che durante il vertice Cina e Stati Uniti hanno concordato di avviare discussioni sull’AI. È una scelta molto sensata, perché l’intelligenza artificiale sta avanzando a una velocità enorme ed è un’arma a doppio taglio: se viene gestita male può produrre conseguenze disastrose per l’umanità. 

Se le due superpotenze dell’AI riuscissero a parlarsi e magari, con il tempo, a creare meccanismi di allerta precoce o altre forme di gestione del rischio, sarebbe un segnale positivo. 

Pensiamo alle armi nucleari. All’inizio ci fu soltanto la corsa agli armamenti. Poi si comprese quanto fossero devastanti e Stati Uniti e Unione Sovietica cominciarono a parlare di controllo e riduzione degli arsenali. La speranza è che sull’AI si possa iniziare prima, senza aspettare una catastrofe. 

Quanto alla competizione tecnologica, Jensen Huang di Nvidia ha descritto l’AI come una torta composta da cinque strati: energia, chip, infrastrutture, grandi modelli e applicazioni. Cina e Stati Uniti sono gli unici due Paesi realmente presenti su tutti e cinque questi fronti. 

Xi Jinping stesso ha riconosciuto apertamente che una competizione esiste ed è naturale. Il punto è cercare di renderla una competizione positiva. Certo, su questi cinque fronti la Cina non è debole”.  

Lei ha criticato duramente Trump per la guerra in Iran. Ma per l’Europa il problema centrale resta la Russia e la sua guerra in Ucraina. Come concilia Pechino il messaggio di essere una potenza pacifica con il rapporto strategico che mantiene con Mosca, che non potrebbe stare in piedi economicamente e dunque militarmente senza il sostegno cinese?  

“Dal punto di vista cinese sia la Russia sia l’Ucraina sono buone amiche della Cina. Siamo profondamente addolorati per questa guerra e speriamo che le due parti possano riprendere qualche forma di negoziato e arrivare infine a una soluzione politica. 

Ma sulle cause del conflitto la posizione cinese è molto chiara. E io l’ho detto più volte: i cinque round di espansione della Nato verso Est sono una delle cause principali della guerra. 

A mio avviso, se la Nato si fosse fermata dopo quattro allargamenti, la guerra avrebbe potuto essere evitata. 

Oggi in Europa si parla molto poco di come si sia arrivati fino a questo punto. Henry Kissinger, George Kennan e molti altri intellettuali, politici e diplomatici lungimiranti, negli Stati Uniti, in Europa e anche in Cina, avevano avvertito che un'ulteriore espansione della Nato avrebbe portato a uno scontro con la Russia. Ma la Nato non ha ascoltato”.  

In Europa, però, molti governi sostengono che oggi sia necessario prepararsi alla deterrenza nei confronti della Russia.  

“È proprio questo che considero preoccupante. L’Europa dovrebbe esaminare le complesse ragioni che hanno portato alla guerra invece di alimentare l’idea di un futuro conflitto con la Russia. Non credo affatto che la Russia farà una guerra contro l’Europa. Questa è una narrativa portata avanti da alcuni politici e da alcuni interessi del complesso militare europeo. 

Più vengo in Europa, più ho la sensazione che stia venendo meno un modo obiettivo di ragionare, non soltanto tra molti politici ma persino in alcuni ambienti accademici. È triste. Dobbiamo evitare che l’Europa diventi ancora una volta il luogo di origine di una guerra mondiale. È fondamentale. Ascoltate anche i consigli che arrivano dalla Cina”.  

Quindi secondo lei è l'Europa che sta sviluppando una mentalità orientata alla guerra?  

“Sì. Sono stato in Germania a maggio e ho parlato con diverse persone. Ho sentito discutere apertamente della possibilità di una guerra con la Russia e della necessità di essere pronti entro il 2029, o al massimo il 2030. Lo trovo irrazionale. Irrazionale. 

La Germania è il Paese che ha prodotto tanti filosofi, dovrebbe essere razionale. E invece in questo momento non credo che lo sia”.  

Ma i governi europei indicano anche azioni russe molto concrete: sabotaggi, droni esplosivi, cyberattacchi. Non sono ragioni sufficienti per adottare un approccio più attento alla sicurezza?  

“A volte bisogna tornare ai fondamentali. E il principio fondamentale è che l’architettura di sicurezza europea deve essere basata sulla sicurezza comune: sicurezza per la Russia e sicurezza per le altre parti d’Europa. 

Quello che è accaduto è stato invece un approccio esclusivo, con la Russia lasciata fuori dall’Europa. 

Ricordo che all’inizio degli anni Novanta si parlava di un’Europa unita e pacifica, di una casa comune europea molto più ampia. Quello era l’approccio giusto. Spero che l’Europa possa tornare a quella impostazione. Altrimenti il rischio è molto alto”. 

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