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Zhang Weiwei sorride e affonda l’Europa: “Leadership debole, dipendenza dagli Usa e paura irrazionale della Russia”

(Adnkronos) - Parla sorridendo, e il tono resta gentile anche quando il giudizio diventa tagliente, anche quando chi lo intervista prova a metterlo di fronte a dei punti fermi, che per lui sono sì fermi, ma da una prospettiva rovesciata. L’Adnkronos ha incontrato Zhang Weiwei alCentro Studi Americani.L'occasione era un incontro organizzato dal Berggruen Institute, che ha sedi a Los Angeles, Pechino e Venezia, in cui un gruppo di relatori e ospiti di un mondo che possiamo definire "euro-atlantico" si è confrontato con il professore di Relazioni internazionali e direttore del China Institute della Fudan University.  

Ma Zhang è molto di più: è uno degli intellettuali pubblici più conosciuti del suo Paese, che alterna le lezioni universitarie al suo ruolo centrale in This Is China, programma politico di Dragon TV, mentre accumula centinaia di milioni di visualizzazioni sui social.  

Nel maggio 2021 ha tenuto una relazione davanti al Politburo del Partito comunista presieduta da Xi Jinping, dedicata a rafforzare la capacità della Cina di raccontare sé stessa al mondo.  

Al centro del suo pensiero c’è il concetto di “civilizational state”, Stato-civiltà: la Cina non può essere interpretata come uno Stato-nazione nato nell’età moderna, alla maniera degli europei: è invece la sovrapposizione di uno Stato moderno enorme (per popolazione, territorio, capacità industriale e amministrativa) e di una civiltà politica ininterrotta da millenni. 

È da qui che nasce un pezzo importante della sua critica all'Occidente. Secondo Zhang, categorie come multipartitismo, alternanza elettorale o democrazia liberale non possono essere considerate il metro universale con cui giudicare l'efficacia e la legittimità di un sistema politico. Nell'intervista lo spiega risalendo addirittura all'unificazione della Cina del 221 avanti Cristo e alla lunga tradizione di selezione dei funzionari attraverso gli esami imperiali: una continuità storica dalla quale, nella sua interpretazione, discenderebbe anche l'enfasi contemporanea cinese sulla selezione e sull'esperienza amministrativa della classe dirigente. È su questa base che arriva al giudizio più provocatorio: la leadership cinese sarebbe “tra le più competenti al mondo”, mentre quella dell'Unione europea sarebbe “molto debole” e “molto al di sotto” di quella cinese.  

Il concetto è ovviamente controverso. Il richiamo alla specificità storica diventa rapidamente eccezionalismo politico: se ogni civiltà ha criteri propri, anche le dittature più spietate possono essere presentate come semplice espressione di una diversa traiettoria storica. Questo, e molto altro, è stato al centro del confronto del 2011 con Francis Fukuyama, l'autore di La fine della storia. Due letture quasi opposte della modernizzazione: da una parte Fukuyama e la centralità delle istituzioni liberaldemocratiche, dall'altra Zhang e l'idea che l'ascesa cinese dimostrasse l'esistenza di percorsi alternativi.  

Quindici anni dopo, quel confronto è diventato parte essenziale della sua narrazione pubblica. Zhang ricorda di avere contestato allora l'ottimismo suscitato dalle Primavere arabe, prevedendo che si sarebbero trasformate in un “Arab Winter”; di aver sostenuto che anche il sistema politico americano, non soltanto quello cinese, avesse bisogno di profonde riforme; e di aver avvertito che il populismo avrebbe potuto mettere in crisi le democrazie occidentali e portare gli Stati Uniti a eleggere qualcuno che si sarebbe rivelato più impopolare di George W. Bush. Nell'intervista ad Adnkronos rivendica apertamente quelle previsioni e le collega all'ascesa di Donald Trump.  

Per Zhang, il problema dell’Europa non è soltanto economico. È politico e strategico: il continente avrebbe perso autonomia nei confronti degli Stati Uniti, che oggi sono "un problema". Ancora più nette le parole sull’Ucraina, che rispecchiano quelle del partito a Pechino: l’allargamento della Nato sarebbe una delle cause principali del conflitto e l’idea, diffusa in alcuni Paesi europei, di prepararsi a una possibile guerra con la Russia entro la fine del decennio sarebbe “irrazionale”.  

Professor Zhang, Europa e Cina stanno entrando in una nuova fase della loro relazione commerciale. C'è uno squilibrio crescente tra ciò che la Cina esporta in Europa e l’accesso che le imprese europee hanno al mercato cinese.  

“La questione commerciale va avanti ormai da molti anni e oggi sembra diventata più seria. L’Unione europea sostiene che la Cina abbia un enorme surplus commerciale. Tecnicamente è vero. Ma bisogna guardare più attentamente ai numeri. 

Una parte importante di quel surplus deriva, per esempio, da prodotti realizzati da aziende europee, soprattutto automobilistiche, in Cina e poi venduti sul mercato europeo. Bisogna inoltre considerare il commercio dei servizi, dove è la Cina ad avere un deficit nei confronti dell’Ue. 

Se prendiamo in considerazione anche i profitti delle imprese europee e il surplus europeo nei servizi, il divario non è così grande. La posizione cinese è molto chiara: non vogliamo mantenere né un surplus né un deficit. Vogliamo creare vantaggi positivi per entrambe le parti. Dobbiamo lavorare insieme per creare una torta più grande. Una guerra commerciale sarebbe semplicemente stupida, sia per la Cina sia per l’Europa”.  

Lei definisce la Cina uno “Stato-civiltà”. Ma dove si può trovare un terreno comune tra due sistemi politici così diversi come quello europeo e quello cinese?  

“Quando descrivo la Cina come uno Stato-civiltà intendo dire che è il risultato della fusione, nel corso della sua lunga storia, di centinaia di Stati. La Cina di oggi unisce la più antica civiltà continua del mondo a un enorme Stato moderno. 

Molti europei criticano, per esempio, il cosiddetto sistema a partito unico cinese. Ma io ricordo ai miei amici europei che, dalla prima unificazione della Cina nel 221 avanti Cristo, abbiamo avuto per oltre duemila anni una forma di entità politica unificata. Non era naturalmente il partito unico come lo intendiamo oggi: era un sistema unitario, in gran parte fondato sulla tradizione confuciana. 

E dietro questo sistema c’è sempre stata una logica di selezione. La Cina inventò gli esami per il servizio civile circa 1.500 anni fa. Se guardate alla leadership cinese contemporanea, molti dei massimi dirigenti hanno governato province con decine di milioni, in alcuni casi oltre cento milioni di abitanti, prima di arrivare ai vertici. 

Per questo considero la leadership politica cinese tra le più competenti al mondo. E, se posso essere un po’ critico verso l’Europa, guardando alla leadership dell’Unione europea la trovo molto debole, molto al di sotto di quella cinese. L’Europa merita una leadership migliore”.  

Gli Stati Uniti cercano però di ricostruire e rafforzare le proprie alleanze, anche sulle catene di approvvigionamento e sulla tecnologia. L’Europa rischia di diventare il terreno della competizione tra Washington e Pechino?  

“Se guardiamo agli ultimi decenni, la Cina è sempre stata una sostenitrice convinta dell’integrazione europea e dell’autonomia europea. Questa posizione non è mai cambiata. 

È stata piuttosto l’Europa a perdere parte della propria autonomia e indipendenza. Emmanuel Macron stesso ha utilizzato espressioni molto forti parlando del rischio di diventare un vassallo degli Stati Uniti. 

Donald Trump, a sua volta, tende a guardare dall’alto in basso l’Unione europea. Conosciamo il suo carattere: rispetta i Paesi forti e i leader forti. Rispetta Vladimir Putin e rispetta la leadership cinese. Questa è almeno la mia interpretazione della sua mentalità. 

L’Europa dovrebbe difendere con fermezza i propri interessi. Ha interessi diversi da quelli degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. È perfettamente comprensibile. Quello che non capisco è perché dovrebbe cercare di conquistarsi il favore di Donald Trump o degli Stati Uniti. Dal punto di vista cinese, non ne vale la pena. 

La Cina ha spesso detto no alle superpotenze. Abbiamo combattuto due guerre contro gli Stati Uniti, in Corea e in Vietnam. Abbiamo linee rosse molto chiare che nessun Paese può superare. Nelle relazioni internazionali dovremmo prendere seriamente il principio dell'uguaglianza sovrana sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. 

Se dovessi dare oggi un solo consiglio ai miei amici europei, sarebbe questo: l’Europa deve risolvere il suo problema americano”.  

Quindi non condivide l’idea che sia in corso un nuovo “China shock” per l’Europa, come ha detto Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell'Unione?  

“Da molti anni cerchiamo di invitare americani ed europei a fare una valutazione più lucida della realtà internazionale. Quindici anni fa ebbi un dibattito con Francis Fukuyama. Era il 2011, l’anno della Primavera araba. Lui sosteneva che anche la Cina avrebbe potuto vivere una propria Primavera araba. Io gli risposi: non succederà. E aggiunsi che la Primavera araba sarebbe diventata un inverno arabo. 

Nello stesso periodo, parlando anche in Europa, dissi che quelle dinamiche avrebbero prodotto conseguenze disastrose anche per il continente. Nessuno ascoltò. 

Fukuyama sosteneva inoltre che la Cina avesse bisogno di riforme politiche. Gli dissi: sì, ma forse sono gli Stati Uniti ad avere ancora più bisogno di riforme, perché il loro sistema politico è un prodotto dell’epoca preindustriale. 

Dissi anche che, senza riforme serie, gli Stati Uniti avrebbero finito per eleggere un presidente peggiore di George W. Bush. Ora hanno Donald Trump. Il populismo di basso livello può distruggere la democrazia occidentale se non vengono introdotte riforme”.  

Cina e Stati Uniti hanno iniziato a discutere anche dei rischi dell’intelligenza artificiale. La sua università, Fudan, da tempo lavora con la Brookings institution per trovare un terreno comune. È possibile immaginare una forma di governance condivisa dell’AI, nonostante la competizione strategica tra le due potenze?  

“La buona notizia è che durante il vertice Cina e Stati Uniti hanno concordato di avviare discussioni sull’AI. È una scelta molto sensata, perché l’intelligenza artificiale sta avanzando a una velocità enorme ed è un’arma a doppio taglio: se viene gestita male può produrre conseguenze disastrose per l’umanità. 

Se le due superpotenze dell’AI riuscissero a parlarsi e magari, con il tempo, a creare meccanismi di allerta precoce o altre forme di gestione del rischio, sarebbe un segnale positivo. 

Pensiamo alle armi nucleari. All’inizio ci fu soltanto la corsa agli armamenti. Poi si comprese quanto fossero devastanti e Stati Uniti e Unione Sovietica cominciarono a parlare di controllo e riduzione degli arsenali. La speranza è che sull’AI si possa iniziare prima, senza aspettare una catastrofe. 

Quanto alla competizione tecnologica, Jensen Huang di Nvidia ha descritto l’AI come una torta composta da cinque strati: energia, chip, infrastrutture, grandi modelli e applicazioni. Cina e Stati Uniti sono gli unici due Paesi realmente presenti su tutti e cinque questi fronti. 

Xi Jinping stesso ha riconosciuto apertamente che una competizione esiste ed è naturale. Il punto è cercare di renderla una competizione positiva. Certo, su questi cinque fronti la Cina non è debole”.  

Lei ha criticato duramente Trump per la guerra in Iran. Ma per l’Europa il problema centrale resta la Russia e la sua guerra in Ucraina. Come concilia Pechino il messaggio di essere una potenza pacifica con il rapporto strategico che mantiene con Mosca, che non potrebbe stare in piedi economicamente e dunque militarmente senza il sostegno cinese?  

“Dal punto di vista cinese sia la Russia sia l’Ucraina sono buone amiche della Cina. Siamo profondamente addolorati per questa guerra e speriamo che le due parti possano riprendere qualche forma di negoziato e arrivare infine a una soluzione politica. 

Ma sulle cause del conflitto la posizione cinese è molto chiara. E io l’ho detto più volte: i cinque round di espansione della Nato verso Est sono una delle cause principali della guerra. 

A mio avviso, se la Nato si fosse fermata dopo quattro allargamenti, la guerra avrebbe potuto essere evitata. 

Oggi in Europa si parla molto poco di come si sia arrivati fino a questo punto. Henry Kissinger, George Kennan e molti altri intellettuali, politici e diplomatici lungimiranti, negli Stati Uniti, in Europa e anche in Cina, avevano avvertito che un'ulteriore espansione della Nato avrebbe portato a uno scontro con la Russia. Ma la Nato non ha ascoltato”.  

In Europa, però, molti governi sostengono che oggi sia necessario prepararsi alla deterrenza nei confronti della Russia.  

“È proprio questo che considero preoccupante. L’Europa dovrebbe esaminare le complesse ragioni che hanno portato alla guerra invece di alimentare l’idea di un futuro conflitto con la Russia. Non credo affatto che la Russia farà una guerra contro l’Europa. Questa è una narrativa portata avanti da alcuni politici e da alcuni interessi del complesso militare europeo. 

Più vengo in Europa, più ho la sensazione che stia venendo meno un modo obiettivo di ragionare, non soltanto tra molti politici ma persino in alcuni ambienti accademici. È triste. Dobbiamo evitare che l’Europa diventi ancora una volta il luogo di origine di una guerra mondiale. È fondamentale. Ascoltate anche i consigli che arrivano dalla Cina”.  

Quindi secondo lei è l'Europa che sta sviluppando una mentalità orientata alla guerra?  

“Sì. Sono stato in Germania a maggio e ho parlato con diverse persone. Ho sentito discutere apertamente della possibilità di una guerra con la Russia e della necessità di essere pronti entro il 2029, o al massimo il 2030. Lo trovo irrazionale. Irrazionale. 

La Germania è il Paese che ha prodotto tanti filosofi, dovrebbe essere razionale. E invece in questo momento non credo che lo sia”.  

Ma i governi europei indicano anche azioni russe molto concrete: sabotaggi, droni esplosivi, cyberattacchi. Non sono ragioni sufficienti per adottare un approccio più attento alla sicurezza?  

“A volte bisogna tornare ai fondamentali. E il principio fondamentale è che l’architettura di sicurezza europea deve essere basata sulla sicurezza comune: sicurezza per la Russia e sicurezza per le altre parti d’Europa. 

Quello che è accaduto è stato invece un approccio esclusivo, con la Russia lasciata fuori dall’Europa. 

Ricordo che all’inizio degli anni Novanta si parlava di un’Europa unita e pacifica, di una casa comune europea molto più ampia. Quello era l’approccio giusto. Spero che l’Europa possa tornare a quella impostazione. Altrimenti il rischio è molto alto”. 

2 ott 2026

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2 ott 2026

Ucraina-Russia, Putin non avanza più e perde terreno: l'analisi

(Adnkronos) - La Russia non avanza più in Ucraina. Anzi, perde terreno. E' il quadro delineato dall'Institute for the Study of War, think tank di Washington che monitora la guerra sin dalle fasi iniziali e analizza gli scenari del conflitto. Negli ultimi 6 mesi, tra marzo e settembre 2026, le forze armate di Vladimir Putin hanno perso il controllo di quasi 300 km quadrati in territorio ucraino. L'analisi comprende anche gli effetti dell'Operazione Vivaldi lanciata da Kiev, con la liberazione di almeno 147 chilometri quadrati nell'arco di diversi mesi. 

Secondo le stime degli esperti dell'Isw, a settembre la Russia ha conquistato 175,54 chilometri quadrati di territorio in Ucraina, perdendone però 256,35: il bilancio mensile per Mosca fa riferimento ad una perdita netta di 80,81 chilometri quadrati, con un ritmo medio di -2,69 chilometri quadrati al giorno. Il quadro per la Russia è negativo anche se si prendono in considerazione azioni non consolidate e infiltrazioni in aree di cui l'aggressore non è riuscito ad acquisire il controllo del territorio: a fronte di 143,2 chilometri quadrati conquistati o oggetto di infiltrazione, le forze russe ne hanno persi 318,38, registrando una perdita netta di 175,18 chilometri quadrati. 

I dati relativi al mese di settembre comprendono i risultati ottenuti dall'Ucraina con la riconquista di almeno 147 chilometri quadrati nell'area di Lyman: l'obiettivo ottenuto è il frutto di operazioni condotte nei mesi precedenti. E' legittimo, quindi, fare riferimento ad un trend consolidato da tempo. D'altra parte il ritmo dell'avanzata russa è nettamente calato già a marzo: dalla primavera i progressi compiuti dalle forze di Mosca sono stati minimi o totalmente assenti, come evidenzia l'Isw. Un calcolo che non considera l'impatto dei guadagni ucraini ottenuti durante l'Operazione Vivaldi - per molti versi 'misteriosa' e sviluppata nell'arco di un numero imprecisato di mesi precedenti rispetto a settembre - evidenzia che, dal marzo 2026, le forze russe hanno perso il controllo di 293,59 chilometri quadrati netti lungo l'intero fronte, stabilendo una presenza in un'area complessiva di soli 174,44 chilometri quadrati. 

E proprio all'inizio di settembre, secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Putin ha imposto una svolta strategica alle sue forze armate. L'incapacità di progredire con operazioni convenzionali, secondo Zelensky, ha indotto il Cremlino a inviare un nuovo messaggio: "Ora non ci sono più regole". "I russi non sono riusciti a occupare l'Ucraina. Quindi ora effettuano attacchi e uccisioni massicce. Adesso attaccano i nostri ponti (tre diversi raid nelle ultime ore contro il Ponte Meridionale di Kiev, ndr) e i nostri data center, la rete internet, le reti, gli ospedali, asili, scuole, università, tutto", dice il presidente ucraino. Vogliono che le persone fuggano dalle loro città, e dobbiamo fare tutto il possibile per salvare la nostra gente e le nostre città". 

2 ott 2026

"Meloni mi è sempre piaciuta, rapporto molto buono": il messaggio a sorpresa di Trump

(Adnkronos) - Giorgia Meloni "mi è sempre piaciuta, il rapporto è molto buono". Firmato, Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti, in partenza per l'Alabama, alla Casa Bianca risponde alle domande dei giornalisti. E quando viene interpellato sulla 'relationship' con la presidente del Consiglio, replica con poche parole sufficienti per invertire la rotta rispetto agli attacchi, via social e stampa, dei mesi scorsi: "Mi piace, mi è sempre piaciuta", dice il presidente. In pochi secondi, Trump archivia messaggi e dichiarazioni pungenti che hanno caratterizzato la tarda primavera e l'estate, nel periodo in cui il numero 1 della Casa Bianca rimproverava all'anima europea della Nato il mancato sostegno alle operazioni americane contro l'Iran. 

 

L'ultimo attacco risale a inizio luglio con Trump che sul social 'Truth' ha postato un meme incentrato sulla presidente del Consiglio: nell'immagine la premier lo guarda e la didascalia evidenzia che 'serve un ordine restrittivo'. La stoccata era finita anche al centro di un'analisi del 'Financial Times'. Secondo il quotidiano britannico la provocazione del tycoon "metteva in luce il suo persistente risentimento nei confronti della premier e di altri alleati della Nato per la loro riluttanza a consentire che le basi militari statunitensi in Europa venissero utilizzate per la campagna di bombardamenti statunitense-israeliana contro l'Iran". 

 

Lo scontro pubblico era deflagrato il 19 giugno, quando Trump - dopo dichiarazioni e post su Truth - era intervenuto a L'Aria che tira su La7 sostenendo che Meloni lo avesse "implorato" per una foto al G7 in Francia, aggiungendo di averle parlato "per pena". Nei giorni successivi il tycoon era tornato all'attacco, accusando la premier di aver "voltato le spalle" agli Stati Uniti sul dossier Iran e di aver negato l'uso delle basi strategiche italiane, a partire da Sigonella, per l'operazione contro Teheran. 

La replica di Meloni era arrivata in un video, in cui rivendicava il rispetto degli accordi e la sovranità nazionale: "Una cosa se la deve ricordare: io e l'Italia non imploriamo mai". Di fronte a un successivo affondo del presidente americano sui suoi consensi interni, la premier aveva replicato secca su Instagram: "Esserti amica non ha certo aiutato la mia popolarità, che non dipende dal mio rapporto con te". 

2 ott 2026

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2 ott 2026

Christa Pike sopravvive a due iniezioni letali, ma è in fin di vita: è incosciente, attaccata al respiratore con le braccia ustionate

(Adnkronos) - Christa Pike, la donna a cui mercoledì sono state iniettate nella camera della morte del carcere di Nashville due dosi di cocktail letale, è incosciente, intubata e collegata a un respiratore artificiale in un ospedale di Nashville. E' quanto riferisce il 'New York Times' che cita i legali di Pike. La donna di 50 anni è in condizioni critiche dopo il tentativo di esecuzione fallito. Al suo arrivo in ospedale, emerge da un atto depositato dai suoi legali, "entrambe le braccia erano gonfie, ustionate e ricoperte di vesciche". 

 

"Mi sembra che il braccio mi stia scoppiando". È l'ultima frase urlata da Christa Pike prima che le tende della camera della morte venissero chiuse. La 50enne è sopravvissuta a due dosi di cocktail letale nel carcere di Nashville, in un'esecuzione definita senza precedenti dagli esperti per i diritti umani. 

La condanna, emessa per un omicidio commesso nel 1995 quando aveva 18 anni, si è trasformata in un drammatico caos tra le urla della detenuta, il panico dei testimoni, tra cui la madre della vittima, e la decisione improvvisa di allontanare la stampa. I legali hanno denunciato un'agonia incostituzionale, evidenziando che Pike era ancora cosciente e con battito cardiaco, dopo le siringhe. Trasportata d'urgenza in ospedale , si trova attualmente incosciente e attaccata a un respiratore artificiale. 

 

Il governatore repubblicano Bill Lee, che lunedì scorso aveva negato la grazia a Pike, la prima donna mandata a morire dal Tennessee in oltre 200 anni, ignorando gli appelli legati alla sua giovane età all'epoca del crimine e ai gravi abusi subiti, è intervenuto ordinando "un'inchiesta complessiva da parte di terzi per determinare cosa sia successo esattamente" e ha sospeso le altre esecuzioni previste entro la fine dell'anno. 

"Eseguire in modo legale le sentenze è una delle responsabilità più serie per gli Stati e il popolo del Tennessee si aspetta che sia fatto in un modo che non sia solo legale e costituzionale, ma efficace", ha dichiarato Lee, trovandosi ad affrontare il secondo fallimento di un'esecuzione in pochi mesi. Lo scorso maggio, infatti, il cocktail letale non era neanche stato iniettato a Tony Carruthers perché il team della camera della morte non era riuscito a trovare una vena disponibile sul condannato. In quel caso l'esecuzione fu sospesa e il governatore concesse un anno di stop alla pena capitale. 

Di fronte al caso Pike, il Dipartimento di Correzione del Tennessee si è difeso sostenendo di aver seguito "ogni passo del protocollo legale", che prevede la somministrazione di un secondo set di iniezioni se il detenuto non muore dopo il primo. Resta tuttavia il vuoto normativo e operativo sui casi, evidentemente non contemplati, in cui neppure il secondo cocktail letale sortisca l'effetto, previsto dalla legge. 

2 ott 2026

Pino Daniele, la figlia Sofia gli dedica la tesi di laurea: "Custode dei miei sogni"

2 ott 2026

SuperEnalotto, estrazione di oggi 2 ottobre 2026: numeri vincenti

(Adnkronos) - Nessun 6 né 5+1 nel concorso di oggi del SuperEnalotto. In tre centrano il 5 incassando rispettivamente 45.716,14 euro. Il jackpot stimato per il prossimo concorso a disposizione dei Punti 6 sale così a 35.700.000,00 euro. 

 

La schedina minima nel concorso del SuperEnalotto prevede 1 colonna (1 combinazione di 6 numeri). La giocata massima invece comprende 27.132 colonne ed è attuabile con i sistemi a caratura, in cui sono disponibili singole quote per 5 euro, con la partecipazione di un numero elevato di giocatori che hanno diritto a una quota dell'eventuale vincita. In ciascuna schedina, ogni combinazione costa 1 euro. L'opzione per aggiungere il numero Superstar costa 0,50 centesimi. 

La giocata minima della schedina è 1 colonna che con Superstar costa quindi 1,5 euro. Se si giocano più colonne basta moltiplicare il numero delle colonne per 1,5 per sapere quanto costa complessivamente la giocata. 

 

Al SuperEnalotto si vince con punteggi da 2 a 6, passando anche per il 5+. L'entità dei premi è legata anche al jackpot complessivo. In linea di massima: 

- con 2 numeri indovinati, si vincono orientativamente 5 euro; 

- con 3 numeri indovinati, si vincono orientativamente 25 euro; 

- con 4 numeri indovinati, si vincono orientativamente 300 euro; 

- con 5 numeri indovinati, si vincono orientativamente 32mila euro; 

- con 5 numeri indovinati + 1 si vincono orientativamente 620mila euro. 

 

E' possibile verificare eventuali vincite attraverso l'App del SuperEnalotto. Per controllare eventuali schedine giocate in passato e non verificate, è disponibile on line un archivio con i numeri e i premi delle ultime 30 estrazioni. 

 

La combinazione vincente è: 2, 31, 55, 56, 73, 84; Numero Jolly 77; SuperStar 41. 

2 ott 2026

Manovra, scostamento da 29 miliardi. Giorgetti: "Serve un approccio più prudente"

(Adnkronos) - ‘Prudenza’ torna a essere la parola d’ordine per la manovra 2027. È il monito del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, al termine del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al Documento programmatico di finanza pubblica e, anche, alla richiesta di scostamento di bilancio da avanzare al Parlamento. 

La stima del Pil cresce per il 2026, il deficit rimane sotto al 3% ma aumenta nel biennio successivo, il debito sale e così il sentiero di spesa. Una somma di fattori che impone al governo un approccio più cauto e, di conseguenza, uno sforzo ridotto sulla difesa: lo scostamento, infatti, è pari allo 0,3% del Pil sia per l’energia che per la sicurezza sia nel 2027 che nel 2028, per un totale di 29 miliardi – oltre 14 per anno – rispetto ai 36 preventivati questa estate. Ora la prossima tappa è il voto alla Camera, previsto per il 13 ottobre, sia sul Dpfp che sulla richiesta di scostamento, dopodiché entro il 20 ottobre l'esecutivo dovrà approvare in Cdm il Dpb, che oltre alle previsioni macroeconomiche conterrà lo scheletro dei provvedimenti in legge di bilancio. 

 

Il contesto in cui arriva il Dpfp, sottolinea il numero uno del Mef, è “particolarmente complesso” e quindi “fare previsioni diventa sempre più complicato”, perché pesano i contraccolpi sull'inflazione causati dai conflitti in corso. Le stime aggiornate danno la crescita del prodotto interno lordo in miglioramento all'1% nel 2026 rispetto all'originaria stima dello 0,6%, con un tasso di crescita programmatico allo 0,8% nel 2027, 0,9% nel 2028 e 0,8% nel 2029. Il rapporto deficit/Pil si attesta al 2,9%, restando sotto il 3% anche nel 2026, "ma non basta". Secondo le previsioni del Mef, il deficit dovrebbe salire - includendo però l'uso della clausola di salvaguardia europea - al 3,4% nel 2027, poi arrivare al 3,2% nel 2028, e al 2,3% nel 2029. Senza la nec, le stime indicano invece un 2,8% per il 2027, il 2,6% nel 2028 e il 2,3% nel 2029. Per il sentiero del debito, il profilo tendenziale tracciato dal documento è al 138,1% nel 2026, al 138,5% nel 2027, e poi al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029".  

 

Numeri che portano il governo a ricalibrare i propri conti per lo scostamento: “Abbiamo deciso di ridimensionare lo sforzo per la difesa”, dice Giorgetti. Se infatti il margine per l’energia rimane allo 0,3%, la sicurezza subisce un taglio e scende alla stessa percentuale contro invece lo 0,9% annunciato prima della pausa estiva, sia per il 2027 che per il 2028. E che proietta nuovamente il paese sul sentiero della cautela per quanto riguarda le misure che potrà contenere la prossima finanziaria. “Oggi la mia risposta è probabilmente diversa da un mese fa, l'approccio deve essere più prudente” rispetto a quanto è stato riportato finora perché “il contesto richiede maggiore attenzione”, spiega Giorgetti. Tradotto: non si potrà fare tutto ciò che è stato annunciato.  

Anche perché, l’uscita dalla procedura di infrazione rimane comunque la stella polare di Via XX Settembre. La speranza resta: “Non è detto” che non si riesca a uscire. I dati del deficit 2027-28 vanno infatti “epurati” dallo scostamento per difesa ed energia, e togliendo dal computo quello 0,6% “troverete un dato inferire al 3%”, calcola Giorgetti. “I decimali fanno la differenza e quindi l'auspicio è di rimanere nel 2026 sotto il 3% e aprire quello spazio", chiosa. 

 

Intanto, secondo il Dpfp il sentiero di spesa dovrebbe salire dall'1,9% al 3,3% per il 2027, rimanendo invece all'1,7% nel 2028. Ma anche qui, osserva il ministro leghista, non si può togliere l’inflazione dall’equazione. "Non vi nascondo l'attenzione con cui monitoriamo costantemente la situazione dell'andamento dell'inflazione e tassi di interesse”. E torna sulla proposta italiana a Bruxelles che, ribadisce, chiede “non nasce per chiedere una diversa o un'ulteriore flessibilità” ma per chiedere di “considerare l'impatto dell'inflazione sul sentiero di spesa”, per “richiamare l'attenzione al fatto che il sentiero di spesa, e quindi i target che sono stati dati ai singoli Paesi nazionali e ai singoli governi esattamente 3 anni fa con un tasso di inflazione previsto profondamente diverso, non possono non considerare il diverso impatto che l'inflazione ha avuto sul sentiero della spesa nominale che è l'obiettivo che ci viene dato. E una rimostranza che non è soltanto del governo italiano ma anche di altri governi europei, e che abbiamo posto in termini di attenzione all'Europa".  

2 ott 2026

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