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Ucraina, Putin: "Accordo possibile, Russia non vuole la guerra"

(Adnkronos) - "Un accordo è possibile". Vladimir Putin apre ad un'intesa per porre fine alla guerra in Ucraina. Il presidente russo accenna alla soluzione negoziale in un'intervista al giornalista Pavel Zarubin, uno dei rappresentanti dei media più vicini al Cremlino. Putin usa toni apparentemente soft definendo gli ucraini "un popolo a noi molto vicino". "Penso che possiamo raggiungere un accordo. Siamo concordi su questo", dice il presidente russo, che nella giornata di mercoledì a San Pietroburgo ha incontrato Steve Witkoff, l'inviato speciale del presidente americano Donald Trump. "La Russia ha informato gli Stati Uniti di essere pronta a riprendere i negoziati trilaterali sull'Ucraina", dice Putin.  

 

"E' ormai evidente a tutti che è impossibile sconfiggere la Russia sul campo di battaglia. Chi nella storia ha cercato la sconfitta strategica della Russia, e purtroppo tali persone esistono ancora, deve renderi conto che è meglio vivere in armonia con la Russia: è nell'interesse dei loro popoli. La Russia desidera un accordo pacifico, ma se qualcuno vuole diversamente, è una sua scelta, L'obiettivo dei negoziati con gli Stati Uniti e l'Ucraina sarà quello di raggiungere una pace definitiva, non una sospensione temporanea delle ostilità, e garantire la sicurezza della Russia. Abbiamo sostenuto sin dall'inizio una soluzione pacifica al conflitto ucraino. Restiamo pronti a negoziare e a cercare una soluzione alla difficile situazione in Ucraina", aggiunge il leader del Cremlino che, come spesso accaduto in passato, attribuisce a Kiev le responsabilità per l'esplosone del conflitto. "Abbiamo sempre sostenuto una soluzione pacifica, fin dai primissimi giorni", le parole di Putin con riferimento al 2014. "Sono state usate armi e aerei contro i civili. Hanno praticamente scatenato una guerra". Ora "la Russia non vuole combattere con l'Ucraina. Kiev, invece, vuole. Kiev e i suoi sostenitori occidentali trattano i cittadini ucraini come sacrificabili". 

 

Accanto all'apertura, trovano spazio i paletti che il presidente russo continua a fissare. "Tutti gli obiettivi saranno raggiunti", ribadisce. La Russia, dice esplicitamente, non rinuncerà ai territori strappati all'Ucraina. Il presidente ucraino sarebbe disposto a cedere circa il 20-25% dell'Ucraina. Per Putin, però, non è una concessione: "I territori persi da Kiev non sono 'il loro territorio'. Sono storicamente territori russi", dice. È" inappropriato per Kiev parlare di perdite territoriali. Gli abitanti del Donbass e della Novorossiya - la Russia 'storica' - hanno votato per la riunificazione", prosegue. 

Nell'intervista, trovano spazio accuse all'Europa: la Russia, dice Putin, non ha nessuna intenzione di cercare lo scontro con la Nato. "Le dichiarazioni dell'Europa sulla 'minaccia di guerra' con la Russia sono schizofrenia politica. I popoli d'Europa non vogliono combattere la Russia, così come la Russia non vuole combattere l'Europa". 

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Contratto Bancari, Sileoni: “Il rinnovo non può aspettare, con tempi più lunghi, a rischio aumento conflittualità"

(Adnkronos) - Il primo nodo riguarda il rinnovo del contratto nazionale dei bancari, scaduto il 31 marzo. Dopo i primi tre incontri, la trattativa non è ancora entrata nel merito delle richieste sindacali. Il quarto appuntamento è previsto a Roma, nella sede dell’ABI. "Più che una strada in salita, stiamo parlando del niente", afferma Lando Maria Sileoni, segretario generale della FABI, sottolineando come, a suo giudizio, il comitato sindacale dell’ABI non abbia ancora ricevuto un mandato sufficiente per avviare una discussione concreta. 

La parte economica rappresenta tradizionalmente l’aspetto più complesso del negoziato, ma anche le altre richieste contenute nella piattaforma sindacale comportano costi per l’associazione bancaria e per i singoli gruppi. 

Secondo Sileoni, un ulteriore elemento di incertezza è rappresentato dalle operazioni straordinarie in corso nel settore. Gli istituti, osserva, potrebbero essere in attesa di capire come cambieranno gli equilibri di forza e gli assetti del sistema bancario prima di assumere impegni nella trattativa. 

 

Il contesto economico e il rischio di un aumento dell’inflazione rendono ancora più urgente il rinnovo. La FABI, spiega Sileoni, punta a raggiungere un accordo attraverso il confronto con l’ABI e con i gruppi bancari, senza rinunciare alla tutela del potere d’acquisto dei lavoratori. 

"Di fronte a una perdita di tempo che non ha il minimo senso, dobbiamo rappresentare gli interessi di 260 mila addetti, ai quali si aggiungono quasi 30 mila lavoratori delle banche di credito cooperativo. Queste ultime hanno un contratto nazionale distinto, ma, secondo Sileoni, l’esito della trattativa ABI influenzerà inevitabilmente anche il loro rinnovo. 

Il messaggio alle banche è netto: "Se aspettano ancora, chiederemo ulteriori aumenti, perché l’inflazione potrebbe produrre altri disagi. Il recupero sarà maggiore. Più perdono tempo, peggio sarà per loro". 

Se il rinnovo non dovesse arrivare in tempi ragionevoli, la FABI è pronta a irrigidire i rapporti sindacali, con possibili conseguenze anche sulla gestione delle operazioni straordinarie previste nei prossimi anni. 

“Gli amministratori delegati devono sapere che, se non dovessimo arrivare in tempi ragionevoli alla conclusione positiva del contratto nazionale, siamo pronti a congelare qualunque tipo di rapporto e a bloccare i risultati che provengono dalle operazioni straordinarie», dichiara. Una posizione che Sileoni presenta come una forma di tutela degli interessi economici e normativi dei lavoratori, non come una minaccia fine a sé stessa. 

La prospettiva è quella di una possibile fase di conflittualità nei gruppi bancari, che potrebbe mettere a rischio i tempi e i risultati delle riorganizzazioni. Anche gli istituti non direttamente coinvolti nelle principali operazioni di risiko, aggiunge, dovranno fare i conti con il confronto sindacale e con gli eventuali aggiornamenti dei propri piani industriali. 

Al centro della trattativa c’è anche la distribuzione dei risultati economici del settore. Sileoni richiama gli oltre 50 miliardi di utili delle banche, sostenendo che una parte significativa della ricchezza prodotta debba tradursi in benefici concreti per il personale. 

"Una parte importante della ricchezza non può finire soltanto nelle tasche degli amministratori delegati, dei membri dei consigli di amministrazione e di altri soggetti. Una parte deve essere legittimamente ripartita fra le lavoratrici e i lavoratori del settore", afferma. 

Per il segretario generale della FABI, il rinnovo rappresenta l’occasione per passare dalle dichiarazioni ai fatti, riconoscendo aumenti economici e miglioramenti normativi coerenti con il valore del lavoro svolto nelle banche. 

La valorizzazione del personale, aggiunge, non riguarda soltanto la retribuzione, ma anche la qualità della vita professionale e personale. Lavoratori più gratificati, secondo Sileoni, possono contribuire in misura maggiore ai risultati degli istituti. 

Un altro tema riguarda il confronto tra il governo e il settore bancario sulle risorse necessarie per la manovra economica. Le richieste di un ulteriore contributo da parte degli istituti si intrecciano con il dibattito sugli utili e sugli accordi già raggiunti con l'esecutivo. 

Sileoni respinge però qualsiasi tentativo di collegare il contributo delle banche al rinnovo del contratto nazionale. 

"Sono due cose completamente separate. Il percorso del contratto nazionale deve essere autonomo rispetto a qualunque tentativo di coinvolgere le banche", chiarisce. 

Richiama, inoltre, le posizioni espresse dal presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, e dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, sottolineando che gli accordi già sottoscritti devono essere rispettati. 

La FABI, spiega, non intende diventare uno strumento di confronto politico né accettare che le richieste economiche dei bancari siano utilizzate come argomento nel dibattito sulle risorse da destinare alla manovra. 

"Noi ci garantiamo e ci tuteliamo da soli. Il percorso del contratto non va messo in contraddizione o in competizione con quello che è un eventuale contributo richiesto dal governo", afferma. 

Sileoni considera legittima la richiesta dell’esecutivo di individuare risorse aggiuntive, ma ritiene altrettanto legittimo il richiamo al rispetto degli accordi già raggiunti. Allo stesso tempo, giudica opportuno coinvolgere anche altri soggetti finanziari, evitando che le banche diventino il riferimento esclusivo nei momenti di necessità. 

"Le banche non devono diventare il bancomat nei momenti di urgenza", osserva, auspicando che il confronto tra governo e sistema bancario possa portare a una soluzione condivisa. 

Le operazioni di aggregazione e acquisizione che stanno ridisegnando il settore rappresentano un altro passaggio cruciale. Le possibili conseguenze riguardano gli organici, la rete degli sportelli, i piani industriali e l’armonizzazione dei trattamenti economici e normativi tra i diversi gruppi. 

Sileoni si dice fiducioso nella capacità del sindacato di affrontare le trasformazioni in corso, facendo leva sull’esperienza maturata negli ultimi decenni nella gestione dei piani industriali e delle riorganizzazioni. 

Secondo il segretario generale della FABI, negli anni il confronto tra sindacati e banche ha consentito di gestire le ricadute occupazionali attraverso strumenti volontari, come i prepensionamenti e gli esodi incentivati, evitando il ricorso ai licenziamenti collettivi. 

Anche le eventuali chiusure o cessioni di sportelli e le ricadute sugli organici dovranno quindi essere esaminate sulla base dei piani effettivi, senza anticipare conclusioni che, al momento, non possono essere considerate definitive. 

Per Sileoni, il risiko bancario non si esaurirà con la conclusione delle operazioni attualmente al centro dell’attenzione. La dimensione degli istituti e la disponibilità di risorse finanziarie potrebbero favorire nuove iniziative, anche da parte di gruppi che finora sono rimasti ai margini delle principali manovre. 

Riconosce la legittimità delle strategie di crescita dei singoli istituti, in un contesto nel quale la dimensione può fare la differenza sul piano competitivo.Accanto alle strategie industriali, però, richiama il ruolo del risparmio degli italiani e la necessità di garantirne la tutela attraverso adeguate coperture politiche e finanziarie. Un altro elemento decisivo sarà la capacità delle banche di distribuire parte della ricchezza prodotta sui territori e tra i lavoratori. 

"Ho una preferenza per quelle banche e quei gruppi che, oltre a ottenere risultati economici e finanziari importanti, hanno dimostrato di voler distribuire una parte della ricchezza insieme alle organizzazioni sindacali e alle persone che lavorano ogni giorno in banca", afferma. 

Sul fronte delle operazioni internazionali, Sileoni richiama anche la partita tra UniCredit e Commerzbank, sottolineando che la conclusione della fase relativa alla proprietà non esaurisce le questioni da affrontare. La sfida successiva sarà la gestione del gruppo tedesco, anche alla luce della sensibilità politica che ha accompagnato la vicenda in Germania. 

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