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Gf Vip, Megan Ria rompe il silenzio: "Elodie? Infastidita da un mio comportamento"

(Adnkronos) - Megan Ria rompe il silenzio sul caso Elodie-Franceska Nuredini. Dopo mesi di indiscrezioni, la performer del corpo di ballo di Elodie, entrata come concorrente nella Casa del Grande Fratello Vip, ha cercato di dare una spiegazione al perché la cantante abbia chiuso con lei i rapporti in concomitanza con l'inizio della sua relazione con Franceska Nuredini, anche lei ballerina di Elodie.  

"Tu facevi parte del corpo di ballo di Elodie. A un certo punto è successo che Elodie ti ha tolto il follow sui social e tutti ci interroghiamo sulla questione: perché lo ha fatto?", ha chiesto Selvaggia Lucarelli in diretta nel corso della prima puntata andata in onda ieri sera. "Con Franceska Nuredini non c'è mai stato nulla se non una bellissima amicizia - risponde Megan Ria, che spiega - Poi della questione con Elodie non ho mai capito bene il perché, ma sono qui per parlare di me e non di questi gossip beceri". 

Immediata la replica dell'opinionista: "Sei qui per parlare di fisica nucleare, Megan? Hai sbagliato posto mi sa. Bastava dire che non avevi voglia di parlarne. Dire che è solo gossip... come se tu fossi Margerita Hack". 

 

 

Dopo la puntata, la concorrente è andata più a fondo riguardo al presunto triangolo amoroso. A 'indagare' è stata Marina La Rosa che ha chiesto alla ballerina più dettagli con domande specifiche. Megan, inanzittutto, ha chiarito che i baci dati sul palco a Franceska non avrebbero fatto ingelosire la cantante. "C'è solo qualcosa che le ha dato fastidio in un mio comportamento, ma non so che cosa sia e non abbiamo avuto modo di confrontarci".  

E alla domanda sul perché non abbia provato a parlarne con Franceska, considerando la forte amicizia, Megan ha spiegato che la fidanzata di Elodie "ha preferito non prendere posizione. Io le voglio bene ma credo lei sia molto coinvolta emotivamente".  

18 set 2026

Roma, studente 13enne spruzza spray urticante e accoltella la prof: vittima non in pericolo di vita

18 set 2026

Caro carburanti non si ferma, balzo prezzo diesel dopo aumento dell'accisa

(Adnkronos) - Ancora un record per il prezzo del gasolio alla pompa, dopo l’aumento dell’accisa in vigore da oggi venerdì 18 settembre, deciso dal governo con il decreto legge che ha tagliato il bollo auto. Con la nuova accisa, in rialzo di quattro centesimi al litro (4,8 compresa Iva), il prezzo medio nazionale in modalità self service sfiora i 2,3 euro/litro. Alle 9 non tutti gli operatori della distribuzione hanno ancora aggiornato i prezzi con le nuove aliquote, per cui l’effetto del taglio dello “sconto” si vedrà compiutamente nei prossimi giorni. In calo le quotazioni del petrolio e dei prodotti raffinati sul mercato del Mediterraneo. 

Questa mattina il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,149 €/l per la benzina (+6 millesimi rispetto a ieri), 2,294 €/l per il gasolio (+28), 0,748 €/l per il Gpl (invariato) e 1,862 €/kg per il metano (+4). Sulla rete autostradale il prezzo medio self è di 2,241 €/l per la benzina (+5), di 2,375 €/l per il gasolio (+29), 0,885 €/l per il Gpl (invariato) e 1,794 €/kg per il metano (+9). 

Stando alle rilevazioni di Staffetta Quotidiana, Eni ha aumentato di sette centesimi al litro i prezzi consigliati del gasolio. Per IP registriamo un rialzo di due centesimi al litro su benzina e diesel. Per Tamoil +5 centesimi sul gasolio. 

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy rende noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, in data odierna - venerdì 18 settembre 2026 - il prezzo medio dei carburanti in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,149 euro/l per la benzina e 2,294 euro/l per il gasolio. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,241 euro/l per la benzina e 2,375 euro/l per il gasolio. 

18 set 2026

Lecce, turista spagnola 19enne denuncia: "Violentata due volte in poche ore"

(Adnkronos) - Una turista spagnola di 19 anni ha denunciato alla Polizia di Lecce di essere stata violentata per due volte, in poche ore e da due persone diverse. I fatti sarebbero accaduti tra il 22 e il 23 agosto scorsi. La giovane si trovava in Veneto quando ha deciso di raggiungere il Salento, precisamente la località balneare di Torre Rinalda, nei pressi di Lecce, per incontrare un giovane conosciuto sui social, anche lui in vacanza con la famiglia.  

Una volta arrivata a Lecce, per mancanza di mezzi pubblici, avrebbe chiamato un taxi per recarsi a Torre Rinalda. Raggiunta la località costiera, visto il ritardo dell'amico e il caldo asfissiante, avrebbe accettato l'invito del tassista ad andare a casa sua in un paese vicino, per rinfrescarsi e riposarsi. Qui l'uomo avrebbe abusato di lei, nonostante gli chiedesse di fermarsi. Poi l'uomo l'avrebbe riaccompagnata a Torre Rinalda dove la ragazza, finalmente, ha incontrato l'amico. A lui avrebbe confidato l'accaduto. Dopo aver passato qualche ora della serata insieme, i due si sono separati. 

La ragazza sarebbe andata in un bar di Torre Rinalda ma, sempre per la mancanza di mezzi pubblici, avrebbe chiesto aiuto al proprietario del locale che le avrebbe fatto conoscere un suo amico. Quest'ultimo l'avrebbe portata in una casa-vacanze per trascorrere la notte. Qui la giovane avrebbe subìto un'altra violenza. Il mattino dopo la 19enne è andata a Lecce dove ha raggiunto un hotel e raccontato le violenze alla madre per telefono. Quindi, in seguito all'intervento della Polizia a cui ha raccontato la vicenda, la turista è stata portata in ospedale dove è stata ricoverata per alcuni giorni e dove le sono stati diagnosticati lesioni che configurerebbero le violenze subite. Infine ha denunciato formalmente la vicenda alla Questura, descrivendo i due presunti responsabili e ricostruendo altri dettagli. Nel frattempo la 19enne è tornata in Spagna. 

18 set 2026

Attacco a base aerea in Arabia Saudita, colpito F-2000 italiano. Crosetto: "Nessun militare coinvolto"

(Adnkronos) - "Questa notte ho seguito personalmente, con la massima attenzione e in contatto con il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, l'evoluzione della situazione in Arabia Saudita, e in particolare alla base aerea di Ta'if, che è stata oggetto di diversi attacchi e dove è presente personale italiano impegnato nell'operazione Inherent resolve. Non vi sono militari italiani coinvolti. Nell'attacco è stato colpito un velivolo F-2000 italiano, che si trovava all’interno della base ed in un’area decentrata. Non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale". Così il ministro della Difesa Guido Crosetto. 

"Ho chiesto al capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Luciano Portolano, al comandante del comando operativo di vertice interforze, generale di Corpo d'armata Giovanni Maria Iannucci, e al capo di Stato maggiore dell'aeronautica militare, generale di Squadra aerea Antonio Conserva, di fornirmi un'ulteriore valutazione, dopo quelle già effettuate nelle scorse settimane, sull'evoluzione del quadro, sulle condizioni del nostro personale e sulle possibili opzioni operative. Mi è stato riconfermato che erano già state messe in atto da tempo tutte le misure di sicurezza a salvaguardia del personale militare". 

"Tra pochi minuti -avverte infine Crosetto- avrò il primo aggiornamento nel corso di una riunione al ministero della Difesa. La situazione è seguita con la massima attenzione con l'obiettivo di garantire la piena tutela del nostro personale e di operare con la necessaria responsabilità". 

18 set 2026

Fear Factory: "L'Ia farà danni ma riscopriremo la musica fatta dagli esseri umani"

(Adnkronos) - Quattordici anni fa era in prima fila all'Orion di Ciampino per vedere i Fear Factory. Il 26 settembre su quello stesso palco ci salirà da frontman della band americana. In vista delle due date italiane del 'Cybernetic Domination Tour' (il 27 al Metalitalia Festival) e dell'uscita del nuovo album prevista per i primi mesi del 2027, Milo Silvestro, la voce italiana della formazione di Los Angeles, ripercorre con l'AdnKronos il passaggio da fan a cantante del gruppo, l’eredità vocale di Burton C. Bell, riflettendo sull'impatto dell'intelligenza artificiale nella musica e analizzando una scena metal che, tra algoritmi, conformismo e competizione, fatica sempre più a premiare l'originalità. 

Dopo essere tornati a suonare a Milano, ora arrivano a Roma, all’Orion, lo stesso locale in cui avevi visto per l’ultima volta i Fear Factory da fan, in prima fila. Che effetto ti fa oggi salire su quel palco e, più in generale, tornare a suonare sui palchi italiani dall’altra parte?  

"È sicuramente un’esperienza surreale. Nel 2012 vidi i Fear Factory all’Orion. Ero in prima fila e fu anche il giorno in cui conobbi brevemente Dino e Burton fuori dal locale. 14 anni dopo, ritornare nello stesso locale come cantante dei Fear Factory è qualcosa che il me di allora non si sarebbe mai sognato. Sono stato per tanti anni un fan 'sfegatato' dei Fear Factory, come si dice a Roma. E c’è anche un’altra coincidenza: Pete Webber, il nostro batterista, è nuovo nella formazione ed è entrato insieme a me tre anni e mezzo fa. Quando vidi i Fear Factory all’Orion Pete non era ancora dietro le pelli ma aprì quel concerto con gli Havok, l’altro suo gruppo. Quel giorno vidi prima Pete e poi i Fear Factory. Non c’era Tony al basso, ma è comunque tutto un cerchio che si chiude. È una bella coincidenza, sicuramente fantastica e surreale". 

Sono passati più di tre anni da quando sei stato scelto da Dino Cazares. Guardandoti indietro, qual è stata la sfida più difficile che hai affrontato in questo percorso? E oggi che rapporto hai con lui e con la band, cosa hai imparato di più?  

"Una delle sfide più grandi è sicuramente imparare a stare in tour. Significa condividere spazi angusti con tante persone che, per fortuna, sono belle persone. Ma significa anche imparare a gestire la mancanza dell’ambiente domestico, dei propri familiari e amici, della propria città. Tutta l’emozione di condividere il palco con Dino e con gli altri, con i fan, e vedere tanti volti soddisfatti ed emozionati tutte le sere, sicuramente controbilancia un po’ la mancanza di casa. Ma ho dovuto anche imparare a essere un musicista da tour. Da quando ho 12 anni, grazie anche ai miei genitori, musicisti di professione, sono un musicista professionista: batterista, percussionista e producer, prima che cantante, ironia della sorte. Ma un conto è suonare a livello locale, un altro è farlo tutte le sere a prescindere dal tuo stato di salute. Devi imparare a sentire il tuo corpo, a capire come non compromettere lo show a prescindere dalla carenza di sonno, dalla salute fisica e dalla stanchezza. In questi tre anni e mezzo ho imparato molto vedendo professionisti come Tony, Dino e Pete, che sono nella scena da molto più tempo. Ho imparato diversi trucchi e routine da tour". 

Musicalmente, entrare nei panni del frontman dei Fear Factory significa anche confrontarsi con l’eredità di Burton C. Bell. Come è stato questo confronto e come hai trovato un modo tuo per interpretare le canzoni?  

"Sono un grande fan di Burton e lo considero uno dei vocalist nella top 3 dei cantanti che più mi hanno influenzato. E' stato abbastanza naturale entrare nei suoi panni, sia vocalmente sia a livello d’immagine. Il suo stile e il suo timbro vocale sono pionieristici. Molte delle cose che oggi diamo per scontate nella musica metal moderna vengono da lui. Alternare il cantato distorto a quello pulito, per esempio, all’inizio non esisteva e lui ha contribuito a inventarla, senza parlare della sua timbrica riconoscibile. Per me, quindi, è stato un processo naturale. Quando sono stato chiamato da Dino, però, il mio lavoro è stato portare ancora più in superficie lo stile e l’influenza di Burton nella mia voce, per rappresentare il sound vocale dei Fear Factory nella maniera più metodica e fedele possibile. Sia io sia Dino abbiamo sempre pensato che l’eredità dello stile vocale di questa band non possa essere cambiata così tanto". 

I Fear Factory hanno costruito la loro identità sul rapporto tra uomo e macchina, automazione, distopie e tecnologia. Alcune intuizioni della band negli anni ’90, che allora sembravano fantascienza, oggi sono realtà. L’intelligenza artificiale è entrata anche nella musica. Tu, da musicista e cantante, la consideri una minaccia e come vivi questo rapporto?  

"Sono molto d’accordo con quello che dice Dino: la tecnologia, qualsiasi essa sia, intelligenza artificiale o altro, può essere un’arma a doppio taglio. Può avere risvolti molto benefici e positivi per l’umanità, per l’arte, per il progresso e per la scienza, ma avere risvolti estremamente negativi. Secondo me il problema non è tanto l’Ai in sé, ma come l’essere umano deciderà di usarla. L’essere umano è facilmente corrompibile anche nell’arte. Abbiamo già visto che molte persone, una volta che viene fornito loro un modo per evitare ore di duro lavoro per ottenere un risultto, decidono di farne uso". 

E nella musica come vivi questo rapporto con l’intelligenza artificiale?  

"La teoria che ho sullo sviluppo dell’AI nella musica potrebbe essere oltremodo utopistica. Alla fine sono molto disfattista ma anche ottimista. Penso che questo bombardamento di musica generata dall’Ai sia un risvolto negativo di questa tecnologia, però penso anche che forse ci stiamo avvicinando al momento in cui la gente sarà così satura e stanca della musica generata dal computer che ricomincerà a sentire la mancanza della musica suonata con mani e piedi. Questa è una mia teoria: sicuramente l’Ai farà tanti danni, e sta già accadendo, ma tante persone ricominceranno a sentire la mancanza e la voglia di musica organica. E quando la musica fatta con l’AI sarà ovunque, al punto che diventerà la norma, sarà anche il momento in cui la gente comincerà a dare più valore alla musica scritta, suonata e registrata da esseri umani". 

Venendo al vostro nuovo album anticipato dal singolo 'Roboticist': a che punto siete e quando potremo ascoltarlo?  

"Gli ultimi aggiornamenti che mi sono arrivati sono che il secondo singolo, di cui abbiamo già girato il videoclip a Los Angeles, dovrebbe uscire entro novembre, tra metà e fine novembre. Probabilmente ci sarà anche un annuncio a novembre sulla data di uscita dell’album. Il disco completo dovrebbe uscire, più o meno, tra febbraio e marzo dell’anno prossimo".  

E che tipo di album dobbiamo aspettarci, a livello di sonorità e di liriche?  

"Da italiano non posso che fare un paragone con la pasta: la ricetta è sempre quella, il piatto resta lo stesso, quindi suonerà come i Fear Factory. Quello che abbiamo fatto, soprattutto io come nuovo arrivato e Pete con il suo contributo personale, è stato aggiungere una leggera sfumatura diversa, come una spolverata di formaggio che cambia leggermente il sapore senza stravolgere il piatto. Abbiamo introdotto elementi nuovi senza comprometterne l'identità. È una rivisitazione molto delicata di un classico. Sicuramente continuerà a suonare come i Fear Factory. Sarà il sound dei Fear Factory più moderni, quelli di 'Mechanize', 'The Industrialist', 'Genexus' e 'Aggression Continuum', ma con molti richiami agli stilemi compositivi dei dischi storici come 'Demanufacture' e 'Obsolete'. Nella maggior parte dei brani Dino ha utilizzato una chitarra a otto corde accordata in Mi, un tono sotto rispetto all'accordatura standard in Fa diesis che aveva adottato in passato con questo strumento, mentre il basso è stato accordato un'ottava più in basso. Ci si può quindi aspettare un sound molto cupo e aggressivo, con tutte le caratteristiche del suo stile chitarristico: riff meccanici e veloci, ma anche numerosi momenti più groove. È quel groove tipicamente Fear Factory che si sente in brani come Shock o No One, dove anche la doppia cassa viene utilizzata in maniera particolarmente dinamica e trascinante". 

Quanto ci hai messo di tuo?  

"Essendo producer e compositore, ho contribuito anche alla scrittura del disco, proponendo idee, synth e parti di tastiera. Ho persino composto il brano che chiuderà l’album, il più melodico della tracklist. Sono molto grato a Dino per avermi dato spazio creativo: essendo il fondatore e la mente musicale dei Fear Factory, avrebbe potuto realizzare tutto da solo o con qualsiasi altro team. Invece mi ha dato grande fiducia, incoraggiandomi a proporre idee e valutandole insieme a lui. Dal punto di vista dei testi, ha scritto lui circa il 95% del materiale. Per questo il disco avrà un sound leggermente più fresco e moderno, ma resterà fedele alla formula classica dei Fear Factory, come molti hanno già potuto intuire ascoltando Roboticist o vedendoci dal vivo durante questo tour. In alcuni brani ci saranno anche vocoder, effetti e altri elementi elettronici che porteremo sul palco. Ho sempre pensato che tutto ciò che può essere suonato dal vivo debba essere suonato dal vivo. Le backing track possono essere utili per loop o parti impossibili da riprodurre integralmente senza una formazione molto numerosa, ma meno se ne usano, meglio è. Sarà quindi un album che suona in tutto e per tutto come i Fear Factory, sia dal punto di vista vocale sia da quello strumentale, ma con qualche sfumatura nuova che gli conferisce una personalità diversa, senza mai allontanarlo dall'identità che i fan conoscono e si aspettano". 

Quando i Fear Factory hanno iniziato, l’industrial metal e tutto il genere alternative erano percepiti come qualcosa di nuovo. Oggi una band come la vostra, ma anche gruppi come Ministry e Nine Inch Nails, che appartengono a un genere preciso, hanno le stesse opportunità di emergere che avevano negli anni ’90 band di questo calibro? Oppure il mercato è più ostico nei confronti di questo genere?  

"Se parliamo delle band moderne, secondo me il punto non è tanto il genere musicale quanto la natura dell'attuale mercato discografico. Negli ultimi venti o venticinque anni tutto è cambiato: oggi la musica è accessibile ovunque e in qualsiasi momento. Un tempo uscita, attesa e scoperta avevano un peso diverso; oggi basta aprire YouTube o una piattaforma di streaming per avere tutto a disposizione immediatamente. Credo quindi che la difficoltà maggiore non sia legata a un genere specifico, ma alla forte competizione che caratterizza l'industria musicale contemporanea. Emergere è ancora possibile, così come costruirsi uno spazio nel mondo dei tour e della discografia, ma è molto più complesso perché l'offerta è enorme. Certo, seguire le tendenze può aiutare, ma non garantisce il successo. Ho visto molte band inseguire il sound del momento senza ottenere i risultati sperati. Alla fine ciò che conta davvero è avere un'identità riconoscibile. In passato la musica veniva percepita quasi come qualcosa di sacro: cd e vinili erano oggetti preziosi, da collezionare e custodire. Oggi quel rapporto è diverso, anche se il ritorno del vinile sta in parte riportando in vita quella dimensione fisica ed emotiva. Possedere un disco può ancora dare la sensazione di avere tra le mani qualcosa di unico, quasi una reliquia". 

Nel metal moderno secondo te c'è troppa conformità?  

"Tutti cantano nello stesso modo, fanno 'scream' nello stesso modo, usano la stessa produzione, gli stessi sample per triggerare la batteria, lo stesso mix, lo stesso suono di chitarra, gli stessi strumenti. Secondo me questo è un momento storico in cui c’è un appiattimento non solo nel metal, ma nella musica in generale". 

E proprio nel suonare diverso può esserci qualcosa di positivo?  

"Penso di sì. Infatti incoraggio sempre tutti, soprattutto le nuove band, a non avere paura di essere sé stessi nel proprio strumento e nella propria voce. È la finalità stessa dell’arte. Se poi la finalità dell’arte è fare soldi, ci sono lavori molto più proficui, nei quali c’è una maggiore possibilità di avere un reddito di un certo livello. Quando si cerca troppo la conformità al sound di moda, al trend, si comincia a perdere la motivazione per cui facciamo musica e arte. Questo è il mio motto: cercare sempre di essere sinceri nel proprio songwriting e nella propria performance". 

18 set 2026

Oncologia e conflitti, l'allarme di Aiom: "A Gaza 15% detriti è contaminato da amianto"

(Adnkronos) - La guerra a Gaza ha generato 61 milioni di tonnellate di detriti, pari al volume di 25 torri Eiffel. Si stima che il 15% di queste rovine sia contaminato da amianto, rifiuti industriali o metalli pesanti. Una vera e propria catastrofe ambientale, che si aggiunge alle vittime del conflitto. L'amianto mescolato alle macerie rappresenta il principale ostacolo a qualsiasi operazione di bonifica. Per decenni la popolazione della Striscia resterà esposta al rischio di sviluppare tumori, come il mesotelioma pleurico, il carcinoma del polmone, della laringe e dell'ovaio, cioè le principali neoplasie legate all'esposizione alle fibre di amianto. Dall'altro lato, l'assistenza oncologica nei territori palestinesi è stata del tutto azzerata dalla guerra. I conflitti armati non sono solo un evento geopolitico: interrompono diagnosi e trattamenti, danneggiano ecosistemi, infrastrutture e catene di approvvigionamento di farmaci, espongono operatori e pazienti a vulnerabilità estreme. Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e Fondazione Aiom dedicano le Giornate dell'etica, che si aprono oggi a Erice (Trapani), a un tema di grande rilevanza sociale, cioè a 'Guerra, salute globale e oncologia'.  

Gli oncologi italiani aderiscono al manifesto dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), pubblicato su The Lancet, per migliorare la cura delle persone colpite dal cancro nei contesti bellici e sono pronti a collaborazioni internazionali, con azioni concrete, dalla raccolta fondi per la ricostruzione delle infrastrutture di cure oncologiche al sostegno al personale sanitario. "Nelle Regioni colpite da conflitti - spiega Massimo Di Maio, presidente Aiom - i pazienti oncologici affrontano sfide urgenti dovute alla mancanza dei farmaci anticancro, ai danni agli ospedali, alla carenza di personale e alle difficoltà negli spostamenti da e per i luoghi di cura anche per il malfunzionamento delle strutture sanitarie, sovraccaricate da feriti di guerra. Ad esempio, a Gaza la situazione era già al limite prima del 7 ottobre 2023, giorno dell'attacco di Hamas a Israele. A causa del conseguente assedio totale imposto dalle autorità israeliane, gli ospedali hanno sofferto una grave mancanza di farmaci, cibo e carburante".  

"Dopo la distruzione, nel 2025, dell'ospedale turco-palestinese, l'unica struttura specializzata per il trattamento del cancro nella Striscia, circa 10.000 pazienti oncologici non hanno più ricevuto le diagnosi e le cure specialistiche, i farmaci e i trattamenti necessari – continua Di Maio -. L'ospedale disponeva di 200 posti letto ed era il centro di riferimento per chemioterapia e formazione oncologica. Oggi a Gaza l’oncologia non esiste più, e i pazienti palestinesi continuano a incontrare difficoltà a ottenere il permesso di lasciare la Striscia attraverso Rafah per ricevere cure mediche specializzate. Si stima che siano 5.000 i pazienti oncologici in attesa di ricevere l'autorizzazione a partire. Secondo i medici di Gaza, le persone colpite dal cancro nella Striscia stanno morendo a un ritmo da 2 a 3 volte superiore rispetto a prima dell'inizio della guerra". 

Molto diversa la situazione in Ucraina, "dove - secondo gli esperti Aiom - nonostante i danni, la carenza di personale sanitario e le interruzioni delle forniture, l'accesso alle cure oncologiche essenziali, nelle aree controllate dal Governo, è stato in gran parte ripristinato entro 6 mesi dall'invasione russa, avvenuta nel febbraio 2022. Oggi la maggior parte dei pazienti riceve assistenza nei centri regionali più vicini al proprio domicilio, mentre coloro che necessitano di farmaci innovativi o terapie non disponibili continuano a recarsi all’estero grazie alla protezione temporanea della Commissione europea, che garantisce agli ucraini un accesso all'assistenza sanitaria pari a quello dei cittadini dell'Unione europea".  

"La rapida ripresa dell'Ucraina evidenzia il valore della mobilità transfrontaliera strutturata, del coordinamento centralizzato e della collaborazione internazionale, modelli che potrebbero migliorare l'assistenza oncologica anche in altri contesti bellici – afferma Francesco Perrone, presidente Fondazione Aiom -. Ciononostante, diverse sfide a lungo termine minacciano la ripresa postbellica della cura del cancro nel Paese. Il sistema sanitario ucraino oggi è completamente dipendente da sovvenzioni e prestiti internazionali per sostenere i servizi essenziali, compresa l'assistenza oncologica, poiché le entrate interne sono in gran parte destinate alla difesa. L'incertezza sui finanziamenti a lungo termine può mettere a repentaglio i programmi di prevenzione, diagnosi e trattamento del cancro".  

"Nei contesti di guerra, prevale la preoccupazione per la sopravvivenza immediata, pertanto screening oncologici e prevenzione restano in secondo piano – continua Perrone -. Questo determina una riduzione delle diagnosi precoci e, in pochi anni, un incremento della mortalità per tumore evitabile. In secondo luogo, si interrompono gli studi clinici e la continuità terapeutica, anche per le difficoltà di spostamento dei pazienti, la riconversione degli ospedali verso la medicina d'urgenza e la rottura delle catene di approvvigionamento dei farmaci. Preoccupa che l'attacco alle strutture sanitarie sia sempre più frequente nei conflitti a livello globale, in aperta violazione delle Convenzioni di Ginevra". 

"Oltre alla distruzione dell’ospedale turco-palestinese a Gaza - ribadiscono gli oncologi - va ricordato l'attacco russo nel luglio 2024 contro il centro di oncologia pediatrica più grande dell’Ucraina, l'Okhmatdyt Hospital di Kiev, nel quale sono rimasti feriti 300 pazienti pediatrici e 600 sono stati evacuati". "Oltre ai morti e ai feriti e agli enormi ostacoli alla cura dei pazienti oncologici, le attività belliche creano una 'biosfera della guerra' nella quale l'aria e l'acqua sono contaminate con metalli pesanti e sostanze cancerogene, che derivano dai residui bellici e dalle macerie – sottolinea Rossana Berardi, presidente eletto Aiom -. Salute dell'ambiente e delle persone sono strettamente legate, in un approccio One Health. In particolare, l'amianto rappresenta un fattore di rischio oncologico presente in numerose aree di conflitto. A Gaza siamo di fronte a una trappola chimica con macerie miste a residui contaminati".  

"Anche in Ucraina, questo materiale è stato utilizzato in maniera estensiva in edilizia fino a tempi recenti - continua Berardi -. Nel Paese, infatti, è stato vietato solo nel 2017, in Italia nel 1992. Lo United Nations Office for Disaster Risk Reduction ritiene che circa il 60% dei tetti in Ucraina sia rinforzato con amianto. La massiccia distruzione degli edifici sta creando milioni di tonnellate di detriti pericolosi. Dalle macerie e durante i crolli e incendi in seguito ai bombardamenti, le fibre di amianto vengono rilasciate in atmosfera dove sono respirate dalla popolazione. I danni non sono quantificabili nel breve termine, ma saranno evidenti fra decenni, perché la latenza fra l'esposizione all'asbesto e lo sviluppo dei tumori correlati è di oltre 40 anni. L'impatto complessivo sulla salute di queste guerre non si fermerà per generazioni". 

Alla fine del 2023 - ricordano da Aiom - "si è svolto il primo summit globale su guerra e cancro. Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel discorso di apertura, ha evidenziato la vulnerabilità dei pazienti oncologici. Il summit si è concluso con la predisposizione di un manifesto, successivamente pubblicato su The Lancet". "Gli autori del manifesto - conclude Di Maio - chiedono una collaborazione internazionale per sviluppare servizi oncologici specifici nelle emergenze umanitarie acute e nei contesti a lungo termine ed elencano sette raccomandazioni per garantire la salvaguardia dei servizi oncologici durante i conflitti, tra cui il pieno rispetto delle Convenzioni di Ginevra per la protezione del personale medico, il divieto di attacchi contro le strutture sanitarie e la tutela dei diritti dei malati, compresi quelli con diagnosi di cancro. Aiom aderisce ai principi del manifesto ed è pronta a contribuire concretamente alla cooperazione internazionale, mobilitando le competenze e l'impegno dei propri soci e dell'intera comunità oncologica italiana, promuovendo iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e sollecitando le istituzioni ad assumere impegni e interventi concreti per tutelare il diritto alla cura dei pazienti oncologici anche nei contesti di guerra". 

18 set 2026

Gf Vip, la frecciata di Lucarelli a Totti e Noemi Bocchi: "Sei mesi di noi"

18 set 2026

Cybersicurezza, si chiude il primo Ciso Meetup di AssoCiso: coordinamento nell'interesse nazionale

(Adnkronos) - Si è chiusa a Roma la prima edizione del CISO Meetup, il convegno di AssoCISO, l’Associazione Italiana Chief Information Security Officer, che rappresenta l’ecosistema dei responsabili della sicurezza cibernetica delle organizzazioni pubbliche, private e partecipate del Paese e il punto di contatto per le istituzioni nazionali anche sul fronte della guerra ibrida e nel contrasto delle minacce cibernetiche. Un ruolo che esce rinforzato e arricchito da questa prima giornata di confronto. Per dare continuità a un dialogo stabile tra chi difende ogni giorno le infrastrutture digitali del Paese e chi definisce le politiche nazionali di sicurezza. 

Tanti gli interventi sia istituzionali che militari, tra gli altri, Valentino Valentini, Viceministro delle Imprese e del Made in Italy, il Presidente del Copasir Lorenzo Guerini, i Presidenti delle Commissioni parlamentari Maurizio Gasparri, Federico Mollicone e Salvatore Deidda. Presenti anche vertici militari ed operativi dei Comparti cyber, tra cui: il Generale Stefano Francesconi, Capo Ufficio Generale per il Coordinamento e Supporto Operativo del Centro Cyber del Comando Interforze Cyber Intell-Ris, il Capitano di Vascello Mario Gaudino, Capo Reparto C4S, Marina Militare, il Generale Paolo Aceto, Capo del III Reparto, Comando Generale Arma dei Carabinieri, il Generale Giovanni Arseni, Vice Capo del VI Reparto C5I, Stato Maggiore Esercito, il Direttore della Polizia Postale e per la Sicurezza cibernetica Ivano Gabrielli, il Generale Alessio Nardi, Consigliere del Ministro Tajani per le politiche di sicurezza, Antonio Ardituro, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Liviana Lotti, Vice Capo del Servizio Programmi Industriali, Tecnologici e di Ricerca, dell’Agenzia per laCybersicurezza Nazionale. 

A chiusura dei lavori, il Presidente di AssoCISO, Fabio Ugoste ha sottolineato: “la cybersicurezza non può più essere affrontata all’interno di confini separati, perché le minacce che abbiamo davanti attraversano organizzazioni, settori e infrastrutture e incidono direttamente sulla sicurezza del Paese. Questo primo CISO Meetup nasce proprio dalla necessità di mettere a sistema competenze ed esperienze diverse e di costruire un dialogo stabile tra CISO, istituzioni e Difesa. Oggi abbiamo compiuto un primo passo importante. L’obiettivo di AssoCISO è dare continuità a questo confronto, perché di fronte a scenari sempre più complessi la capacità di cooperare, condividere informazioni e sviluppare una visione comune è parte integrante della resilienza nazionale”. 

Attraverso tematiche come l’intelligence e coordinamento cyber dello Stato, i nuovi confini della difesa digitale, l'impatto dell'Intelligenza Artificiale su attacchi e difesa cibernetica, la crittografia post-quantistica, la responsabilità personale del CISO, anche alla luce di disegni di legge in calendario, il talento e gli investimenti nel settore, è stato possibile avviare un percorso di dialogo tra le varie realtà interconnesse al dominio cyber, nella “Era dell’incertezza” come è stata descritta l’epoca attuale nel magistrale intervento tenuto da Marco Minniti, Presidente della Fondazione MedOr. 

Filo comune il superamento dei confini fisici della sicurezza, con la coscienza che la resilienza del Paese dipende sempre più dalla cooperazione, prima ancora che dalla singola tecnologia.  

Con questa prima edizione AssoCISO si conferma come un interlocutore fondamentale per le istituzioni nazionali ed europee sui temi della cybersicurezza e della minaccia ibrida, per la cooperazione tra CISO, Difesa e istituzioni. 

18 set 2026

Zannini (Cosmoprof W. Bologna): "Celebriamo 60 anni leadership industria beauty internazionale"

(Adnkronos) - “Il 2027 rappresenta un momento molto importante perché celebriamo l’anniversario di Cosmoprof Worldwide Bologna, che non è solo una fiera, ma un vero e proprio brand e network. Si tratta di 60 anni di vita di Cosmoprof, che non esiste solo in Italia, ma anche all’estero.  

Bologna ne rappresenta la manifestazione madre, però Cosmoprof ha saputo sviluppare il network in tutto il mondo. In questi sessant'anni è stato molto difficile, ma siamo riusciti a mantenere una leadership possibile solo grazie all'interpretazione di come si muove il mercato”. Così Enrico Zannini, Direttore Generale di Cosmoprof Worldwide Bologna, partecipando all’evento di presentazione a Milano di The Invisible Beauty, il nuovo progetto di comunicazione di Cosmoprof Worldwide Bologna, ideato in vista dell’edizione 2027, che celebrerà i 60 anni della manifestazione di riferimento a livello globale per l’industria cosmetica. 

“Una delle novità della prossima edizione è il nuovo layout: avremo a disposizione un nuovo padiglione e questo ha consentito di riorganizzare il layout di manifestazione per rendere più fruibile la visita ai visitatori e agli operatori all’interno di questa fiera molto grande - conclude - questa riorganizzazione ci consente di migliorare il flusso dei visitatori, agevolare l'incontro della domanda e dell'offerta e l'incontro tra operatori ed espositori. Per noi questo è stato molto importante, in quanto l'aspetto logistico, in una fiera così grande, rappresenta uno degli elementi determinanti per rendere la fiera assolutamente di successo”. 

18 set 2026

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