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Chi è Simona Quadarella, oro negli 1500 stile libero agli Europei di nuoto

(Adnkronos) - Simona Quadarella da sogno agli Europei di Parigi oggi, venerdì 14 agosto. L'azzurra trionfa la finale degli 1500 stile libero, detta il ritmo fin dall'inizio della gara e agguanta l’oro con il crono di 15"46"22, nuovo record dei campinati, precedendo le tedesche Isabel Gose e Maya Werner.  

L'azzurra si conferma così regina d'Europa nelle distanze lunghe dello stile libero. La 27enne romana centra il nono oro europeo individuale, il quarto negli 800 stile libero. Simona eredita la sua passione dal padre istruttore e la condivide per anni con la sorella maggiore, Erica, suo punto di riferimento. Entra non ancora diciottenne nel giro della Nazionale senior, dopo numerose vittorie a livello giovanile, nel 2014 si fa conoscere al mondo conquistando il titolo di campionessa olimpica giovanile degli 800 stile libero a Nanchino. Nel 2016 manca la convocazione ai Giochi Olimpici di Rio sbagliando la gara decisiva, ma quel passo falso inatteso è il punto di svolta della sua carriera.  

Ai suoi primi Mondiali, nel 2017, è subito medaglia di bronzo, mentre l'anno successivo mette a segno una tripletta agli Europei di Glasgow vincendo 1500, 800 e 400 (con bis anche a Budapest 2021). La consacrazione definitiva arriva nell'estate del 2019, quando si laurea campionessa del mondo nei 1500 facendo registrare anche il nuovo primato nazionale. All'Olimpiade di Tokyo 2021 la sua prima medaglia a cinque cerchi, il bronzo negli 800. L'anno successivo altre quattro medaglie tra Mondiali ed Europei. Nel 2023 ancora una medaglia iridata, l'argento nei 1500. Nel 2024, invece, un doppio trionfo ai Mondiali di Doha nei 1500 e negli 800. 

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Doppio oro azzurro agli Europei, trionfano Battocletti nei 10.000 e Tamberi nell'alto

(Adnkronos) - Dopo trionfo azzurro agli Europei di atletica leggera a Birmingham. Nadia Battocletti regina dei 10.000 metri, Gianmarco Tamberi ancora oro nel salto in alto.  

Battocletti si conferma la regina d'Europa del mezzofondo conquistando i 10.000 metri, a tre giorni dal titolo nei 5.000. Birmingham 2026 come Roma 2024, Battocletti è la prima donna della storia a centrare due doppiette in due edizioni continentali consecutive. La trentina si impone con il tempo di 31'41"17, alle sue spalle l'olandese Maureen Koster, argento in 31'45"76. Terza la belga Jana van Lent in 31'47"81. Elisa Palmero è quinta in 32'00"06 e Federica Del Buono, sesta in 32'01"42. "Al di là dei risultati sono felice di rendere felici le persone -spiega Battocletti a Sky Sport a caldo dopo la vittoria-. Mi scrivono tante persone, bambini e anziani, e mi dicono che trovano la forza di superare le difficoltà vedendomi. Ma in realtà sono io che trovo la forza leggendoli, nelle loro parole". 

 

La magica serata azzurra all'Alexander Stadium prosegue con una altra medaglia d'oro, quella del capitano azzurro Gianmarco 'Jimbo' Tamberi che salta 2.32 e conferma il titolo di Roma. Alle sue spalle l'ucraino Oleg Doroshchuk (2,30), bronzo all'altro azzurro Matteo Sioli (2,27). Grande gioia per il 34enne marchigiano che ha trionfato davanti alla moglie Chiara e alla figlia Camilla. Dai 200 metri arriva la quarta medaglia azzurra, la conquista Fausto Desalu. Il campione olimpico della 4x100 a Tokyo chiude in 20"26 ex-aequo con lo svizzero Timothé Mumenthaler. Oro al tedesco Owen Ansah in 19"95, argento per il britannico Zharnel Hughes in 20"16. 

 

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Ucraina, un anno dopo Anchorage. L'ambasciatore Zazo: "Evidente errore di calcolo di Trump e Putin"

(Adnkronos) - Roma, 14 ago. (Adnkronos) 

Un anno fa Donald Trump accolse in Alaska Vladimir Putin nella convinzione di poter far partire il negoziato tra Mosca e Kiev e di portare la pace in Ucraina , risultato grazie al quale avrebbe anche ottenuto il Nobel. Un anno dopo di quello "spirito di Anchorage" - la distensione tra Stati Uniti e Russia con un dialogo rinnovato che avrebbe dovuto aprire la strada ad un accordo di pace - sembra non essere rimasto più nulla, se non la conferma che il vertice di Ferragosto di un anno fa in Alaska si basò su un "errore di calcolo" da parte dei due leader, con la conseguenza che 12 mesi dopo la guerra continua, ma Kiev è più forte e l'Europa ha dimostrato di potersi sostituire agli Stati Uniti nel sostegno finanziario e militare. Questa l'analisi dell'ex ambasciatore italiano a Kiev, Pier Francesco Zazo, convinto che ad Anchorage non ci sia mai stata una reale speranza di gettare le basi per un accordo tra Mosca e Kiev.  

  

"A mio avviso quella speranza non ci fu mai e questo anzitutto perché quello che la Russia aveva proposto, in sostanza la capitolazione dell'Ucraina poiché includeva le richieste di ritiro da tutto il Donbass, anche delle parti ancora controllate dagli ucraini, nonché una forte limitazione delle Forze Armate ucraine, due condizioni assolutamente inaccettabili per il Kiev", dice Zazo all'Adnkronos. Putin "credeva che Trump avrebbe potuto proporre a Zelensky la capitolazione del suo Paese sulla testa non solo dell'Ucraina, ma anche dell'Europa: a distanza di un anno, quell'errore di calcolo è evidente", sottolinea l'ex ambasciatore. Così come è evidente "la valutazione errata" che aveva portato il presidente americano a srotolare il tappeto rosso al leader del Cremlino, convinto che Volodymyr Zelensky "non avesse alcuna carta da giocare", come gli disse nella famosa strigliata alla Casa Bianca quando lo ricevette un mese dopo essere tornato presidente, e che l'Europa non avrebbe avuto la forza di opporsi a un'eventuale intesa con Mosca.  

  

A distanza di un anno, sottolinea Zazo, che era a Kiev il giorno dell'invasione russa il 22 febbraio del 2022, "l'Ucraina, grazie anche al supporto molto importante dell'Europa, non solo ha continuato a resistere sulla linea del fronte, ma è anche passata al contrattacco, ha colpito le infrastrutture energetiche e logistiche russe, è arrivata fino a San Pietroburgo e Mosca". Di più: nell’ultimo anno "si è assistito a uno sviluppo straordinario dell'industria della difesa, in particolare nel settore dei droni e dei missili a medio raggio, al punto che la produzione nazionale bellica è fortemente aumentata riuscendo ormai a coprire oltre la metà del fabbisogno delle Forze Armate ucraine ".  

  

"La resistenza di questo anno è qualcosa che né Putin né Trump si aspettavano", sostiene l'ambasciatore, che inserisce nel ragionamento sul dopo Anchorage anche un secondo "fattore decisivo: l'Europa , consapevole che l’Ucraina sta combattendo anche per la sicurezza e stabilità del nostro continente , si è mostrata sostanzialmente compatta " dopo il vertice in Alaska che voleva tagliarla fuori da un accordo sull'Ucraina, "riuscendo a sostituirsi efficamente agli Stati Uniti nel suo sostegno a Kiev, dopo che Washington ha sospeso gli aiuti finanziari, mentre fornisce quelli militari solo se gli alleati pagano come previsto dal programma Purl". Senza contare che, via anche il premier ungherese Vitkor Orban che faceva ostruzionismo, l'Ue, che e’ormai il primo donatore in assoluto di Kiev, ha approvato un importante prestito di 90 miliardi di Euro e passato anche un 20mo pacchetto di sanzioni, rafforzando in particolare le misure sanzionatorie nel settore degli idrocarburi e contro la flotta ombra russa , "insomma continua a fare il suo dovere".  

  

Rispetto ad Anchorage un altro elemento è cambiato: premesso che Trump è distratto dalla guerra con l'Iran, che è oggi la sua priorità, il presidente americano "si è un po' ricreduto su Putin: un anno fa lo aveva accolto con tutti gli onori, sicuro di convincerlo a concludere la guerra con un piano di pace sbilanciato a favore del Cremlino, oggi non è più ammaliato come prima dalla sua figura di vincente, la sua soggezione nei confronti della Russia, che si sta mostrando vulnerabile sul piano militare, si è ridotta". Parallelamente, ragiona Zazo, il suo rapporto con Zelensky "è migliorato, ha capito che ha delle carte da giocare, considerato il modo in cui l’Ucraina continua a resistere". Ma certo, il suo atteggiamento nei confronti di Kiev resta "erratico, come dimostra il voltafaccia sui Patriot", i sistemi antimissile la cui licenza il presidente americano aveva detto di voler condividere, salvo poi cambiare idea. L’atteggiamento di fondo di Trump non e’ cambiato, vuole comunque disimpegnarsi gradualmente dal conflitto accollando l’onere finanziario agli europei.  

  

L'ambasciatore parla poi della situazione interna in Ucraina, dopo le manifestazioni di piazza dei giorni scorsi seguite al licenziamento del ministro della Difesa Michajlo Fedorov, grande promotore dell’innovazione tecnologica, da parte di Zelensky. La protesta, in particolare dei giovani, sembra al momento essere rientrata: "Il presidente è sempre stato molto bravo a sollevarsi dopo i momenti difficili, ha grandi capacità di incassatore, tende a essere impulsivo quando prende le decisioni - analizza Zazo - ma è sempre pronto a rivederle, è molto attento agli umori dell'opinione pubblica, tenta di correggere il tiro. E' un ex attore e gli piace essere amato dalla gente". "Su Fedorov ha fatto un errore, non gli piace chi gli fa ombra, ma non è un dittatore", tende solitamente a spostare i suoi avversari politici ad incarichi di minore rilevanza, sottolinea il diplomatico, facendo comunque presente che gli ucraini "non amano la figura degli zar: in 35 anni di indipendenza hanno cambiato sei presidenti". 

  

Situazione ben diversa in Russia, dove lo 'zar' Putin appare in difficoltà a quattro anni e mezzo dall'inizio della guerra che non dà segno di voler chiudere. "Che ci sia malcontento è fuor di dubbio. Gli attacchi alle grandi città, le file per il carburante, i raid contro i centri logistici, le difficoltà a reclutare nuovi soldati sono il segnale inequivocabile delle sempre maggiori difficoltà di Mosca" a gestire la guerra, ragiona l'ex ambasciatore, che cita l'esclusione del partito anti guerra Yabloko dalle elezioni di settembre come "uno dei campanelli d'allarme" più evidenti delle preoccupazioni del Cremlino sulla tenuta dell'opinione pubblica. Tuttavia, "il popolo russo è passivo e fatalista, è impossibile prevedere in cosa si tradurrà questo malcontento, bisogna aspettare cosa succederà dopo il voto", sostiene infine Zazo, che non esclude l’eventualità che Putin, messo con le spalle al muro a causa del perdurante stallo nel conflitto, possa infine decidere "un'ulteriore mobilitazione". "Si tratterebbe però di una decisione molto rischiosa per Putin poiché a quel punto il malcontento dei russi potrebbe veramente esplodere. A mio avviso - chiosa l'ex ambasciatore - l'unico modo per convincerlo a chiudere la guerra è di continuare a colpire l'economia russa, inasprendo ulteriormente le sanzioni, in primis nel settore degli idrocarburi ". 

14 ago 2026

Europei nuoto, Quadarella oro nei 1500. Bronzo alla staffetta 4x100 stile libero mista

(Adnkronos) - Simona Quadarella si prende il centro della scena nella quinta giornata di gare agli Europei di Parigi. La romana vince il suo decimo titolo europeo individuale, il secondo in questa rassegna continentale, trionfando nei 1500 metri con il tempo di 15'46"22, davanti alle tedesche Isabel Gose e Maya Werner. Stesso podio di tre giorni fa negli 800 stile libero. "Medaglia d'oro e record dei campionati europei -dice l'azzurra al microfono di Sky Sport-, non poteva andare meglio di così ma è stata veramente dura. Gose è stata molto brava rimanendomi attaccata a lungo, a un certo punto temevo che potesse prendermi ma è meglio fare le gare con qualcun'altra che non da sola". La medaglia di Quadarella non resta isolata perché qualche minuto dopo arriva il bronzo della 4x100 stile libero mista. Carlos D’Ambrosio, Thomas Ceccon, Sara Curtis, Emma Virginia Menicucci realizzano il nuovo record italiano in 3'20"80 alle spalle della Russia (3'19"95) e dell'Olanda (3'20"09).  

Simone Cerasuolo e Nicolò Martinenghi centrano la finale europea dei 50 rana con i due migliori tempi. Il romagnolo ferma i cronometri sul tempo di 26"23, il lombardo è alla sue spalle con 26"62.Bene anche la donna copertina della rassegna continentale Sara Curtis che dopo l'oro con record del mondo nei 50 dorso, raggiunge la finale dei 50 stile libero con il 4° tempo in 24"13, tre decimi più lenta della svedese Sarah Sjostroem che firma il miglior crono. Domani a giocarsi una medaglia ci sarà anche Alberto Razzetti nei 200 farfalla. Il ligure centra il terzo tempo assoluto in 1'54"67, a poco più di sette decimi dall'idolo di casa il francese Leon Marchand (1'53"95).  

Delusione invece per Carlos D'Ambrosio solo quinto nella finale dei 200 stile libero con il crono di 1'45"19. Trionfa il grande favorito, il romeno David Popovici con il tempo di 1'44"15. Niente medaglia anche per Thomas Ceccon, solo settimo nei 50 dorso in 24"54. Gara tiratissima con i tre sul podio racchiusi in tre centesimi, vince il ceco Miroslav Knedla in 24"11, davanti ai russi Kliment Kolesnikov (24"12) e Pavel Samusenko (24"14). 

 

14 ago 2026

Afghanistan, cinque anni fa cadeva Kabul: la 'pace' dei Talebani in un'emergenza senza fine

(Adnkronos) - Cinque anni fa i Talebani tornavano al potere in un Afghanistan martoriato da decenni di guerre. Cinque anni dopo sono alla ricerca di riconoscimento internazionale, mentre esercitano un controllo crescente sulla popolazione e restringono diritti e libertà, soffocando l'informazione in un Paese considerato 'più stabile' in cui però quasi la metà della popolazione dipende dagli aiuti. Va avanti quella che appare sempre più una crisi dimenticata. Qualcuno vede uno 'status quo'. Il governo talebano non è riconosciuto dalla comunità internazionale, anche se delegazioni del movimento che fu del mullah Omar hanno partecipato a colloqui all'estero. Lo scorso anno la Russia è diventato il primo Paese - e resta l'unico - a riconoscere formalmente il regime talebano come governo legittimo dell'Afghanistan. A giugno il Belgio ha reso noto di aver concesso i visti a cinque inviati del governo talebano per consentire un incontro con la Commissione Europea per parlare di rimpatri di cittadini afghani senza diritto a restare nell'Ue.  

Sono passati cinque anni da quel 15 agosto 2021 in cui i Talebani tornavano a Kabul, mentre fuggiva l'allora presidente Ashraf Ghani. Arrivavano immagini di disperazione e di fughe strazianti. Oggi i Talebani cercano di 'parlare' con diversi Paesi. E parlano con la Cina (lo scorso agosto era a Kabul il capo della diplomazia di Pechino). In qualche modo anche con il vicino Pakistan, tra scambi di accuse e guerra sottosoglia. Cina, Emirati arabi uniti, India e Turchia, sottolinea l'Economist, lavorano con loro su questioni che vanno dal commercio all'attività estrattiva. E ci sono gli Stati Uniti. Nel febbraio del 2020, al primo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, arrivava l'accordo di Doha per il ritiro dall'Afghanistan. A fine agosto 2021 si concludeva, con Joe Biden alla Casa Bianca, il ritiro delle forze internazionali dal Paese. L'anno scorso Donald Trump tornava a parlare della base aerea di Bagram. 

Perché in Afghanistan resta la questione della sicurezza. "I Talebani hanno bisogno di uscire da una situazione critica e sul tavolo hanno messo una carta importante, che interessa sia alla Russia, sia alla Cina che agli Stati Uniti, ovvero il contrasto allo Stato islamico", Is-K, lo Stato islamico nella provincia del Khorasan, ragiona con l'Adnkronos un ex capo della sezione contro-intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan.  

Lo Stato islamico, osserva, "è ancora molto forte, ha un controllo territoriale esteso e consolidato nella provincia di Nangarhar (nell'est, al confine con il Pakistan) dove gestisce un'economia parallela basata su traffici illeciti ed estrazione illecita di minerali, che poi esporta illegalmente verso il Pakistan". I Talebani parlano diversamente. "L'Is è stato completamente eliminato in Afghanistan", ha sostenuto a maggio il portavoce Zabihullah Mujahid. 

 

C'è poi l'economia della droga. Il bando sull'oppio - imposto nell'aprile del 2022 - resta un test cruciale per il governo talebano. Scompaiono i campi di papavero da oppio, perché "l'Afghanistan ha in effetti ridotto la produzione di oppio grezzo", ma nel frattempo - osserva la fonte con l'Adnkronos - ha "aumentato produzione ed esportazione di prodotto raffinato, quindi l'eroina, e sta investendo sempre di più in metanfetamina". Secondo dati Unodc (Un Office on Drugs and Crime), nel 2025 c'erano 10.200 ettari di terreno coltivato a oppio, rispetto ai 232.000 ettari stimati prima del bando. Di conseguenza è diminuita la produzione. Ma, hanno avvertito, produzione e traffico di droghe sintetiche, in particolare metanfetamine, continua ad aumentare. 

Fa parte anche questo del quadro della situazione relativamente stabile portata dai Talebani, che però non riescono ad attrarre investimenti mentre molti afghani vedono le proprie condizioni di vita peggiorare in un Paese in cui tra metà settembre 2023 e fine maggio 2026 sono tornate in patria circa sei milioni di persone dal Pakistan e dall'Iran (dati Oim). Tuttavia, evidenzia ancora l'Economist, Kabul non è senza 'risorse' e fra queste - secondo fonti interne e non al governo talebano - c'è il fatto che sono rimasti in patria più della metà degli impiegati (nonostante la grande fuga del 2021) e, stando alla Banca Mondiale, il governo incassa ora circa quattro miliardi di dollari ogni anno tra imposte e altre entrate, quasi il 60% in più rispetto al 2020. La 'ricetta talebana' è fatta di imposte più alte e lotta alla corruzione. 

Ridotti finanziamenti e aiuti internazionali, quella in Afghanistan resta una delle più grandi crisi umanitarie al mondo. Circa 21,9 milioni di persone (10,7 milioni di donne e ragazze) hanno bisogno di assistenza umanitaria, circa il 45% della popolazione. Quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di deperimento (wasting), una forma grave di malnutrizione acuta, ha lanciato l'allarme Save the Children, sottolineando come nel secondo trimestre del 2026 la malnutrizione acuta infantile sia peggiorata in circa due terzi delle province afghane rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Emergency ha reso noto che nei primi sei mesi dell'anno il 70% dei pazienti ricoverati per trauma nell'ospedale di Kabul è ancora costituito da feriti a causa di violenza e conflitti (ferite da arma da fuoco, taglio, schegge di esplosioni, mine). E ha sottolineato come sia a Kabul che a Lashkar-gah sia evidente un aumento dei casi gravi e dei morti all'arrivo dovuto anche al ritardo nel raggiungere le strutture.  

E l'Afghanistan è il Paese della grave crisi dei diritti delle donne e delle ragazze, quelli che cinque anni fa i Talebani avevano promesso avrebbero protetto. Da allora, hanno denunciato le Nazioni Unite, sono stati emanati più di cento decreti che vedono donne e ragazze 'nel mirino', istituzionalizzando la discriminazione e privandole dei loro diritti fondamentali e nell'ultimo anno si è ulteriormente intensificata l'esclusione di donne e ragazze dall'istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica, dai sistemi giudiziari e dall'assistenza sanitaria. "Le autorità di fatto devono rimuovere le restrizioni imposte a donne e ragazze, consentendo loro piena partecipazione all'istruzione, al lavoro e alla vita pubblica, proteggere diritti e libertà fondamentali e affrontare le preoccupazioni a livello internazionale relative a sicurezza e terrorismo", ha detto Georgette Gagnon, vice rappresentate speciale del segretario generale dell'Onu e responsabile della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama). 

E ancora, denuncia Reporters Sans Frontières, dal ritorno al potere i Talebani hanno emanato più di venti direttive a livello nazionale e una lunga lista di decreti a livello provinciale "volti a smantellare la libertà di stampa". Ed è vietato criticare il regime, il dibattito politico è stato messo a tacere e la trasmissione di immagini di esseri viventi è proibita. Giornalisti, attivisti, persone le cui voci sono considerate critiche nei confronti dei Talebani hanno dovuto fare i conti con intimidazioni, arresti arbitrari e torture - denuncia Human Rights Watch - e centinaia di componenti delle forze di sicurezza dell'era Ashraf Ghani sono stati vittima di sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali. 

 

A fare un quadro della situazione è il generale il generale Giorgio Battisti, primo comandante del contingente italiano della missione Isaf in Afghanistan e membro del Comitato Atlantico. "Cinque anni fa aveva luogo la caotica e poco dignitosa evacuazione dall’Afghanistan della comunità internazionale, abbandonando la popolazione locale, dopo averla illusa per circa 20 anni, al ritorno dei talebani, che il 15 agosto 2021 entravano senza sparare un colpo nella capitale Kabul" dice all'Adnkronos. "Un disordinato ritiro avviato dagli Stati Uniti, paragonabile alla fuga da Saigon nell’aprile 1975, con un consistente 'ponte aereo', al quale si sono adeguati gli altri Paesi occidentali ancora presenti con proprio personale diplomatico, militare e civile nell’area della capitale afghana". L’Italia, a sua volta, con l’Operazione interforze 'Aquila Omnia', spiega il generale, "ha provveduto a evacuare via aerea oltre 5.000 persone, di cui 4.890 afghani, per lo più collaboratori del nostro contingente con relative famiglie. L’operazione valutata ad 'alto rischio', per la possibilità di attentati (come avvenuto) e scontri a fuoco con i talebani, e sebbene sia stata avviata in tempi ristretti per il breve preavviso ricevuto, è stata condotta con grande professionalità dai comandi in patria e dai militari dell’Esercito, dei Carabinieri e dell’Aeronautica schierati sull’aeroporto di Kabul".  

"Un ritiro previsto dal presidente Trump a seguito degli accordi di pace di Doha del 29 febbraio 2020 e disposto dal presidente Biden nel pieno della cosiddetta 'stagione dei combattimenti', malgrado il parere contrario dei militari e dell’intelligence statunitensi, che ha contribuito a generare un forte senso di demoralizzazione nelle forze di sicurezza afghane che si sono sentite tradite ed abbandonate al loro destino. Qualora il ritiro fosse avvenuto in autunno o in inverno, quando i movimenti sarebbero stati fortemente limitati (anche per i talebani) per le intense nevicate, forse ora parleremmo di un altro scenario. In presenza inoltre di un maggiore preavviso da parte Usa della data di avvio del ritiro, l’evacuazione dei nostri collaboratori locali - continua - poteva essere anticipata di qualche settimana, operando il ponte aereo con minori rischi dall’aeroporto di Herat, che era sotto il controllo del contingente italiano sino ai primi di giugno, e senza costringerli a dover raggiungere Kabul in una situazione di insicurezza generale del Paese per la presenza dei talebani sulle principali vie di comunicazione. I francesi hanno recuperato, ad esempio, i loro collaboratori già a maggio 2021, quando ormai era prevedibile il collasso delle forze afghane". 

14 ago 2026

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