Logo Il Foglio

Mara Venier, 26 anni d'amore con Nicola Carraro: "Sei la mia vita"

19 set 2026

Iran, la rivelazione: "Almeno 22 soldati Usa morti, più di quanto ammesso"

(Adnkronos) - Sarebbero morti 22 soldati statunitensi nella guerra contro l'Iran, un numero superiore al bilancio ufficiale reso pubblico dal Pentagono. Lo scrive il Washington Post, citando sei funzionari Usa a conoscenza dei dati interni di contabilità delle vittime del dipartimento della Difesa: cinque di essi parlano di almeno 22 militari morti, ossia quattro in più rispetto a quanto risulta nel database pubblico del Pentagono. Secondo una sesta fonte sono 23: non sarebbero tutti direttamente collegati al conflitto ma si tratterebbe comunque di personale presente in Medio Oriente durante le ostilità in corso. Lo stesso funzionario segnala anche la morte di tre contractor Usa basati nella regione. 

 

Al momento il database pubblico Defense Casualty Analysis System (Dcas) riporta 18 vittime militari. Il sistema di classificazione delle vittime alimenta ulteriori ambiguità: 14 decessi risultano registrati sotto l'operazione Epic Fury, nome scelto dall'amministrazione Trump per la guerra contro l'Iran, mentre altri quattro compaiono in una categoria separata denominata Overseas Operations, riferita al periodo successivo al cessate il fuoco di luglio tra Washington e Teheran, poi collassato con la ripresa degli attacchi. Nel corso dell'estate, quando quattro morti in combattimento erano stati temporaneamente esclusi dal database, l'amministrazione aveva riclassificato la ripresa delle ostilità come Overseas Operations anziché come parte dell'operazione Epic Fury. 

Tra i casi non riflessi nel database figurano il sergente Devin Seibel, morto il 31 maggio a Irbil, in Iraq, in un incidente durante un addestramento nell'ambito dell'operazione Inherent Resolve contro lo Stato islamico, e il maggiore Sorffly Davius, deceduto il 6 marzo in Kuwait per un'emergenza medica non specificata mentre era impegnato nell'operazione Spartan Shield, scrive la testata statunitense, specificando come non sia chiaro se la sua morte sia collegata a un attacco iraniano. Il Pentagono ha confermato che, da febbraio, altri due militari sono morti in Medio Oriente in missioni non legate alla guerra contro l'Iran, in basi colpite da forze iraniane. 

Secondo il database Dcas, il conflitto ha causato oltre 820 feriti tra le forze Usa, molti dei quali con trauma cranico a seguito di contrattacchi iraniani contro le basi americane nella regione. Secondo un documento esaminato dal Washington Post, il Comando centrale Usa (CentCom), che si occupa delle offensive in Iran, ha stimato in circa 43,6 miliardi di dollari il costo della guerra fino a inizio settembre, di cui 28 miliardi in munizioni impiegate, senza contare i danni alle basi statunitensi. 

Diversi alti ufficiali militari avrebbero avvertito il segretario alla Difesa Pete Hegseth che prolungare le operazioni su larga scala contro l'Iran non è sostenibile e rischia di indebolire la capacità di affrontare altre minacce, compresa quella al territorio nazionale, scrive la testata. Sul piano politico, la guerra è diventata un elemento di difficoltà per il presidente Donald Trump e il partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato di novembre: secondo un sondaggio recente solo il 28% degli americani approva la gestione della crisi iraniana da parte di Trump, contro il 62% che la disapprova. 

Martedì un numero record di sette parlamentari repubblicani ha votato insieme ai democratici alla Camera per approvare una misura, perlopiù simbolica, volta a fermare la guerra, l'ultima di diverse risoluzioni sui poteri di guerra approvate dal Congresso. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha inoltre avviato un tentativo di forzare un voto alla Camera per l'impeachment di Hegseth, accusandolo di aver violato il War Powers Resolution del 1973 conducendo ostilità senza l'autorizzazione del Congresso. Dal canto loro, i senatori democratici hanno annunciato l'intenzione di indagare sulla gestione delle notifiche di vittime da parte del Pentagono se dovessero riconquistare la maggioranza dopo il voto di metà mandato a novembre. 

 

19 set 2026

Pazienti in tempi di guerra, Berardi (Aiom): "123 milioni sfollati senza cure e prevenzione"

(Adnkronos) - "I numeri raccontano una realtà difficile da ignorare. Nel 2024, 123 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dei 65 conflitti in corso nel mondo. Per chi vive una guerra, però, non significa soltanto perdere la propria casa e la sicurezza: spesso significa anche perdere l’accesso alla salute, alla prevenzione e alle cure" Così all'Adnkronos Salute Rossana Berardi, presidente eletta Aiom e direttrice della Clinica oncologica dell’Università Politecnica delle Marche-Aou delle Marche, traccia un bilancio delle Giornate dell'Etica Aiom (Associazione italiana oncologia medica) che si concludono oggi a Erice, in provincia di Trapani, quest’anno sono dedicate a "Guerra, salute globale e oncologia". 

"Questi numeri parlano da soli – spiega Berardi – perché abbandonare la propria abitazione significa spesso abbandonare anche la possibilità di curarsi, di partecipare a programmi di prevenzione e screening e di ricevere diagnosi e trattamenti per le malattie oncologiche". La guerra può compromettere la salute in modo diretto, attraverso la distruzione delle strutture sanitarie, ma anche in maniera più indiretta e prolungata. In Ucraina, ricorda Berardi, "quasi 3.000 strutture e infrastrutture sanitarie sono state colpite. In Siria, invece, tra circa 5.000 pazienti con tumore del polmone, la diagnosi è arrivata in uno stadio avanzato nel 70-80% dei casi".  

Il problema è particolarmente rilevante in oncologia perché il momento in cui un tumore viene diagnosticato può influenzare in modo decisivo le possibilità di cura. "Non abbiamo ancora dati epidemiologici sufficienti per stabilire con certezza quale sarà l'impatto complessivo della guerra sui sistemi sanitari e sulla vita delle persone – sottolinea la presidente eletta di Aiom – ma è certo che lo stadio della malattia rappresenta uno dei principali fattori prognostici. Diagnosticare un tumore in una fase più avanzata riduce inevitabilmente le possibilità di guarigione e aumenta significativamente il rischio di morte". 

 

Non solo le conseguenze immediate. Gli effetti della guerra sulla salute, secondo Berardi, non si esauriscono con le emergenze e le ferite provocate dai combattimenti. Possono infatti protrarsi per anni, compromettendo prevenzione, diagnosi e continuità delle cure. "Questi dati ci hanno portato a riflettere non soltanto sull'impatto immediato della guerra e sulla devastazione che provoca – afferma l'oncologa – ma anche sulle conseguenze a lungo termine. Un conflitto determina inevitabilmente un mancato accesso alle cure, alla prevenzione e alla possibilità di guarire dalle malattie". A questo si aggiungono le conseguenze ambientali. "Se guardiamo il problema in un'ottica One Health può avere ripercussioni enormi sull'inquinamento dell'aria, del suolo, delle acque e delle falde acquifere" aggiunge.  

Il concetto di One Health considera la salute umana strettamente collegata a quella degli animali e dell'ambiente. "In questo quadro, la guerra può quindi lasciare una traccia che va ben oltre la durata dei combattimenti, attraverso la contaminazione ambientale e la compromissione dei sistemi sanitari". E sul nodo "cure che si interrompono", Berardi non ha dubbi: "l'impatto sulla salute è già visibile durante i conflitti". E ricorda il caso di un paziente oncologico ucraino arrivato nella sua clinica di Ancona all'inizio della guerra. "Il problema era proprio l'accesso alle cure: l'ospedale militare nel quale veniva seguito era stato bombardato e, attraverso un corridoio umanitario, è stato possibile portarlo ad Ancona. Un intervento che ha consentito a quel paziente di proseguire le cure, ma che non può rappresentare una soluzione per tutti". 

"Questo è potuto succedere per alcuni pazienti, ma inevitabilmente non per tutti - osserva Berardi -. È proprio questa disuguaglianza nell'accesso alle cure a rappresentare uno dei nodi etici sollevati durante le Giornate dell'Etica. E sul rischio di un impatto sanitario che durerà nel tempo per ora, sottolinea Berardi, "non è possibile quantificare con precisione quanto i conflitti attuali incideranno sulla salute delle popolazioni negli anni a venire. Ma alcuni meccanismi sono già noti: quando prevenzione, screening, diagnosi e trattamenti vengono interrotti o ritardati, aumenta il rischio che le malattie vengano individuate quando sono più difficili da curare. Non abbiamo elementi per trarre conclusioni più ampie ma di certo non si tratta soltanto di un impatto sulla salute futura: riguarda anche la salute presente". 

 

Dalle Giornate dell'Etica emerge così una riflessione che riguarda non soltanto la medicina, ma anche le conseguenze umane e sociali dei conflitti. Quando una guerra distrugge un ospedale, infatti, non viene interrotta soltanto un'attività sanitaria: possono saltare percorsi di prevenzione, diagnosi e cura costruiti nel corso di anni, con conseguenze che possono continuare molto tempo dopo la fine dei combattimenti. Tra le riflessioni emerse durante l'incontro, Berardi ricorda infine una frase legata al rischio di un'escalation nucleare: "Non spingere quel bottone perché, se sei il primo a spingere il bottone, sarai il secondo a morire" conclude. 

19 set 2026

Camera, giovedì la presentazione del libro su Bossi con Fontana, Salvini e Giorgetti

19 set 2026

Groenlandia, Danimarca: "Accordo Usa vincolante, più sicurezza nell'Artico"

(Adnkronos) - Il futuro accordo con gli Stati Uniti sulla sicurezza della Groenlandia è "vincolante" e "rafforza la sicurezza" nell'Artico. Lo ha dichiarato via social Lars Lokke Rasmussen, ministro degli Esteri danese, in vista della firma dell'accordo, anticipata ieri dal presidente Usa, Donald Trump, e attesa nei prossimi giorni. 

"La prossima settimana potrebbe essere una buona settimana... Sia per la Groenlandia, sia per la Danimarca, che per gli Stati Uniti", ha scritto Rasmussen. "Un lungo periodo di incertezza sarà, si spera, sostituito da un accordo vincolante che rafforza la sicurezza nell'Artico e nell'Atlantico settentrionale e quindi anche la nostra sicurezza condivisa nella Nato e in Europa", ha aggiunto. 

Nella sua comunicazione sul social Truth, Trump si è detto "lieto di annunciare che gli Stati Uniti d'America hanno concluso un accordo con il Regno di Danimarca e con la Groenlandia che conferisce agli Stati Uniti il controllo permanente della sicurezza e di tutte le altre necessità in Groenlandia, affrontando completamente tutte le nostre numerose preoccupazioni nazionali. Non ci sarà alcun costo per gli Stati Uniti!", ha scritto il presidente americano. 

"Su mia direttiva abbiamo lavorato con i rappresentanti della Danimarca e della Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti abbiano per sempre la piena capacità di fare tutto ciò che sarà necessario in Groenlandia per garantire e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti d'America. Inoltre, da questo momento in poi, nessun avversario degli Stati Uniti potrà masi avere una base in Groenlandia, una presenza militare in Groenlandia o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia senza la nostra espressa approvazione scritta", ha scritto ancora Trump. 

Poco dopo Danimarca Groenlandia hanno confermato di aver raggiunto un accordo con gli Stati Uniti sulla sicurezza nell'Artico e nell'Atlantico settentrionale. In particolare Copenaghen ha annunciato che la firma è prevista per la prossima settimana a margine dell'Assemblea generale dell'Onu. 

"Accolgo con favore la prospettiva di un buon accordo per la Groenlandia, il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti", ha dichiarato la premier danese Mette Frederiksen in un comunicato. 

19 set 2026

Yemen, gli Houthi: "Non siamo in guerra con l'Italia, non sostenga aggressioni"

(Adnkronos) - "Non siamo in guerra con l'Italia, né desideriamo che essa venga coinvolta in atti ostili contro il nostro Paese o che sostenga atti di aggressione contro la nostra Nazione e il nostro popolo". Lo afferma all'Adnkronos Nasr al-Din Amer, vice capo dell'Autorità per i media degli Houthi (Ansar Allah) e presidente del consiglio di amministrazione dell'agenzia di stampa Saba.  

"Attualmente siamo in guerra con il nemico saudita, che da 12 anni assedia e attacca il nostro Paese", aggiunge Amer dopo l'attacco alla base aerea di Ta'if, in Arabia Saudita, in cui è stato colpito un velivolo F-2000 italiano. 

 

"Non vi sono militari italiani coinvolti. Nell'attacco è stato colpito un velivolo F-2000 italiano, che si trovava all’interno della base e in un’area decentrata. Non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale", aveva spiegato il giorno dell'attacco il ministro della Difesa Guido Crosetto. 

"Ho chiesto al capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Luciano Portolano, al comandante del comando operativo di vertice interforze, generale di Corpo d'armata Giovanni Maria Iannucci, e al capo di Stato maggiore dell'aeronautica militare, generale di Squadra aerea Antonio Conserva, di fornirmi un'ulteriore valutazione, dopo quelle già effettuate nelle scorse settimane, sull'evoluzione del quadro, sulle condizioni del nostro personale e sulle possibili opzioni operative. Mi è stato riconfermato che erano già state messe in atto da tempo tutte le misure di sicurezza a salvaguardia del personale militare", le parole del ministro, che ha poi convocato una riunione per fare il punto. 

Il caccia Eurofighter Typhoon è stato colpito la notte del 17 settembre in conseguenza di un attacco nella base. Si tratta del più avanzato aereo da combattimento sviluppato nel continente europeo, in grado di offrire capacità operative di ampio respiro nel settore della difesa aerea. L’Eurofighter è il frutto della collaborazione industriale di Italia, Germania, Regno Unito e Spagna. In grado di raggiungere una velocità massima di 2.495 km/h, ha una apertura alare di oltre 15 metri e un armamento costituito da 1 cannone Mauser cal. 27 mm, fino a 6.500 kg di carichi esterni (missili AIM-9L Sidewinder, AIM-120 AMRAAM, Iris-T, Meteor; bombe guidate della serie Gbu; serbatoi supplementari e pod di puntamento laser). 

 

19 set 2026

Da Aldo Cazzullo al fratello di Lady D, le novità in libreria

(Adnkronos) - Ecco una selezione delle novità in libreria, tra romanzi, saggi, libri d'inchiesta e reportage, presentata questa settimana dall'AdnKronos. 

E' in libreria con HarperCollins l'ultimo saggio firmato da Aldo Cazzullo, 'Quando l'Italia rinacque. Il nostro Rinascimento'. I Medici, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Colombo, Galileo. Aldo Cazzullo prosegue il suo straordinario viaggio nella storia e conduce il lettore per mano attraverso il Rinascimento. In un’epoca segnata da guerre, intrighi e tradimenti, l’Italia vide una fioritura senza precedenti in tutti i campi del sapere umano. E con la sola forza di queste menti geniali seppe rivoluzionare il mondo, dando inizio alla modernità. La saga dei Medici. Il viaggio di Cristoforo Colombo. I più grandi artisti che l’umanità abbia mai avuto: Leonardo, Raffaello, Botticelli. Il più grande di tutti, almeno secondo l’autore: Michelangelo (a vent’anni la Pietà, a 25 il David, a trenta la volta della Sistina, e poi il Giudizio Universale, il Mosè…). 

Aldo Cazzullo prosegue il suo viaggio nella storia e nell’identità italiana raccontando il nostro Rinascimento. 'Quando l’Italia rinacque' affronta non solo l’arte e la letteratura, ma gli eventi e i pensieri del tempo: l’uomo al centro dell’universo, l’uomo che ha fiducia in se stesso ed è artefice del proprio destino. Una grande avventura della libertà, che porta il cavallo alato dell’Ariosto sulla Luna e i navigatori a scoprire il Nuovo Mondo. E tra i grandi personaggi ci sono le donne: da Vittoria Colonna, che ispira Michelangelo, a Lucrezia Borgia, calunniata dalla leggenda nera che la trasformò in un’avvelenatrice mentre in realtà era terziaria francescana. Sino al tramonto del Rinascimento, segnato da tre tragedie: il rogo di Giordano Bruno, l'abiura di Galileo, la morte di Caravaggio. 

Sarà sugli scaffali dal 22 settembre con Einaudi 'Malinconico Blues' di Diego De Silva, libro che segna il ritorno di Vincenzo Malinconico, 'l'avvocato d'insuccesso' interpretato per il piccolo schermo da Massimiliano Gallo. Malinconico, che aveva accettato, dopo essersi fatto anche pregare, di associarsi al rinomato studio legale Lacalamita, adesso ha voglia di decrescere. È in fase di downshifting, direbbero i suoi amici anglofoni, se ne avesse. Desidera ridurre i ritmi di lavoro per recuperare una dimensione di vita piú autentica, direbbe invece Nives, la sua ex moglie psicologa. Ma mentre Malinconico sta maturando la decisione, il suo amico e collega Benny gli dice che vuole abbandonare lo studio e affidarlo a lui. Che farà, Vincenzo Malinconico? Accetterà i consigli del suo angelo custode, un disgraziato che arriva sempre nelle vesti di grillo parlante molesto? Cercherà nuove sistemazioni, una piú imbarazzante dell’altra? Intanto, dovrà occuparsi professionalmente di due casi davvero singolari.  

Quello del suo vecchio amico Duccio detto Gaviscon, stanco delle relazioni umane, che cercherà in una donna non propriamente umana la soluzione definitiva al problema della solitudine. E quello di un attore, Pasquale Bellissimo, che prima gli chiede di rappresentarlo nella sua causa di divorzio e poi – dopo essere stato ripreso dalla telecamera di un condominio mentre ha un rapporto sessuale con una modella – lo coinvolge in una vicenda ben piú seria. E a complicare le cose è il dettaglio, non trascurabile, che Bellissimo è un ex di Veronica, la compagna di Vincenzo. Quel che è certo è che Malinconico mostrerà il suo talento innato nel conferire dignità alle cause spinose. È anche questo – insieme al suo amore per le digressioni spiazzanti, alle sue debolezze, alla sua vitalità – che gli ha regalato l’affetto di tanti lettori, molti dei quali convinti che Vincenzo esista davvero: qualcuno dice persino di averlo incontrato e di averci scambiato due chiacchiere. 

Arriva in libreria con Mondadori dal 22 settembre 'Canto del cigno' di Charles Spencer, il fratello dell'indimenticabile principessa Diana. Nel settembre del 1997 Charles Spencer salì sul pulpito dell’abbazia di Westminster per esprimere, davanti al mondo intero, tutto il suo dolore per la perdita dell’amata sorella Diana. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, racconta da una prospettiva straordinaria la vita di Diana e la tragica settimana che seguì la sua morte. Durante l’infanzia, Charles e Diana, i più piccoli della famiglia Spencer, erano inseparabili: Carlos e Duch – così si chiamavano in segreto tra loro – erano i più intimi confidenti l’uno dell’altra. Insieme, avevano giocato liberi nella tenuta di famiglia e affrontato le angherie di bambinaie dispotiche, sostenendosi sempre a vicenda anche nei durissimi anni del collegio e durante il lacerante divorzio dei genitori. Tutto cambiò quando Diana sposò il principe del Galles, oggi re Carlo III, e dalla sera alla mattina divenne un’icona globale. Charles vide la sorella maggiore mettersi al servizio degli emarginati del mondo e assaporare le gioie della maternità con i suoi amatissimi figli. Tuttavia, perseguitata da giornalisti senza scrupoli quando il suo matrimonio fallì, Diana venne lasciata tragicamente sola. Charles è sempre stato al suo fianco, fino a quella drammatica notte di agosto del 1997. 

Il giornalista Andrea Vianello firma per Solferino 'I figli si baciano di notte', sugli scaffali dal 22 setttembre. In una periferia romana, da un vecchio cinema ormai chiuso da decenni, una sera si sentono provenire voci di ragazzini. Una burla, una bravata? Davvero ci sono degli adolescenti, là dentro? A poco a poco, attorno a quel luogo sospeso nel tempo, si raduna una comunità inquieta quanto singolare: curiosi, solitari, investigatori, superstiti. Prima gli abitanti del quartiere e poi la polizia indagano, ma il cinema è vuoto. E le voci, che insistentemente interpellano i passanti, sembrano proprio appartenere alle vittime di un grave incidente di qualche anno prima. Un attimo, una fatalità, un caso che ha scosso la cronaca per poi scomparire nell’oblio, ma non per tutti. Da allora, i padri hanno smesso di parlarsi, di guardarsi, di capire, chiusi nel lutto e nel senso di colpa. Adesso a quanto pare i loro figli chiedono di parlare con loro e devono farlo presto, perché il vecchio cinema ha i giorni contati… ma quegli uomini spezzati dalla vita saranno disposti a credere a una così assurda diceria? E a che prezzo? 

Questa storia splendidamente narrata – nel sorriso, nel pianto e nel fiato sospeso – è piena di vita: quella dei luoghi che non si arrendono all’oblio, dei padri resi muti dal pudore dei sentimenti, delle famiglie che cambiano, scoppiano, resistono. Un romanzo sul mistero della memoria, sull’amore che non si estingue, sulla possibilità, reale o illusoria, di tornare a sfiorarsi, almeno un’ultima volta. 

E' in libreria con La Nave di Teseo 'Villa Coco' di Andrew Sean Greer. Alla fine degli anni novanta, Geoffrey – giovane archivista americano deciso a lasciarsi alle spalle il caos dei sentimenti – arriva in una villa sulle colline toscane per catalogare una misteriosa collezione d’arte. Ad attenderlo c’è la Baronessa Lisabetta, che gli amici chiamano Coco: novantadue anni, un passato ambiguo, un gusto infallibile e una vita costruita tra verità e finzione. Intorno a lei, una casa popolata da artisti, servitori, fantasmi e segreti. E una collezione che sembra oscillare, come tutto quello che circonda la Baronessa Coco, tra realtà e invenzione. 

Quello che doveva essere un lavoro ordinato e razionale, utile a cercare un nuovo equilibrio dopo i bagordi universitari, si trasforma ben presto in un curioso apprendistato alla vita, un inaspettato percorso fatto di scoperte e rivelazioni: Geoffrey impara a guardare, a raccontare, ad amare. E soprattutto a dubitare – delle opere, delle storie, di se stesso. Tra passioni irrisolte, identità incerte e continui slanci verso nuovi inizi, Villa Coco è un romanzo di formazione atipico, ironico e malinconico: una commedia elegante in cui Andrew Sean Greer intreccia desiderio, illusione e ricerca di sé, esplorando il sottile confine tra autenticità e invenzione e suggerendo che, a volte, la verità più profonda nasce proprio da ciò che scegliamo di raccontare. 

Andrew Sean Greer è nato nel 1970 a Washington. È l’autore di 'Le confessioni' di Max Tivoli (scelto come miglior libro del 2004 da San Francisco Chronicle e Chicago Tribune e vincitore del Northern California Book Award, il California Book Award, il New York Public Library Young Lions Award, e l’O. Henry Award), 'Storia di un matrimonio' e L'e vite impossibili di Greta Wells'. È direttore della Fondazione Santa Maddalena. Presso La nave di Teseo ha pubblicato 'Less' (2017, premio Pulitzer per la narrativa 2018), 'La via dei pianeti minori' (2019) e 'Less a zonzo' (2023). 

E' in libreria con Mondadori 'Casa è dove va' di Serena Venditto. È una settimana impegnativa per Malù Ferrari: deve discutere la tesi di dottorato e ha appena rotto con il fidanzato in partenza per la Svizzera. Come se non bastasse, il padrone di casa è costretto a vendere l’appartamento di via Atri in fretta e furia per farne un bed and breakfast. Ha bisogno di soldi: la moglie è agli arresti domiciliari, accusata di omicidio. Tutte le prove sono contro di lei: è stata trovata con un coltello insanguinato in mano davanti al cadavere del suo vicino di casa, mentre ripeteva ossessivamente “Che ho fatto!”. Lei non ricorda niente, ma si professa innocente. Per Malù, Ariel, Samuel e Kobe (per non parlare del gatto Mycroft) lasciare via Atri è fuori discussione, e c’è solo un modo per salvare la loro amatissima casa: trovare il vero assassino. D’altra parte, a Napoli, dove il turismo non si ferma mai e i bed and breakfast nascono come funghi, trovare una casa da affittare può essere un’impresa più ardua che risolvere un caso di omicidio. La nuova indagine dei quattro più uno di via Atri 36 si dipana fra interrogatori ben poco ortodossi, improvvisate disquisizioni d’arte, visite ad appartamenti improbabili, drammi sentimentali da operetta e bizzarre lezioni di yoga. Ma tutto è possibile se hai il fiuto di Malù, una famiglia elettiva abbastanza incosciente da assecondarti e un gatto nero dalla tua parte. 

E' sugli scaffali con Sellerio 'La scala di seta' di Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone. Serena Martini fa la chimica. E già questo basterebbe a riempirle le giornate, se non fosse che, fuori dal laboratorio, c’è anche una famiglia vivacemente assortita che reclama tempo, energie e pazienza. Quando una giovane architetto si presenta con una misteriosa polverina da analizzare con urgenza, Serena pensa di trovarsi davanti a uno dei tanti incarichi insoliti del mestiere. Peccato che la cliente sparisca senza saldare il conto. La donna si chiamava Chiara Sbrana. Serena ancora non lo sa, ma Chiara è morta, investita in una strada isolata. Incidente? Omicidio? Femminicidio? L’indagine finisce nelle mani di Corinna Stelea, intendente brillante, intuito da vendere, una statura da cestista e un grado che non rende giustizia alle sue capacità. Per Corinna il primo enigma è proprio quella polverina e la fretta con cui Chiara aveva voluto farla analizzare. Da qui nasce una collaborazione inevitabile con Serena, che alla curiosità naturale affianca la competenza della scienziata. Un’indagine condotta a quattro mani, anche se spesso a distanza, tra intuizioni, esperimenti e rischi sempre più concreti. A complicare il quadro ci pensano una misteriosa 'buona notizia' promessa alla madre poco prima della morte, un appartamento che nasconde molto più di quanto sembri, telefonate insistenti e una catena di indizi che, invece di restringere il campo, lo allarga.  

Nel terzo romanzo della serie con Serena Martini e Corinna Stelea, gli autori intrecciano il piacere dell’indagine su un delitto con quello della scoperta. Il giallo procede attraverso una trama ricca di dettagli che, come in una reazione chimica ben riuscita, trovano il loro equilibrio solo alla fine. Il tutto è raccontato con un’ironia leggera, mai gratuita, e con uno sguardo attento ai personaggi, senza rinunciare al gusto per il sapere: chimica, diritto, tecnica pittorica, scienza dei materiali – persino la sorprendente resistenza della seta – diventano parte integrante del racconto, perché spiegano, incuriosiscono e, soprattutto, ricordano che la conoscenza può essere una forma di meraviglia. 

Laterza manda sugli scaffali 'Orazione incivile per la città di Milano' di Silvia Ballestra. Che vuoi che sia se ti piazzano 30 piani nel cortile? Se cacciano ‘i pòver’ e li sostituiscono con ‘i sciuri’? Se trovare una casa è diventato peggio di una mission impossible? 'Milan l’è semper chì!' È sempre lei, la città più cool dell’orbe terracqueo con i suoi grattacieli, la gente che lavora, la gente che produce. Fatti andare tutto bene, altrimenti 'föra di ball!' Una contro-narrazione feroce e lucidissima sulla Milano del potere, della speculazione e delle vite espulse. 

Tutto parte da un ascensore. O meglio da una scala tanto stretta da non permettere nemmeno il ‘giro barella’. In un vecchio condominio di Porta Venezia, dove per decenni i bagni sono stati in comune, si apre il conflitto: da una parte le signore ultranovantenni dei primi piani; dall’altra la banda degli ascensoristi e le élite dei piani alti, già proiettate sui traffici dei b&b. Una piccola guerra di pianerottolo che diventa, passo passo, la storia più ampia di una città. Quando nell’estate del 2025 partono le inchieste della procura di Milano, i milanesi scoprono un sistema di potere e ingiustizia di cui avevano già sentore: grattacieli spuntati ovunque, perfino nei cortili, e una nuova razza padrona fatta di squali della finanza e fruitori di eventi effimeri. Parlano una neolingua inzeppata di termini anglosassoni che colonizza subito la politica: il sindaco è un city manager, l’architetto è archistar, lo sfruttamento è inequalities, gli schiavi sono riders. Negli ultimi anni, quasi mezzo milione di milanesi ha lasciato la città. Chi è rimasto assiste sbalordito a prezzi degni di Zurigo, con salari fermi all'Italia di vent’anni fa. Un pamphlet sporco e veloce come un vecchio pezzo punk, che è anche una lettera d’amore per una città che è sempre stata accogliente e ricca di possibilità. 

Con Bompiani arriva in libreria 'L'America che verrà' della giornalista Viviana Mazza. La seconda presidenza Trump ha messo in discussione molto di ciò che credevamo di sapere sugli Stati Uniti. È stato un terremoto, più forte del precedente, con una serie di scosse e tensioni che hanno continuato a lavorare sia sottoterra che in modo dirompente. Donald Trump ha esteso il potere esecutivo, con il frequente appoggio della Corte suprema e aggirando il Congresso, e ha esercitato un controllo diretto sulla burocrazia, rimuovendo funzionari indipendenti e imponendo aggressive misure anti-immigrazione. La vendetta contro i suoi nemici è stata un punto focale del suo governo. Dal Venezuela all’Iran il presidente ha usato la forza militare, ma la guerra ha diviso i suoi stessi sostenitori.  

Che cosa è quindi oggi l’America? Un Paese smarrito o che si avvia verso una nuova fase? Viviana Mazza interroga dei personaggi di spicco della società americana, che ci spiegano le loro ragioni andando oltre gli slogan. Sono giudici, amministratori, consiglieri, politici, scrittori. Insieme ci raccontano gli Stati Uniti in questa fase irripetibile della loro storia e provano a rispondere alla domanda più urgente: come sarà l’America dopo Trump? Il movimento Maga si sfalderà in assenza del culto della personalità? J.D. Vance o Marco Rubio raccoglieranno la sua eredità? Il Partito democratico saprà esprimere un candidato abbastanza forte da catalizzare parte dell’elettorato trumpiano?  

Mazza, che da anni vive negli Stati Uniti, racconta con passione e acume un Paese che si è scoperto inerme di fronte al proprio Commander in Chief, e forse per questo più polarizzato. Ci mostra attraverso sguardi bipartisan eventi epocali delle cronache recenti: l’imposizione dei dazi; la cancellazione delle misure di diversità, equità e inclusione; la furia di Trump verso gli alleati della Nato; l’ostilità crescente degli americani per gli aiuti militari a Israele. Ma anche la controversa diffusione dei data center per l’IA e la rivolta contro l’Ice a Minneapolis. Un mosaico illuminante, un libro indispensabile per comprendere un’America al bivio, dove la posta in gioco è la sua stessa anima, la sua pelle. 

 

19 set 2026

Quanto si indebitano gli italiani per vivere? L'analisi tra prestiti, mutui e stipendi fermi

(Adnkronos) - Quanto si indebitano gli italiani per vivere? Se lo chiede la Cgia di Mestre secondo cui nel 2025, togliendo dal conto i mutui per la casa, il credito al consumo erogato dalle banche e dalle finanziarie alle famiglie consumatrici italiane ha sfiorato i 178 miliardi di euro. Nove anni fa la cifra era molto più contenuta: l'aumento è stato del 62%, +68 miliardi di euro, secondo l’ufficio studi della Cgia.  

"Se al credito al consumo erogato dalle sole banche (127 miliardi di euro) aggiungiamo i 447,5 miliardi di mutui per l’acquisto di un’abitazione che 3,8 milioni di famiglie hanno acceso con gli istituti di credito e altre forme di prestiti residuali, il debito complessivo sale a 612,6 miliardi di euro. Segnaliamo, a titolo puramente statistico, che nel 2025 i mutui accesi in Italia per l’acquisto di un immobile sono stati 382.389: la regione che ne ha sottoscritti di più è stata la Lombardia con 93.994. Seguono il Veneto con 39.753 e l’Emilia Romagna con 38.453", dice l'ufficio studi, che ha escluso i mutui dal conteggio dell'indebitamento essendo investimenti di lungo periodo che accrescono il patrimonio immobiliare.  

Ma perché gli italiani si indebitano sempre di più? Secondo la Cgia "da un lato c'è chi ha bisogno di liquidità immediata, magari per far fronte a spese impreviste o per arrivare a fine mese. Dall'altro c'è chi accende un prestito per acquistare beni durevoli: l'auto nuova, il televisore, i mobili, gli elettrodomestici. Dietro questi numeri non sempre si intravede il disagio economico che sta attraversando una parte importante del Paese. Tuttavia, negli ultimi anni l'aumento dell'inflazione ha progressivamente eroso il potere d'acquisto degli italiani: per molti gli stipendi e le pensioni sono rimaste sostanzialmente ferme, mentre i prezzi di beni e servizi sono schizzati all’insù. Il risultato è che molte famiglie, in particolar modo del cosiddetto ceto medio, per mantenere lo stesso tenore di vita di prima, si sono trovate costrette a ricorrere al credito, alimentando così quella crescita del debito privato verso banche e finanziarie che i numeri raccontano con chiarezza". 

Con i consumi delle famiglie che costituiscono il 60% circa del Pil italiano, quando le famiglie si indebitano a breve termine (ad esempio con prestiti o carte di credito), l'effetto può essere letto in due modi opposti. "Da un lato, è un segnale positivo: le persone hanno più accesso al credito, spendono di più e questo aiuta l'economia a crescere. Dall'altro, però, può nascondere un problema: se il debito aumenta più velocemente degli stipendi, vuol dire che le famiglie fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese e si affidano ai prestiti per sostenersi. La cosa importante da tenere d'occhio è quindi il rapporto tra quanto le famiglie devono restituire e quanto guadagnano davvero. Finché questo rapporto resta gestibile, non c'è da preoccuparsi troppo. Ma se supera certi limiti, cresce il rischio che molte famiglie non riescano più a pagare i propri debiti, con conseguenze negative per tutta l'economia", dice l'ufficio studi. 

La regione dove le famiglie consumatrici sono più esposte a breve con banche e finanziarie è l’Umbria. Nel 2025 il debito al consumo per nucleo è stato pari a 7.514 euro (+5,1 per cento rispetto al 2024). Seguono la Toscana con 7.399 euro (+5,6) e la Sicilia con 7.383 euro (+4,5). In coda alla graduatoria nazionale scorgiamo il Friuli Venezia Giulia con 5.845 euro di debito (+4,9), la Basilicata con 5.536 euro (+3,7) e, infine, il Trentino Alto Adige con 3.824 euro (+5,7). Il dato medio nazionale si è attestato sui 6.657 euro (+4,9 per cento). Sempre secondo i dati riferiti al 2025, la provincia più in “difficoltà” d’Italia è stata Siracusa con una esposizione a breve per famiglia pari a 8.437 euro (+4 per cento rispetto al 2024). Seguono Massa-Carrara con 8.373 euro (+5,8), Lodi con 8.280 euro (+6,5) e Pistoia con 8.168 euro. Quest’ultima provincia toscana assieme a Ravenna sono le realtà territoriali dove la variazione sull’ultimo anno è stata più importante del Paese: in entrambi i casi +7,1 per cento. Per contro, le aree più “virtuose” sono state Trento con un’esposizione di 4.524 euro (+5,9 per cento sull’anno precedente), Sondrio con 4.400 euro (+6,1) e Bolzano con 3.106 euro (+5,3). 

 

19 set 2026

Dal M5S un Patto generazionale per i giovani: dai 15mila euro per i 18enni al voto ai 16enni, le proposte

(Adnkronos) - Il Movimento 5 stelle non dimentica le nuove generazioni, anzi. Gli iscritti giovani, si legge nel sito dei pentastellati, potranno infatti votare anche un documento, proposto dalla comunità del Network giovani, con 12 punti per un patto generazionale, un insieme di proposte che guardano al futuro. Una misura che applaude soprattutto Vittoria Baldino, vicepresidente e referente della comunità giovanile dei pentastellati. "Con il Patto generazionale - dice la deputata - mettiamo i giovani al centro del nostro programma e della nostra azione politica, ma facendo della questione generazionale una chiave di lettura di ogni nostra scelta. Lavoro, casa, fisco, formazione, welfare, transizione ecologica: ogni punto del programma deve misurarsi con l’impatto concreto che avrà sulla vita delle nuove generazioni. Vogliamo misure capaci di cambiare davvero le condizioni materiali dei giovani, restituendo loro autonomia, opportunità e potere di scelta. È questo il patto che vogliamo costruire". 

Ma cosa prevede il Patto? Partendo da dodici diritti "per una generazione libera" quello che si mette in campo "non è una somma di bonus o interventi spot per giovani, ma un patto pubblico per l’autonomia: lavorare, studiare, abitare, muoversi, curarsi, formarsi e scegliere dove costruire la propria vita". E dunque per l'autonomia economica nei primi di anni di lavoro si prevede un'Irpef generazione che altro non è se non "introdurre una detrazione aggiuntiva sui redditi da lavoro per i primi cinque anni effettivi di occupazione, utilizzabile entro i 35 anni e concentrata sui redditi bassi e medi. Il beneficio è pieno nei primi due anni, si riduce progressivamente nei successivi tre e si azzera oltre una soglia di reddito, senza salti d’imposta. Si applica al lavoro dipendente e autonomo personale ed è riconosciuto automaticamente in busta paga o in dichiarazione. Le risorse derivano dal riordino degli incentivi occupazionali frammentati e meno efficaci: il sostegno non va all’impresa perché assuma un giovane, ma direttamente al giovane perché possa diventare autonomo". Il diritto alla mobilità è garantito da un climate ticket giovani, che prevede "un unico abbonamento nazionale, valido sul trasporto pubblico urbano ed extraurbano e sui treni regionali, a tariffa fortemente agevolata per gli under 30 e gratuito sotto una soglia Isee". Per chi vuole andare all'università e ha un reddito basso la soluzione è quello di un assegno di autonomia universitaria, che prevede un sostegno nazionale mensile per studenti universitari e Afam appartenenti a famiglie con redditi bassi e medi, maggiorato per fuorisede e pendolari con elevati costi di mobilità". 

Un altro capitolo è ovviamente dedicato al lavoro gratuito, che deve finire attraverso un compenso minimo nazionale e la contribuzione previdenziale per tirocini extracurriculari e praticantati. Quanto alla casa, si dovrebbe "creare un fondo pubblico che garantisca la cauzione e una quota limitata del rischio di morosità per gli under 35 con un reddito compatibile con il canone ma privi di garanzie patrimoniali". Si accende poi un focus sulla salute mentale delle nuove generazioni, con garanzia salute mentale under 30 si deve definire un livello essenziale nazionale che assicuri accesso gratuito, primo colloquio entro un tempo massimo e presa in carico pubblica quando clinicamente indicata. Un conto futuro, ancora, da aprire al primo impiego risponde alla domanda sulle transizioni tecnologiche e serve per la formazione, è cumulabile e portabile tra aziende, settori e forme contrattuali. La previdenza per le carriere discontinue si traduce in una garanzia previdenziale giovani che è una pensione contributiva di garanzia che integri gli assegni più bassi in proporzione agli anni di presenza nel mercato del lavoro, evitando una soglia identica per chi ha storie contributive diverse.  

Con lo Youth test e bilancio generazione si vuole rendere obbligatoria, per ogni legge con impatto significativo e per la legge di bilancio, una valutazione preventiva degli effetti su giovani e generazioni future. Mille euro al mese per chi lavora nella cultura e nella creazione con il reddito creativo, e ancora un Capitale 18, ovvero un riconoscimento al compimento dei 18 anni di una dotazione pubblica di 15.000 euro, ispirata alla proposta di eredità universale del Forum Disuguaglianze e Diversità, ma resa selettiva e finalizzata. La misura è destinata ai giovani appartenenti a famiglie con reddito annuo complessivo inferiore a 300.000 euro, con una modulazione che concentri il beneficio sui redditi bassi e medi. Ultimo, ma non per importanza, il diritto di voto ai sedicenni.  

 

19 set 2026

Prof accoltellata da studente 13enne, Crepet: "Violenza a portata di click, serve più autorevolezza"

(Adnkronos) - "Non conosciamo il ragazzo" di 13 anni che ha accoltellato una professoressa a Roma "né la sua famiglia. Tuttavia, ciò che emerge sempre è l’indifferenza che viene trasmessa ai ragazzi. La violenza la copiano dagli adulti e la conoscono grazie ai media. Ogni giorno si parla di femminicidi, aggressioni, discriminazioni religiose. I ragazzi finiscono per pensare che quello sia la norma". Così, in una intervista al Tempo, lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, commentando il ferimento in diretta social della docente, tramortita con uno spray urticante e accoltellata da uno studente di scuola media in un istituto di Centocelle. Secondo il sociologo, "sarebbe legittimo tutelare i minori limitando l’uso dei social, ma ogni tentativo normativo si scontra con ostacoli legali, come successo in Francia per ragioni di rispetto della libertà".  

"I ragazzi cercano attenzione emulando i genitori, che per primi trascorrono dalle 10 alle 15 ore al giorno sulle piattaforme - dice relativamente alla video chiamata di gruppo avviata dal 13enne per documentare l'aggressione - Se la quotidianità consiste nel fotografare e condividere qualsiasi cosa, diventa naturale filmare persino un’aggressione: compiere un gesto violento e diffonderlo online serve a diventare 'il principe dei social' per un paio di minuti. Lo Stato deve schierarsi dalla parte degli insegnanti, che vanno tutelati con ogni mezzo. In caso contrario, nessun docente avrà più il coraggio di insegnare con il timore costante di subire violenze o aggressioni". E ancora: "L’assenza di conseguenze legali per i minori di 14 anni porta a un sostanziale 'nulla di fatto' - conclude Crepet - Si risolve tutto con un blando rimprovero familiare. Alla radice c’è un declino dell’autorevolezza genitoriale: i genitori sono sempre più amici e sempre meno genitori". 

 

19 set 2026

Elementi totali: 20
Vai a