Logo Il Foglio

Mark Leonard: l’Europa impari a vivere nelle rovine dell’ordine globale

(Adnkronos) - Per capire il mondo di oggi, secondo Mark Leonard, serve un’immagine meno solenne di quelle che normalmente accompagnano le discussioni sulla crisi dell’ordine internazionale. Gli anni Trenta, il Congresso di Vienna, la Guerra fredda: paragoni utili fino a un certo punto, perché suggeriscono l’idea rassicurante di una storia che, magari in forme diverse, abbiamo già attraversato. 

Leonard preferisce partire dalle periferie delle grandi città cinesi, dove dopo lo scoppio della bolla immobiliare sono rimaste in piedi migliaia di torri mai completate. In Cina vengono chiamate lanweilou , edifici “a coda marcia”: strutture vendute quando ancora esistevano soltanto sulla carta, pagate da famiglie con i risparmi di una vita e poi abbandonate quando i costruttori sono falliti. 

L’edificio c’è. Mancano finestre, impianti, rifiniture, talvolta perfino le pareti interne. E soprattutto non arriverà più nessuno a completarlo. Per Leonard è una metafora di quello che ci piace chiamare “rules-based order”, ordine basato sulle regole. Anche quello è stato costruito per decenni sulla convinzione che il cantiere non si sarebbe mai fermato: più globalizzazione, più istituzioni, più paesi integrati in un unico sistema. Poi i lavori si sono interrotti.  

È da questa immagine che parte Surviving Chaos (Polity) , l’ultimo libro del fondatore e direttore dello European Council on Foreign Relations. Ed è da qui che Leonard ha sviluppato, durante un incontro Ecfr a Roma cui ha partecipato l’Adnkronos, il suo ragionamento: l’Europa non deve immaginare come restaurare il mondo di ieri, quanto capire come muoversi in quello che sta prendendo il suo posto. 

Leonard usa una parola precisa: unorder, non-ordine, una locuzione usata anche da Marta Dassù nel suo libro “L’età della prepotenza”, di cui abbiamo scritto qui. 

Il disordine accompagna da sempre qualsiasi sistema internazionale. Anche nei momenti di apparente stabilità ci sono state guerre, violazioni, doppi standard e conflitti. In quei casi, però, restava una cornice condivisa, o almeno riconoscibile: gli Stati potevano violare le regole, contestarle, piegarle ai propri interessi, ma sapevano quali fossero. 

Oggi quella cornice si sta facendo molto più incerta. Nella formulazione di Leonard, gli attori internazionali sempre più spesso “operano senza fare riferimento a un quadro comune”. In molti casi le vecchie regole non vengono neppure deliberatamente infrante: non contano più. 

La differenza è sostanziale, perché cambia anche il tipo di risposta possibile. Se il problema fosse soltanto l’inosservanza delle norme, basterebbe pensare a come rafforzarle. Se invece viene meno l’idea stessa di una grammatica comune, la politica internazionale si sposta su un terreno assai più instabile. 

Leonard individua tre grandi movimenti. 

Il primo è la frammentazione, che procede senza produrre blocchi ordinati. Le alleanze si fanno più porose, gli interessi divergono anche all’interno di schieramenti formalmente compatti e le economie vengono segmentate senza che emerga una divisione pulita del mondo in due sfere. La frattura più profonda, per Leonard, è “epistemica”: si indebolisce la condivisione dei fatti stessi, quella base minima senza la quale diplomazia, scienza e giornalismo fanno fatica perfino a stabilire l’oggetto del confronto. 

Poi c’è il contagio. Le crisi attraversano con una facilità nuova i diversi domini della politica. Nel 2003 Francia e Germania potevano scontrarsi duramente con gli Stati Uniti sull’Iraq continuando allo stesso tempo a cooperare con Washington su commercio, terrorismo e sicurezza. Oggi una crisi militare tende a propagarsi molto più rapidamente alla tecnologia, alla finanza, all’energia, alle catene di fornitura. 

Infine lo “strangolamento”, strangulation: un matrimonio finito nel quale nessuno dei due coniugi può andarsene. Le cose costruite insieme durante gli anni buoni - la casa, il denaro, perfino i figli - diventano gli strumenti con cui ci si fa male quando il rapporto si rompe. Come energia, semiconduttori, sistemi di pagamento, rotte marittime, dati e tecnologia: hanno avvicinato persone e culture, oggi possono trasformarsi in choke points, strozzature attraverso le quali esercitare pressione su un altro paese. Le connessioni diventano strumenti di coercizione. 

La Cina occupa molto spazio in Surviving Chaos, anche se il libro, in fondo, parla soprattutto dell’Europa. Leonard la osserva perché Pechino ha sviluppato nel tempo un modo di ragionare diverso da quello occidentale e può offrire qualche indicazione utile. 

La distinzione che propone è quella tra architetti e artigiani. 

Gli architetti partono dal progetto. Immaginano l’ordine desiderabile, costruiscono istituzioni e regole e cercano, con più o meno successo, di portare la realtà verso quella forma. Stati Uniti ed Europa hanno ragionato così per buona parte del secondo dopoguerra, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda. 

L’artigiano lavora diversamente. Guarda i materiali che ha davanti, capisce come possono essere usati, modifica il progetto mentre procede. La Cina, tornata al centro della politica mondiale dentro un sistema che non aveva creato e di cui non condivideva molte premesse, ha dovuto sviluppare questa attitudine: entrare nelle istituzioni esistenti, utilizzarle, piegarne alcune ai propri interessi, affiancarne di nuove e sperimentare continuamente. 

Anche dietro programmi come Made in China 2025, spesso letti in Occidente come monumenti alla pianificazione centralizzata in stile sovietico, c’è un elemento più sperimentale: Pechino individua settori strategici, mobilita capitali, incoraggia una quantità enorme di imprese e lascia che molte falliscano, nella speranza che dal processo emergano pochi vincitori capaci di competere su scala mondiale. Più Darwin che piano quinquennale. 

La formula è di Deng Xiaoping: attraversare il fiume tastando le pietre. Per Leonard la differenza di mentalità diventa particolarmente evidente dopo l’invasione russa dell’Ucraina. I leader occidentali hanno continuato a parlare del “rules-based order”, da difendere e ricostruire. Xi Jinping ha invece insistito sulle “grandi trasformazioni mai viste in un secolo”, un’espressione che in Cina richiama un immaginario storico molto preciso e suggerisce un mondo attraversato da mutamenti profondi, difficili da controllare in anticipo. 

Pechino si prepara all’idea che demografia, capitalismo, clima e tecnologia possano rovesciare molte delle certezze sulle quali abbiamo costruito gli ultimi decenni. Il compito dello Stato diventa allora quello di attraversare queste trasformazioni senza esserne travolto. 

Il ragionamento cinese non come modello politico da imitare, ma come invito a cambiare disposizione mentale. 

Per descrivere l’intensità di questi cambiamenti Leonard ricorre a un’altra formula, “C4”. Il richiamo all’esplosivo è voluto, e le quattro C indicano altrettante forze capaci di mettere sotto pressione l’ordine esistente: capitalism, climate, chips, civilizations. 

Il capitalismo globale è diventato estremamente complesso, digitalizzato, interconnesso e, soprattutto, sempre più esposto alla logica della sicurezza nazionale. Paesi che diffidano gli uni degli altri continuano ad avere bisogno gli uni degli altri e proprio questa dipendenza reciproca apre nuovi spazi per la coercizione. Leonard immagina quindi un mondo ancora profondamente connesso, forse perfino più di oggi, ma nel quale le reti economiche vengono usate apertamente per fare politica di potenza. 

Il clima aggiunge un ulteriore livello di instabilità, perché produce eventi estremi e migrazioni, ridisegna geografie produttive e modifica gli equilibri tra vincitori e perdenti. 

Poi ci sono i chips, categoria con cui Leonard riassume la rivoluzione tecnologica e in particolare l’AI. Qui il tono diventa curiosamente prudente. Dopo aver parlato con interlocutori nel Golfo, in India, in Cina e altrove, ammette che nessuno sa davvero quale sarà la strategia vincente: possedere i modelli più avanzati, diffondere rapidamente l’AI nel tessuto produttivo, puntare sulle applicazioni, aspettare che i modelli diventino commodities. E nessuno sa ancora quale sarà il saldo occupazionale. 

La previsione sulla quale si sente più sicuro riguarda gli effetti politici e sociali: difficilmente una trasformazione di questa portata aumenterà la stabilità. Se poi all’AI si aggiungono quantum computing e altre tecnologie emergenti, il risultato sarà probabilmente un’ulteriore dose di unorder. 

La quarta C, civilizations, porta Leonard sul terreno più delicato. 

L’ordine del Novecento si è formato in una fase in cui europei e americani disponevano di una quota enorme del potere economico, militare e culturale mondiale. Era possibile, da quella posizione, immaginare che un insieme di istituzioni e valori avrebbe progressivamente assunto carattere universale. 

Il XXI secolo si muove in una direzione diversa. Il baricentro demografico ed economico si sposta verso Asia e Africa, mentre Cina, India, Turchia, Iran e altri attori tornano a raccontarsi attraverso storie che precedono l’egemonia occidentale. La modernizzazione non viene più necessariamente letta come sinonimo di occidentalizzazione. 

“Gli altri paesi vogliono scrivere le proprie storie”, osserva Leonard. E talvolta il fatto stesso che sia l’Europa a presentare una proposta come universale la rende, agli occhi di altri, meno attraente. 

Le quattro C, sovrapponendosi, producono quello che Leonard chiama “compound chaos”, una “policrisi sotto steroidi” in cui le trasformazioni non si limitano a sommarsi, ma si moltiplicano esponenzialmente. 

Nel suo intervento romano Leonard sposta lo sguardo dalla geopolitica alle democrazie europee. Le crisi dell’interdipendenza globale non rimangono fuori dai confini, arrivano dentro le società e modificano il rapporto tra cittadini, governi e istituzioni. 

Un esempio molto attuale è AfD in Germania: nasce durante la crisi dell’euro; cambia natura durante la crisi migratoria del 2015; spinge sui no-vax e no-chiusure durante il Covid e si trasforma ancora con la guerra alle politiche green. C’è un elemento comune: la percezione che decisioni prese altrove, fenomeni transnazionali e vincoli esterni condizionino in profondità la vita quotidiana senza che lo Stato riesca davvero a governarli. 

Ogni crisi, in questa lettura, indebolisce la politica tradizionale due volte. La prima perché mostra i limiti della capacità di controllo dei governi. La seconda perché fa emergere, agli occhi degli elettori, chi viene protetto e chi sostiene i costi, e torniamo sempre a élite vs. popolo. I vecchi partiti comunisti cercavano nelle “contraddizioni del capitalismo” il punto da cui far avanzare la propria agenda, molte nuove destre costruiscono consenso sulle contraddizioni del liberalismo e della globalizzazione. 

La conseguenza, per l’Europa? Difesa, politica industriale, energia e tecnologia contano, naturalmente, ma la questione della sovranità europea è destinata a rimanere incompleta finché non si traduce anche nella sensazione, per gli elettori, che qualcuno sia tornato in grado di proteggerli. 

A questo punto uno si aspetterebbe una conclusione pessimista sull’Unione europea. E invece se il sistema globale basato sulle regole si sta indebolendo, l’Europa può ancora essere il luogo nel quale quelle regole continuano ad avere forza, a condizione però di liberarsi da alcune abitudini intellettuali. 

Il libro recupera a questo proposito una tensione che accompagna l’integrazione europea fin dalle origini. Da una parte Altiero Spinelli, l’architetto del progetto federale; dall’altra Jean Monnet, che procede attraverso realizzazioni concrete, aggiusta le istituzioni mentre le costruisce e trasforma gradualmente la cooperazione in solidarietà politica. Leonard ha molta simpatia per il secondo metodo. “Il mio punto non è contro l’architettura in quanto tale (mia moglie è un architetto!). È contro l’idea di un’architettura globale”. 

Gli europei, dice, continueranno ad avere bisogno di essere architetti dentro l’Europa. Diventa invece assai più difficile pensare che possano ancora disegnare l’ordine dell’intero sistema internazionale: manca il potere necessario, manca la legittimità e, soprattutto, manca una vera domanda da parte del resto del mondo. 

All’interno dell’Unione lo spazio per costruire resta ampio. Leonard considera persino fuorviante l’ossessione per gli “Stati Uniti d’Europa”, perché l’Ue ha già prodotto qualcosa di molto più originale: una forma di organizzazione della sovranità che non assomiglia né a uno Stato federale classico né a una semplice organizzazione internazionale. 

Proprio questa stranezza, spesso descritta come una debolezza, potrebbe diventare utile in un mondo più fluido. L’Europa ha già imparato a combinare livelli diversi di governo, geometrie variabili, mercati comuni e sovranità nazionali. Potrebbe aver bisogno di farlo molto di più. 

Anche sul piano dei valori Leonard propone una correzione. Racconta di essersi spostato rispetto alle idee che sosteneva vent’anni fa, quando vedeva nel modello europeo una forza capace di diffondersi attraverso allargamento, vicinato, istituzioni e integrazione regionale. Oggi ritiene che l’Europa debba riconoscere quanto la propria storia sia stata particolare e quanto sia difficile trasformarla automaticamente in una traiettoria universale. 

Altre società avranno battaglie diverse, priorità diverse, compromessi diversi. L’Europa può difendere ciò in cui crede evitando però di immaginare che la propria esperienza storica sia necessariamente il punto d’arrivo di tutti. 

E soprattutto, suggerisce Leonard, farebbe bene a dedicare qualche energia in più a convincere i propri cittadini. Negli ultimi anni ha spesso mostrato maggiore sicurezza quando spiegava agli altri come avrebbero dovuto organizzarsi che quando doveva parlare a coloro che, dentro le democrazie europee, si sentono perdenti della globalizzazione e sono ormai tentati dall’idea di far saltare l’intero sistema. 

Alla fine Leonard torna ai lanweilou . 

Quando è diventato chiaro che molti sviluppatori immobiliari non sarebbero tornati a completare gli edifici, alcune famiglie cinesi hanno smesso di aspettare. Sono entrate negli appartamenti ancora grezzi, hanno coperto le aperture con teli, montato cucine improvvisate, trovato sistemi rudimentali per avere acqua ed elettricità. Non era ciò che avevano comprato e non assomigliava ai rendering che avevano visto. Però era un tetto. 

Leonard vede in quelle famiglie una lezione per l’Europa. “Dobbiamo andare ad abitare le rovine di questo mondo che è crollato”. Una parte del vecchio ordine potrà ancora essere salvata: segmenti di diritto internazionale, istituzioni, diritti, alleanze, forme di cooperazione. Altre parti resteranno probabilmente incompiute. Continuare ad aspettare che qualcuno torni a completare il cantiere è sciocco se non irresponsabile.  

Vale soprattutto per il rapporto con gli Stati Uniti. Leonard non crede che basti un cambio alla Casa Bianca per riportare indietro il tempo. Il disimpegno americano dal ruolo di garante dell’ordine internazionale precede Trump e probabilmente gli sopravviverà in forme diverse.  

L’Europa possiede ancora fondamenta robuste, istituzioni, ricchezza, competenze, capacità tecnologiche, alleanze e soprattutto una lunga esperienza nel trasformare compromessi fragili in costruzioni politiche durature. La parte difficile sarà accettare che il progetto originale non esiste più e che nessuno verrà a terminarlo al posto nostro. 

9 ott 2026

Giorgia Cardinaletti e Francesco Bechis, domani sposi: tutte i dettagli sulle nozze

9 ott 2026

Incidente all'alba per Aida Yespica, urta 5 cassonetti e 2 auto poi insulta i carabinieri e rifiuta l'alcol test

9 ott 2026

Galimberti (Lice): "L’epilessia è di origine neurologica non psichiatrica"

(Adnkronos) - “Uno degli equivoci più frequenti nella percezione generale dell’epilessia, soprattutto da parte dei non esperti, è la falsa credenza che si tratti di un disturbo di ordine psichiatrico o psichico, ma è di origine neurologica. È noto che le persone con epilessia presentano un rischio maggiore, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare disturbi psichici. Più comunemente si tratta di quadri di depressione, per i quali il rischio può essere circa tre volte maggiore, e di sindromi d’ansia. Esiste inoltre un rischio più elevato di psicosi”. Lo ha detto Carlo Andrea Galimberti, responsabile Centro per lo Studio e la cura dell’epilessia Irccs Fondazione Mondino di Pavia e presidente Lice-Lega italiana contro l’epilessia, alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre. 

“Il problema principale, in molti casi, è il fatto che le crisi siano imprevedibili che portano a un’interpretazione erronea dell’epilessia che può essere considerata un disturbo psichico, creando uno stigma - spiega Galimberti - Alcuni esperti ipotizzano che all’origine di alcuni problemi psichici, come depressione e ansia, le crisi epilettiche possano esserci meccanismi fisiopatologici comuni. Ci sono poi dei farmaci psicotropi, ma anche di uso comune come alcuni antibiotici, che possono abbassare la cosiddetta soglia epilettogena”. L’imprevedibilità delle crisi influenza la qualità della vita in queste persone “che possono raggiungere prestazioni di eccellenza nei campi più diversi al di fuori delle crisi, dall’ambito sportivo a quello artistico, culturale e scientifico - sottolinea l’esperto - Un tempo i farmaci anticrisi erano veramente pochi: oggi ne abbiamo una ventina con possibilità molto più ampie di costruire una strategia terapeutica adeguata alla singola persona. Abbiamo anche farmaci di nuova generazione che spesso sono ininfluenti sul piano dei disturbi d’ansia e della depressione”. 

Iniziative promosse dalla Lice in diversi ambiti sociali “hanno evidenziato una forte disinformazione - rimarca Galimberti - Lo stigma è particolarmente importante nel caso dell’epilessia per gli equivoci che gravano sulla corretta interpretazione della malattia come patologia neurologica, al pari di molte altre: esistono crisi epilettiche che, pur essendo di breve durata, comportano manifestazioni comportamentali transitorie che possono essere equivocate per disturbi psichici”. Lo stigma può essere distinto in due componenti: quello reale, legato alla stigmatizzazione con l’emarginazione sociale, e quello percepito, cioè quello vissuto dalla persona e favorito anche da problemi psichici di ansia e depressione che la portano a ritirarsi dalla vita sociale”. 

 

La complessità dell’epilessia “rende necessaria una presa in carico multidisciplinare - afferma il presidente Lice - L’assistenza all’epilessia, salvo nei casi molto semplici, richiede infatti competenze diverse. Ci sono persone che hanno una prima crisi, assumono il primo farmaco e va tutto bene anche per decenni. La multidisciplinarietà diventa particolarmente importante quando emerge l’aspetto psichiatrico, uno dei bisogni più rilevati e meno soddisfatti. Purtroppo i servizi psichiatrici territoriali sono spesso oberati e, quindi, molto spesso, la collaborazione interdisciplinare tra epilettologia e psichiatria è basata sulla conoscenza personale tra colleghi”.  

Nell’infanzia e nell’adolescenza “è spesso lo stesso specialista che tende a farsi carico di molti aspetti - chiarisce Galimberti - Nell’adulto, invece, le problematiche sono frequentemente più complesse, anche perché i problemi psichiatrici possono assumere risvolti sociali che riguardano, per esempio, l’attività lavorativa o i percorsi di istruzione superiore. Sarebbe importante riuscire ad avere un confronto sistematico e diretto tra il neurologo esperto di epilessia e professionisti della psichiatria con competenze specifiche sull’epilessia. Non è sempre semplice, anche perché spesso il problema viene demandato al neurologo: come neurologi sappiamo trattare alcune problematiche psichiatriche con farmaci antidepressivi o antipsicotici, ma spesso sentiamo la necessità dello psichiatra. La possibilità di creare ambiti almeno bidisciplinari, con una collaborazione strutturata tra epilettologia e psichiatria, sarebbe molto utile”. 

Lice, come società medico-scientifica, “si dedica alla formazione degli operatori - illustra l’esperto - A livello istituzionale, segue con attenzione lo sviluppo del disegno di legge, in discussione da circa 3 anni, dedicato specificamente ai diritti delle persone con epilessia e, ad esempio, alla revisione del Codice della strada, con particolare riferimento ai problemi della patente di guida e all’assunzione di farmaci che possono interferire con l’attenzione. L’epilessia è stata inserita nel Piano nazionale della cronicità e questo, sulla carta, è stato un passo avanti. Uno degli obiettivi principali è la promozione, a livello regionale, di Pdta-Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali dedicati. L’implementazione è difficile perché implica interventi organizzativi, risorse e un’attenzione esperta ai problemi. Un centro specializzato - puntualizza - deve disporre di una diagnostica esaustiva per l’epilessia, che comprenda una serie di competenze e di disponibilità strumentali che spaziano dall’inquadramento clinico all’elettroencefalografia complessa, alle neuroimmaging e alla genetica, che sta prendendo sempre più piede in questo ambito”. C’è una certa aspettativa sugli sviluppi della “medicina territoriale, con le Case di comunità dove possono operare medici di medicina generale, specialisti neurologi e personale infermieristico come l’epilepsy nurse, cioè l’infermiere specializzato in epilessia - conclude - che si fa carico della comunicazione e dell’intermediazione con lo specialista in molti ambiti, dalla cura domiciliare alla gestione delle terapie, fino all’osservazione di fenomeni clinici da sottoporre allo specialista”. 

9 ott 2026

Formula 1, emergenza inquinamento a Singapore: cos'è il fenomeno 'haze'

(Adnkronos) - Il Gran Premio di Singapore sarà una delle prove più dure dell’intero calendario di Formula 1, ma nel fine settimana di Marina Bay le insidie potrebbero non limitarsi alle caratteristiche del tracciato e alle condizioni climatiche. Il motivo? A complicare il quadro, c'è il peggioramento della qualità dell’aria nel Sud-est asiatico causato dai violenti incendi in Indonesia, le cui conseguenze si sono già fatte sentire in Malesia. La presenza della foschia aggiunge così un’ulteriore variabile da tenere in considerazione in un contesto già molto impegnativo per il Circus.  

L’emergenza ambientale nel Sud-est asiatico continua ad aggravarsi e, dopo la Malesia, anche Singapore deve fare così i conti con gli effetti del fenomeno 'Haze'. Sì, perché a provocare la coltre di fumo che avvolge la città-stato sono gli incendi divampati in Indonesia, alimentati dalla siccità e spesso riconducibili alla combustione di terreni destinati alle attività agricole. Il risultato è un sensibile deterioramento della qualità dell’aria, con un indice di inquinamento oltre la soglia di 170 e una visibilità sempre più compromessa. 

Le elevate concentrazioni di sostanze inquinanti rappresentano inoltre una concreta minaccia per la salute, soprattutto a livello respiratorio. 

La foschia che avvolge Singapore sta avendo ripercussioni anche sulla salute, con irritazioni agli occhi e disturbi respiratori segnalati da chi si trova all’aperto. Di conseguenza - per limitare i rischi legati all’inquinamento - le autorità hanno rafforzato le misure di prevenzione, raccomandando di ridurre le attività esterne e di privilegiare gli ambienti chiusi. Una situazione da monitorare con attenzione anche in vista del Gran Premio di Formula 1 a Marina Bay, dove alle difficoltà legate al caldo e all’elevata umidità si aggiunge ora una nuova (e pericolosa) incognita. 

9 ott 2026

Paola Perego, il racconto del tumore: "Chiamarlo per nome è il primo passo per affrontarlo"

9 ott 2026

"Fucilazione in diretta tortura, orrore e barbarie", le reazioni all'annuncio choc del capo del Pentagono

(Adnkronos) - La fucilazione di Nidal Hasan, l’autore della strage di Fort Hood, "sarà pubblica. Ci assicureremo che le persone possano assistere. Perché la gente deve capire che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi. Sarà fucilato da un plotone di soldati. Come è giusto che sia". Si susseguono le reazioni all'annuncio del segretario alla Difesa, Pete Hegseth. 

“Una barbarie”, denuncia senza mezzi termini mons. Francesco Savino, vice presidente della Conferenza episcopale italiana per il settore meridionale. “La condanna di Nidal Hasan - osserva Savino - porta la data del 2013 e la firma di una corte marziale. Quello che il segretario alla Difesa ha aggiunto in questi giorni è il pubblico: il 3 dicembre, a Fort Hood, un plotone di soldati, gli americani ammessi ad assistere e una diretta streaming. L'aggiunta cambia la natura dell'atto e lo porta da sentenza eseguita a lezione impartita con un corpo”. 

"L'ultima esecuzione pubblica americana si tenne a Owensboro, in Kentucky, nel 1936, davanti a ventimila persone arrivate come a una sagra", dice Savino. “Un elemento resta inedito - sottolinea - e riguarda lo streaming. La folla di Owensboro era un corpo riunito in un luogo, esposto allo sguardo dei vicini e capace di vergognarsi. Un pubblico collegato da casa si conta in visualizzazioni e resta anonimo. Una esecuzione che diventa contenuto entra nella concorrenza per l'attenzione, e quello che entra in quella concorrenza finisce per essere confezionato in modo guardabile. Qui sta il passaggio che mi preoccupa più della fucilazione stessa. Il segretario alla Difesa ha spiegato il senso dell'iniziativa: la gente deve capire che certe azioni hanno conseguenze gravi. Assegna così all'esecuzione un compito pedagogico, e in quel momento il condannato diventa lo strumento di una lezione rivolta ad altri. Kant, che la pena di morte la difendeva, ci ha lasciato la formula che smonta questa scena: un essere umano va trattato come fine. Un uomo ucciso per educare gli spettatori viene trattato come mezzo”. 

Il capo dei Vescovi Usa parla di "promozione barbara della cultura della morte", in merito all'annuncio da parte del capo del Pentagono della fucilazione pubblica di Hasan. “Il nostro Dio è il Dio della vita: in nessun modo le azioni di Hassan possono essere giustificate ma questa decisione è una promozione barbara di una cultura di morte e deve essere riconsiderata", sottolinea ai media vaticani mons. Paul Stagg Coakley.  

Il presidente dei vescovi degli Stati Uniti afferma di aver appreso "con choc e grande dolore" la decisione del Dipartimento della guerra degli Usa. "La parola di Dio ci esorta: 'non rendete a nessuno male per male' - prosegue l'arcivescovo Coakley - L'esecuzione pubblica, anche di uno che ha commesso un grave danno, non farà che danneggiare ulteriormente il tessuto morale della nostra nazione e sarà ruggine sulla coscienza del suo popolo".  

"Una forma di tortura". Così l'alto commissario per i diritti umani dell'Onu definisce la decisione del Pentagono, annunciata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, di trasmettere in diretta streaming la fucilazione dell'autore della strage di Fort Hood. "Come ha sottolineato l'Alto Commissario in risposta alle esecuzioni pubbliche in Afghanistan e Iran, le esecuzioni pubbliche costituiscono una forma di trattamento o punizione crudele, inumana o degradante. Trasmettere in diretta streaming un'esecuzione equivale a un'esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura", ha dichiarato l'Ufficio dell'Alto Commissario in un messaggio all'Afp. 

"Non bastava l'orrore fresco di appena una settimana dell'agonia terrificante di Christa Pike, si è aggiunto oggi un orrore, se possibile, ancora peggiore con l'annuncio di una fucilazione in diretta streaming". Lo afferma all'Adnkronos Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International Italia. Un annuncio, osserva Noury, "dal sapore prevalentemente elettorale tenuto conto che è ben possibile che, con i ricorsi che ha a disposizione il condannato a morte, sopravviva a quella data e che l'esecuzione sia rinviata". 

"Se gli Stati Uniti vogliono eguagliare i primati dell'Iran e dell'Afghanistan, che eseguono condanne a morte in pubblico terrorizzando la popolazione e dando questo messaggio brutalizzante - che la violenza è qualcosa di così banale che può essere trasmesso in diretta Tv - sarà veramente un orrore - sottolinea - Esibire questa violenza rischia di produrre violenza diffusa all'interno della comunità" cioè il messaggio: "'Se lo fa lo Stato allora posso farlo anche io'". 

A differenza di Iran e Afghanistan "negli Stati Uniti c'è la possibilità di evitare tutto questo con i ricorsi ai vari Tribunali federali, con l'indignazione dell'opinione pubblica e anche dei mezzi di informazione. Però il messaggio è simile a quello che arriva dalle autorità iraniane e afghane cioè esibire la brutalità dello Stato in maniera 'bullesca', un'esibizione di crudeltà che ha un effetto brutalizzante nei confronti di un'intera popolazione". C'è poi la questione della "dignità del condannato a morte che, qualunque cosa abbia fatto, non va tolta". E infine, conclude Noury, resta "l'ipocrisia di voler proteggere i minori dalla violenza social ma mandare in diretta una fucilazione. Chiederanno ai genitori di non farla vedere ai bambini?". 

Per Sergio D'Elia, segretario dell'associazione 'Nessuno tocchi Caino', "c'è un ritorno al passato, al Far West". Secondo D'Elia ormai in America "per quanto riguarda l'amministrazione della giustizia si ritorna all'Antico Testamento, all''occhio per occhio' e, per la sicurezza in generale, al fucile", afferma all'Adnkronos. D'Elia ricorda che "gli Stati Uniti d'America hanno avuto nell'ottavo emendamento della Costituzione un punto di riferimento che vietava le punizioni crudeli e inusuali" mentre ora "si ritorna non solo al passato di una crudeltà della pratica della pena di morte ma anche alla sua inusualità". " Confido - prosegue - che la Corte Suprema, alla quale andranno sicuramente gli avvocati dell'omicida, fermi questa regressione anacronistica". 

"Una fucilazione pubblica non avviene da quasi un secolo negli Stati Uniti: è crudele, inusuale", prosegue D'Elia che stenta "a riconoscere gli Stati Uniti d'America della speranza, della nuova frontiera, della libertà, della civiltà". "Lo Stato democratico si misura anche nell'amministrazione della giustizia rispetto al pericolo più grave che possa affrontare una comunità - conclude D'Elia - Se l'amministrazione della giustizia nega i fondamenti della civiltà, dobbiamo prendere atto che c'è un passo indietro che spero sia soltanto transitorio e si esaurisca con questa amministrazione". 

"Le parole di Hegseth potrebbero essere solo una sua aspirazione". Così Il Death Penalty Information Center getta dei dubbi sul fatto che l'esecuzione pubblica e in diretta streaming di Nidal Hassan sia effettivamente realizzabile nell'ambito delle leggi civili e militari americane esistenti. "Al momento non ci sono regolamenti o precedenti di un esecuzione resa accessibile su Internet o aperta in altro modo al pubblico", ha spiegato al Guardian Robin Maher, direttrice esecutiva del centro che ha oltre 30 anni raccoglie informazioni e dati sulla pena di morte negli Stati Uniti. "Le esecuzioni pubbliche avvengono tipicamente in Paesi autoritari per instillare paura nella popolazione e per mostrare il potere il controllo del governo", ha poi aggiunto. 

Inoltre il Centro ricorda che dopo che il presidente Trump ha approvato la condanna a morte inflitta da una corte marziale, tramite appunto fucilazione, Hasan - che è uno dei quattro detenuti nel braccio della morte militare e sarebbe il primo mandato a morte in 65 anni - ha il diritto costituzionale di fare ricorso contro la pena capitale presso le corti federali civili, mossa che sospenderebbe a tempo indeterminato l'esecuzione". 

 

9 ott 2026

Allarme minicar a Roma, 67enne denuncia: "Colpito da un passeggero con un tubo di plastica"

9 ott 2026

Inaugurata la nuova tangenziale nord di Cesano Maderno

(Adnkronos) - È stata inaugurata oggi la nuova tangenziale nord di Cesano Maderno, un nuovo asse stradale che collega in direzione nord est-sud ovest Cesano Maderno e Seveso e che include un sottopasso veicolare per superare la linea ferroviaria Milano-Seveso-Asso e un sottopasso ciclopedonale in corrispondenza di via Liberazione a Cesano Maderno. Lunga 483 metri, l'opera è stata finanziata interamente da Regione Lombardia con oltre 21 milioni di euro nell'ambito del contratto di programma con Ferrovienord. Alla cerimonia di apertura della nuova infrastruttura hanno partecipato, tra gli altri, l’assessore alle Infrastrutture e Opere pubbliche di Regione Lombardia Claudia Maria Terzi, il Consigliere delegato di Fnm Fulvio Caradonna, il èresidente di Ferrovienord Pier Antonio Rossetti, il sindaco di Cesano Maderno Gianpiero Bocca e il sindaco di Seveso Alessia Borroni. 

La tangenziale supera il torrente Seveso grazie alla costruzione di un nuovo ponte e prosegue con un tratto in discesa, tra scatolari aperti della lunghezza di 70 metri, fino alla galleria artificiale, della lunghezza di 101,55 metri, larga 9 metri e alta 5 metri dalla sede stradale, che consente il superamento della linea ferroviaria Ferrovienord Milano-Seveso-Asso. In uscita la strada avanza tra scatolari aperti per 86 metri per procedere fino a raggiungere una nuova rotatoria realizzata in corrispondenza di via Cadore e via Sabotino nel Comune di Seveso. Il passaggio a livello di via Como è stato chiuso in via definitiva il 18 maggio scorso. 

L'intervento "produce ricadute positive sulla viabilità interna, sui collegamenti della Brianza che gravitano sull’asse del sistema viabilistico della Pedemontana e sulla regolarità del servizio ferroviario che interessa le linee Milano-Seveso-Asso, grazie alla soppressione del passaggio a livello. L’inaugurazione di oggi dimostra come le infrastrutture producano ricadute positive sul benessere sociale e del tessuto produttivo rendendo più connessi i territori e più celeri gli spostamenti sia sul versante stradale che della mobilità ferroviaria e ciclopedonale" afferma l'assessore Terzi. 

 

È stato anche concluso l’intervento di riqualificazione degli assi stradali collegati all’itinerario principale, per migliorare l’accessibilità delle aree comprese tra i corsi d’acqua e la linea ferroviaria. Sono stati realizzati: una nuova complanare a nord dell’asse principale che consente il collegamento tra la rotatoria sulla sp44bis e la via Confalonieri; una nuova complanare a sud dell’asse principale che consente il collegamento tra la rotatoria sulla SP44bis e la zona residenziale lungo via Como e via Lecco; la viabilità di collegamento in direzione nord-sud tra via Confalonieri/via Mezzera e via Como. Le due complanari sono state aperte al traffico locale lo scorso 18 maggio, contestualmente alla chiusura del passaggio a livello di via Como. 

"Voglio ringraziare tutti i tecnici del Gruppo Fnm e le imprese che hanno lavorato alla realizzazione della tangenziale nord per la professionalità e l’impegno che hanno dimostrato – aggiunge il consigliere delegato di Fnm Fulvio Caradonna -. È stato un lavoro lungo e complesso: il risultato è un’opera di grande e positivo impatto per la viabilità di Cesano Maderno e per i collegamenti con Seveso". 

"L’eliminazione dei passaggi a livello – conclude il residente di Ferrovienord Pier Antonio Rossetti – è una misura fondamentale per migliorare la sicurezza e la regolarità della circolazione ferroviaria. Questa opera a cavallo tra Cesano Maderno e Seveso ha un valore strategico proprio da questo punto di vista. Un ringraziamento va a tutto il personale di Ferrovienord impegnato in questo lavoro non privo di difficoltà per aver saputo brillantemente portare a termine l’opera". 

9 ott 2026

Alcaraz: "Spero di rivedere presto Sinner in campo. Infortuni ricorrenti? Troppe partite, hanno superato il limite"

9 ott 2026

Elementi totali: 20
Vai a