Storie del frutto proibito

Una delle ragioni che meglio delle altre spiega l’affermazione di quell’innegabile senso di sacralità legato all’universo della Apple, e la progressiva “miracolosa” identificazione tra il corpo di Steve e il logo della sua azienda, va ricercata proprio in quella ancora oggi misteriosa scelta fatta da Jobs di utilizzare la silhouette di una mela per sintetizzare in modo unico l’identità più profonda della sua società.
13 AGO 20
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Per chi vuole comprendere la natura del rapporto, appunto, quasi feticistico tra l’inventore della Apple e la comunità dei suoi seguaci, e per chi vuole comprendere le ragioni che hanno permesso a Steve Jobs di diventare davvero parte integrante delle nostre vite, è importante non sottovalutare il particolare processo di cui parla in queste righe il professor Canevacci. Un processo che, come vedremo, nella storia della Apple è stato volontariamente innescato da Jobs in un momento preciso della vita della Mela: quando Steve decise di sperimentare una particolarissima lettera che di lì a poco tempo sarebbe diventata uno dei nuovi simboli dell’Apple pensiero: la “i”; “i” come i-Pod, “i” come i-Phone, “i” come i-Pad (si dice “aipad”, per carità, non “ipad”) e “i”, soprattutto, come quel rivoluzionario i-Mac presentato, da Jobs, di fronte alla comunità della Apple il 7 maggio 1988. Quel Mac – che oltre a essere entrato nel Guinnes dei primati per il manuale d’istruzioni più corto del mondo (due minimali pagine di indicazioni con pochi minimali suggerimenti per far funzionare il Mac del tipo: connettere il computer alla rete elettrica e poi accendetelo tramite apposito tasto, punto) – è diventato famoso per essere stato il primo computer con cui la Mela ha cercato di stabilire un rapporto “friendly”, d’amicizia, tra la macchina e il suo interlocutore umano. E così, capitava che il Mac ti dava il benvenuto con un “Say Hello to Mac”; che ti guidava con un’interfaccia grafica che ti sorrideva al momento dell’accensione; che ti veniva venduto dentro una custodia che già all’epoca si chiamava “second skin”, seconda pelle; e che con quella “i” pronunciata “ai” come fosse un “Hi” (come un “hello” abbreviato, come insomma un “ciao amico mio sono un Mac”) stabiliva effettivamente un rapporto caldo, diretto e non spersonalizzato tra l’utente e il suo computer. Ebbene: tra gli amanti della Mela si dice che fu proprio quello il momento in cui per la prima volta gli oggetti dell’Apple cominciarono a essere costruiti, ideati e progettati come fossero non più delle “cose” ma come se in un certo senso fossero dei soggetti con una specifica identità, come se iniziassero, insomma, praticamente a prendere vita.
“Ma al di là dell’incredibile sfera simbolica maturata attorno all’universo della Apple – come sostiene l’ex vicepresidente di Apple Jay Elliot nel libro da poco uscito “Jobs l’uomo che ha inventato il futuro” – una delle ragioni che forse più delle altre ha permesso in questi anni al mago Steve di trasformarsi in una potenza simbolica inaudita è legata al modo in cui l’inventore della mela morsicchiata è riuscito a diventare l’ultimo vero portatore sano del vecchio spirito dell’american dream, di quella speranza di migliorare la propria vita, e di raggiungere in qualche modo la felicità superando gli ostacoli materializzatisi sul proprio cammino, attraverso la realizzazione e l’affermazione di un progetto, di un pensiero, di un’idea e appunto di un sogno. Perché la storia dell’affermazione della Apple è, in un certo senso, la storia dell’affermazione del capitalismo americano, è la storia esemplare di come ancora oggi sia possibile far risorgere delle aziende che più volte sono andate vicino alla morte ed è soprattutto la storia della ascesa di un piccolo gruppo di amici che con la forza delle idee ha imposto la sua visione del mondo nei mercati internazionali, e che come un vascello che riesce a trovare sempre le rotte giuste per resistere alle grandi tempeste sa che anche nei momenti di difficoltà è possibile trovare le strategie giuste per andare avanti.

Ma per capire bene il discorso di Elliot è forse sufficiente riportare alcuni risultati importanti registrati in questi anni dalla Apple: numeri che nel giro di quattordici anni, da quel maledetto 6 agosto 1997 in cui la casa di Cupertino segnò la perdita trimestrale più pesante della sua storia (530 milioni dollari), tra iPod, iPhone, iPad e naturalmente iTunes, le hanno permesso di raggiungere traguardi da urlo. Fino ad arrivare alle 14 e 30 del 27 maggio del 2010 a capitalizzare, per la prima volta nella sua storia, più dei grandi nemici della Microsoft (passando dai 7,63 miliardi di capitalizzazione del 2001 ai 244 miliardi del 2010, anno in cui Microsoft arrivò a quota 221,35), diventando nel gennaio del 2011 la seconda azienda più grande del mondo alle spalle del gigante petrolifero della Exxon e riuscendo infine a superare proprio la Exxon giusto pochi giorni fa, lo scorso dieci agosto, arrivando a capitalizzare 338 miliardi contro i 337,7 del colosso petrolifero: davvero niente male per un’azienda che dieci anni prima era assai vicina a un clamoroso fallimento.
“Il rapporto con la Microsoft – dice il professor Marinelli – e più in generale con tutti i rivali avuti nel tempo da Steve Jobs, dall’Ibm di ieri alla Google di oggi, è uno degli elementi chiave per comprendere il modo in cui si è andato a consolidare il culto della Mela. La Apple, si sa, è nata come una rivoluzionaria controcultura che cercava di affermare le sue ragioni contro il noioso strapotere dominante dei grandi colossi tecnologici americani, e se ci si pensa bene non c’è gesto, non c’è atto, non c’è momento della vita della Apple in cui i suoi capi non hanno cercato di far sedimentare nell’immaginario collettivo della propria comunità non solo la percezione universale della strafigaggine del proprio marchio ma anche l’idea che gli ‘appleist’, i devoti del verbo della Apple, fossero in fondo una sacrificata minoranza che doveva combattere ogni giorno per affermare i suoi principi contro i grandi monopolisti, contro i grandi tromboni complici del sistema dominante e contro, insomma, i conduttori unici delle coscienze tecnologiche. E non è certo un caso che l’essere riusciti a superare gli acerrimi nemici della Microsoft è stato percepito dalla comunità della Apple, e a dire il vero non soltanto da loro, come se fosse, più in generale, una formidabile allegoria della grande vittoria di una piccola e gagliarda minoranza contro le forze maligne del famoso sistema dominante”. (2. continua)