Tutto quello che c'è da sapere sui referendum

I prossimi 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati a votare quattro referendum: sul legittimo impedimento, sul nucleare e (due) sull’acqua. La Cassazione ha dato il via libera definitivo al quesito sull’atomo, dopo che il governo aveva già abrogato tutte le norme investite dalla formulazione precedente. Adesso gli italiani dovranno decidere se cancellare l’articolo 5, commi 1 e 8 della legge Omnibus. Leggi Votare "no" al referendum sull'acqua? Parliamone - Le bugie di Di Pietro e Bersani sul referendum sull'acqua da Cerazade
11 AGO 20
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I prossimi 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati a votare quattro referendum: sul legittimo impedimento, sul nucleare e (due) sull’acqua. La Cassazione ha dato il via libera definitivo al quesito sull’atomo, dopo che il governo aveva già abrogato tutte le norme investite dalla formulazione precedente. Adesso gli italiani dovranno decidere se cancellare l’articolo 5, commi 1 e 8 della legge Omnibus: l’uno non fa altro che dichiarare le ragioni per cui il governo intende abbandonare l’atomo, l’altro impegna alla redazione della strategia energetica nazionale. Una scelta, dunque, assai singolare, che se da un lato mina la portata pratica del quesito, dall’altra lo mette in rotta di collisione con una delle principali accuse che l’opposizione rivolge all’esecutivo in materia di politica energetica (appunto, non aver mai prodotto una strategia energetica).
Sull’acqua, invece, gli italiani dovranno rispondere a due quesiti. Il primo, che riguarda anche altri servizi pubblici locali quali la gestione dei rifiuti e il trasporto pubblico, chiede di abolire l’obbligo di affidamento del servizio, in via ordinaria, tramite gara. Contemporaneamente cadrebbe anche l’altra possibilità offerta ai comuni, prevista sempre dalla legge Ronchi-Fitto, quella di scendere gradualmente nel capitale degli attuali gestori, trovando un socio industriale “con specifici compiti operativi” selezionato anch’esso attraverso una procedura a evidenza pubblica. La legge Ronchi è il logico, anche se insufficiente, punto di arrivo di un percorso (bipartisan) iniziato con la legge Galli e proseguito con la legge Napolitano-Vigneri e il ddl Lanzillotta.
Il secondo quesito, che invece è specifico del settore idrico, cancellerebbe le parole “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” dalle voci di costo che possono essere trasferite in tariffa. In sostanza, poichè i capitali costano, gli investimenti nell’intero ciclo dell’acqua (dalla captazione alla depurazione) sarebbero coperti solo parzialmente dalla tariffa, e per il resto dalle finanze pubbliche locali (tasse o debito pubblico). [Continua leggere l'articolo di Carlo Stagnaro]
Il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, sostiene che il sì ai quesiti referendari sia sacrosanto, ma nel 2006 da ministro presentò un disegno di legge per “promuovere la concorrenza” in “tutti i settori dei servizi pubblici locali”. Nel 2008 lo stesso Bersani sosteneva che la gestione dell’acqua da parte dei privati era auspicabile, in modo da “non disperderne neppure una goccia e, essendo di Dio, restituirgliela tutta e pulita”. Ancora nel 2010, esprimendosi sui referendum su cui saremo chiamati a votare il 12 e 13 giugno, il segretario del Pd affermò: la consultazione “non offre una normativa utile” [continua a leggere l'editoriale del Foglio]
Il capo dello stato, Giorgio Napolitano, si era definito qualche giorno fa un "elettore che fa il suo dovere", con una chiara allusione all'intenzione di andare a votare.
Tra gli esponenti del centro destra prevale, con qualche eccezione, l'orientamento dell'astensione. Il premier, Silvio Berlusconi, ieri ha detto esplicitamente: "Io non andrò a votare". Sulla stessa linea il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, che ha definito i quesiti referendari "largamente irrilevanti o superati da nuovi provvedimenti, sia i nazionali che i milanesi" e si è augurato "che questi referendum falliscano". Analoga posizione dal ministro dei Beni culturali, Giancarlo Galan: “Eserciterò il mio diritto di non voto. L’ho fatto altre volte non vedo perché non lo possa fare anche adesso”.
Sulla stessa linea il leader della Lega, Umberto Bossi, che ha fatto sapere di non essere intenzionato a recarsi alle urne, nonostante le dichiarazioni di alcune settimane fa, in cui definiva il quesito sull'acqua "allettante". A favore del voto invece si sono schierati i governatori del Veneto e del Piemonte, Luca Zaia e Roberto Cota. Il Presidente Zaia ha spiegato in merito: "Non ne ho mai fatto mistero, da parte mia, per i referendum sull’acqua e il nucleare, arriveranno altrettanti si".
Per Fli è stato il vice presidente, Italo Bocchino, a comunicare la posizione ufficiale del partito: "Partecipazione attiva", uguale recarsi alle urne, con "piena libertà di coscienza". Il leader Gianfranco Fini ha promosso la partecipazione attiva al voto: "L'assenza vorrebbe dire 'non impicciatevi che decidiamo noi'".
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