Ieri pomeriggio i deputati e i senatori di Scelta civica si sono incontrati per discutere il futuro del movimento nato qualche mese fa poco prima delle elezioni e guidato dall'ex presidente del consiglio Mario Monti. La fase è complicata e Scelta civica è attraversata da molte pulsioni e molte spinte non coincidenti l'una con l'altra. Come se ne esce? Ichino ha queste idee. L'intervento, svolto ieri nel corso dell'assemblea costituente di Scelta Civica, è quello che il professore è diviso in sette punti ed è utile da leggere per capire la strada che potrebbe seguire Scelta Civica per non perdersi all’interno della Grande Coalizione. "Se non lo facciamo – ha detto ieri Ichino – temo che la nostra impresa avrà vita breve".
Vi propongo una riflessione su sette punti, sette questioni scomode. Potremmo essere tentati di accantonarle perché “divisive”; ma è solo affrontandole apertamente che eviteremo gli scogli sui quali la nostra barca potrebbe incagliarsi. Del resto, è destino di tutti i veri riformatori quello di essere, in qualche misura, divisivi.
• Ciò che ci ha mossi alla nostra impresa politica, nel dicembre scorso, è l’ “Agenda Monti”: un insieme organico di cose da fare, con un appello a unirsi solo sulla base del loro contenuto e dell’obiettivo fondamentale, la riforma europea dell’Italia, indipendentemente dalle posizioni di origine di ciascuno e persino delle vocazioni politiche di ciascuno. Per dirla all’inglese, ci siamo uniti sul terreno delle policies, più che su quello del politics. Ci siamo uniti per dar vita a un polo riformatore capace di sfidare il conservatorismo del centro-destra e quello del centro-sinistra, che si sorreggono a vicenda. Dopo di allora, però, abbiamo dato l’impressione di uno slittamento della nostra attenzione e della nostra azione dalle policies al politics, alle manovre, alle scelte di schieramento. Se non fermiamo subito questa deriva, verrà meno la ragion d’essere originaria del nostro unirci.
• Ritornare alla nostra ragion d’essere originaria, ai contenuti fortemente incisivi dell’“Agenda Monti”, è indispensabile se vogliamo esercitare un’influenza politica positiva sulla gravissima crisi in atto nel PD. Dobbiamo costituire l’interlocutore principale per la parte più interessata a recuperare lo spirito originario di quel partito, perché essa a sua volta diventi nostra interlocutrice sul nostro programma. E a questo programma dia una gamba in più per camminare (di gambe, programmi politici difficili come il nostro non ne hanno mai troppe!).
• Quanto alla questione del nostro rapporto con l’UDC, concordo totalmente sul punto sottolineato da Mario Monti, cioè che essa non può essere risolta sulla base di “prevenzioni antropologiche”. Sarebbe davvero contraddittorio se proprio noi, che ci proponiamo di unire tutti i riformatori sulla base della sola loro condivisione dei contenuti, avessimo delle difficoltà a convergere con chi a Mario Monti è stato più vicino nell’anno del suo governo e della nascita della sua “Agenda”. È invece proprio l’impegno concreto su quest’ultima che può e deve costituire il criterio decisivo per risolvere la questione. Per chiarire quello che intendo dire, propongo questo esempio: uno dei capitoli dell’“Agenda Monti” è costituito dall’incentivo fiscale all’occupazione delle donne come azione positiva mirata a raggiungere l’obiettivo di Lisbona del tasso di occupazione femminile al 60 per cento (dal 48 per cento attuale); un primo passo per spostare il nostro Paese dall’ “equilibrio mediterraneo” che lo caratterizza a un equilibrio di tipo nord-europeo. Questa scelta di politica del lavoro è diametralmente opposta a quella del cosiddetto quoziente familiare, che – così come viene oggi presentata – ha invece l’effetto di disincentivare il secondo reddito di lavoro nel nucleo familiare, cioè quasi sempre quello della donna. È su questo terreno che dobbiamo ragionare con l’UdC. Io sono convinto che un’intesa possa essere trovata, che salvi le valenze positive delle due misure; ma l’intesa può essere trovata solo se condividiamo il disegno di spostare il Paese dall’equilibrio mediterraneo a quello centro- e nord-europeo. Non se vogliamo coltivare la secolare peculiarità italiana su questo terreno.
• Un’altra questione che dobbiamo discutere con grande urgenza – e che può essere decisiva per la nostra divergenza o convergenza con l’UdC – è quella che riguarda la riforma istituzionale e la riforma elettorale: intendiamo affrontare questi due punti dell’agenda guardando essenzialmente alla grande riforma di cui il nostro Paese ha bisogno, oppure invece guardando essenzialmente al nostro interesse contingente di partito di centro che si propone soltanto di svolgere il ruolo di ago della bilancia tra destra e sinistra (a rischio di ridursi a mosca cocchiera)?
• La spending review e la profonda trasformazione delle amministrazioni pubbliche costituiscono un capitolo centrale nell’“Agenda Monti”. Ma non sembrano avere costituito una nostra preoccupazione prioritaria nella negoziazione per la formazione del nuovo Governo, visto che abbiamo rinunciato alla possibilità – che pure ci era stata offerta – di guidare il dicastero della Funzione Pubblica. Anche questo è un terreno sul quale dobbiamo recuperare un ritardo grave: tanto più grave in quanto questo dovrebbe costituire un capitolo importante del programma del Governo Letta e comunque il capitolo primo e decisivo nella strategia che noi proponiamo.
• Dobbiamo assumere con decisione un’iniziativa di dialogo e confronto con la galassia dei gruppi, associazioni e movimenti dell’area liberal-democratica e di quella radicale (nel senso in cui è radicale Emma Bonino, per intenderci), che chiedono – e oggi stentano a ottenere – rappresentanza politica. Non deve trattenerci dall’assumere questa iniziativa la preoccupazione per le divergenze tra queste formazioni e quelle di ispirazione cattolica e popolare, che pure hanno in noi un referente politico, sul terreno dei diritti civili: il riferimento agli standard proposti su questo terreno dagli ordinamenti europei può e deve – a mio avviso – costituire la bussola per arbitrare la questione nell’ambito di una formazione politica quale è la nostra, che nell’integrazione dell’Italia in Europa e al tempo stesso nell’unione di tutti i sostenitori della riforma europea dell’Italia vede la propria ragion d’essere fondamentale.
• Sul piano organizzativo, infine, dobbiamo chiarirci le idee sul modello di partito a cui pensiamo: partito pesante o leggero, partito delle tessere o partito-rete? La questione è strettamente collegata a quella del finanziamento pubblico. E anche qui torna in rilievo la nostra fedeltà all’“Agenda Monti” e a due suoi capitoli in particolare: quello relativo alla drastica riduzione dei costi della politica e quello relativo alla trasparenza totale nelle amministrazioni pubbliche. Come potremmo candidarci a introdurre e praticare la full disclosure nelle amministrazioni pubbliche, se non incominciassimo a praticarla nella nostra stessa amministrazione? Devo dire invece che qui le cose si svolgono ancora nel segno di una prevalente opacità.
Questi sono solo sette dei molti punti sui quali credo che dobbiamo recuperare urgentemente lo spirito originario che ci ha mossi cinque mesi fa alla nostra impresa politica. Se non lo facciamo, temo che la nostra impresa avrà vita breve. Ma se ci riusciamo possiamo aspirare a diventare il fatto nuovo più importante della Terza Repubblica.
Che cosa si sono detti oggi Enrico Letta e Matteo Renzi? A differenza dell’incontro di qualche giorno fa tra Letta e Prodi questa volta l’ospite ricevuto a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio non era in cerca di portaceneri ma era in cerca di una certezza. La certezza cioè che nel Pd non si stia formando un nuovo patto di sindacato che possa penalizzare il sindaco di Firenze. Renzi ha chiesto e proposto a Letta di avere l’ultima parola sulle cose che accadranno nel partito e Letta ha risposto di sì. Sapendo perfettamente che è vero che Renzi, con ogni probabilità, sarà destinato a essere in futuro un competitor ma sapendo anche che la stabilità del governo dipende anche dalla stabilità del Pd: e che dunque per il bene del governo e per il bene del Pd Renzi ha diritto di essere a tutti gli effetti il nuovo azionista di maggioranza del partito. Nei prossimi giorni vedremo in che forma.
Oggi esce il libro di Walter Veltroni su "L'Italia e la sinistra che vorrei". Del libro ne parliamo oggi sul Foglio. Tra i passaggi significativi ce n'è uno in cui Veltroni torna sul suo storico dualismo con D'Alema e spiega cosa ha sbagliato.
Al contrario: il Pd è nato in ritardo, un ritardo di dieci anni. Un forte, grave e per molti versi colpevole ritardo. Già tra il 1995 e il 1996 c’erano condizioni preziose da cogliere subito e con più decisione: la fine delle gabbie ideologiche e la possibilità di incontrarsi sulla base di valori e programmi, e una molto maggiore fluidità del legame tra scelte politiche e dimensione individuale, con gli elementi identitari assai meno forti che in passato. Era scattata una più profonda sensibilità verso la propria «macro-appartenenza»: lo spirito dell’Ulivo voleva dire che ci si sentiva dentro una coesione di culture, esperienze e linguaggi, quasi un «meticciato» di tradizioni e storie. E qui apro una parentesi per tornare alla questione cui facevo cenno, a proposito delle divisioni sotto traccia e delle differenze di vedute non sufficientemente esplicitate. Se si vuole, è un po’ anche un’autocritica, per la parte che mi riguarda. È anche colpa nostra, per dirla tutta, se è andata avanti per quasi vent’anni la storia della rivalità personale tra me e Massimo D’Alema. L’ho detto e lo ripeto: tra me e lui c’è sincera stima e rispetto reciproco, ma ci sono anche profonde differenze politiche e culturali. Ecco: penso ad alcuni passaggi, per esempio quello del suo famoso intervento al seminario dell’Ulivo a Gargonza nella primavera del 1997, piattaforma ideale della supremazia dei partiti con la P maiuscola rispetto all’idea dell’Ulivo e della sua evoluzione in qualcosa di più ampio e consolidato, per me in un partito. In quel caso, le nostre diversità, sempre espressione di sincere differenze politiche e mai di guerre di potere, si sarebbero dovute esplicitare in maniera molto più netta e chiara rispetto a quanto non sia avvenuto, per poi far decidere al popolo del centrosinistra, con altrettanta nettezza e chiarezza, nelle forme e nei modi che avremmo potuto scegliere, quale strada prendere delle due da noi auspicate.
Alfredo Bazoli, deputato renziano, ex consigliere comunale a Brescia, sabato ha ascoltato Berlusconi a Brescia, si è fatto le sue idee e ha scritto un gran post su Facebook. Decisamente controcorrente. E' questo. Leggetelo, è molto bello.
Sabato sono andato in Piazza Duomo al comizio di Berlusconi.
Ero un po’ preoccupato per il clima sovraeccitato che avevo respirato in giornata a Brescia, e temevo che il leader pdl potesse infiammare gli animi.
Ma siccome mi fido oramai molto poco, lo ammetto, dei resoconti dei media, volevo vedere e capire con i miei occhi.
Già nell’avvicinarmi alla piazza, il clima di tensione era palpabile.
Sono passato davanti alla stele che ricorda i caduti di Piazza Loggia, presidiata da qualche poliziotto in tenuta antisommossa, dove alcune militanti del pd mi hanno fermato spiegandomi che erano lì per impedire ai dirigenti del pdl di avvicinarsi a rendere omaggio, poiché la consideravano una provocazione.
Ho detto loro che io li avrei fatti passare, che mi sembrava sbagliato, ma ho capito che non era aria, e sono passato oltre.
Arrivato in piazza Duomo, ho visto la folla tumultuante ed eccitata, contenuta da un cordone di agenti, che ululava all’indirizzo dei manifestanti del pdl.
Giunto in centro alla piazza, mi sono confuso tra i simpatizzanti del pdl, fermandomi a salutare qualche conoscente e amico di centrodestra, cercando di mettermi in una posizione che mi consentisse di sentire le parole che avrebbe pronunciato Berlusconi.
Quando è arrivato ovviamente l’eccitazione della piazza, tra gli applausi ed i fischi, è giunta al massimo livello.
Il suo discorso, infarcito di retorica da comizio, è durato una mezz’oretta, nella quale ha sciorinato il suo repertorio, tra accuse ai magistrati politicizzati e rivendicazione delle prime scelte del nuovo governo su Imu e rifinanziamento della cassa in deroga.
Io l’ho ascoltato tutto con attenzione, accanto alla carrozzina di un disabile con bandiera del pdl accompagnato dal padre, dietro di me cinque o sei ragazzi infiltrati che provocavano e litigavano con i manifestanti.
L’impressione che ho ricavato dalla giornata è stata molto sgradevole.
E non tanto per le parole pronunciate da Berlusconi, che a mio avviso per quanto decisamente opinabili in molti passaggi, sono rimaste entro i limiti della propaganda politica accettabile in un comizio, quanto per il clima teso e sostanzialmente violento che ho respirato, e che in ogni caso io non trovo giustificabile.
Intendiamoci, io lo so bene chi è Berlusconi, so che chi semina vento raccoglie tempesta, e so quanto vento ha soffiato lui in questi anni.
Eppure resto convinto che la reazione così scomposta ed eccitata, che si è trasformata in una sorta di assedio al suo comizio, sia profondamente sbagliata, sia per il modo, sia per gli effetti.
E’ sbagliata perché credo nel diritto di manifestare liberamente per chiunque, e troverei inaccettabile e antidemocratico se mi trovassi io a partecipare ad un comizio del mio segretario in uno stato d’assedio.
E sbagliata perché così si fa un favore proprio a Berlusconi, che dentro questa guerra civile permanente ha prosperato, e che va invece combattuto e sfidato su altri terreni, quelli dei contenuti e delle proposte, e con altre armi, quelle della politica.
Libertà, tolleranza e rispetto per gli avversari politici sono valori irrinunciabili di una democrazia.
L’ho imparato da mio padre, assessore della dc allorchè la bomba di piazza loggia gli portò via la moglie e madre dei suoi bambini: quando nel primo consiglio comunale successivo alla strage una consigliera dell’MSI prese la parola, tutti i consiglieri di maggioranza e opposizione uscirono dall’aula in segno di protesta, ma lui decise di rimanere, proprio perché sapeva quanto contasse anche allora dare testimonianza di profondo attaccamento a quei principi e valori su cui si fonda la convivenza civile.
Cencelli Pd/ 14 - Francesco Boccia, presidente Commissione bilancio Camera, quota Letta
Cencelli Pd/ 13 - Donatella Ferranti, presidente Commissione giustizia Camera, quota Fioroni
Cencelli Pd/ 12 - Guglielmo Epifani, presidente Commissione attività produttive Camera, quota Bersani
Cencelli Pd/ 11 - Ermete Realacci, presidente Commissione ambiente alla Camera, quota Renzi
Cencelli Pd/ 10 - Cesare Damiano, presidente Commissione lavoro alla Camera, quota Fassino
Cencelli Pd/ 9 - Michele Meta, Commissione trasporti alla Camera, quota Ignazio Marino
Cencelli Pd/ 8 Luca Sani, presidente Commissione agricoltura alla Camera, quota D’Alema
Cencelli Pd/ 7 - Michele Bordo, presidente Commissione politiche UE alla Camera, quota Giovani Turchi
Cencelli Pd/ 6 - Anna Finocchiaro, presidente Commissione affari costituzionali Senato, quota, ehm, Finocchiaro
Cencelli Pd/ 5 - Mauro Marino, presidente Commissione finanze Senato, quota Bindi
Cencelli Pd/ 4 - Nicola Latorre, presidente Commissione difesa Senato, quota D’Alema
Cencelli Pd/ 3 - Massimo Mucchetti, Presidente Commissione industria senato, quota Bersani
Cencelli Pd/ 2 - Emilia Grazia De Biasi, presidente commissione sanità Senato, quota Franceschini
Cencelli Pd/ 1 Andrea Marcucci, presidente commissione istruzione e beni culturali del Senato, quota Renzi
Tra i tanti passaggi storici di cui fu protagonista Giulio Andreotti ce n'è uno che spesso in questi anni è stato comprensibilmente tralasciato. Il passaggio riguarda incidentalmente il rapporto tra Moro e lo stesso Andreotti e in particolare riguarda una delle leggi che da presidente del Consiglio Andreotti fu costretto a firmare e che all'ex senatore a vita provocò una clamorosa crisi di coscienza. Era il maggio del 1978, e quella leggea era la famosa legge 194 (quella sull'aborto, insomma). Di quella legge ne parlai proprio con Andreotti quattro anni fa, in questa lunga chiacchierata con il Foglio.
"Ebbi una crisi di coscienza e mi chiesi se dovevo firmare quella legge. Ma se io mi fossi dimesso nessun altro democristiano avrebbe potuto firmarla: si sarebbe aperta una crisi politica senza sbocco prevedibile e in un momento grave per il paese. Una crisi che avrebbe forse creato anche complicazioni internazionali. E da parte mia, con le dimissioni, avrei contribuito a un male maggiore di quello che volevo evitare. Così firmai”.
“Sì, quella fu la prima grande legge approvata dopo Moro e in effetti io ricordo che noi rimanemmo molto male, per esempio, che data la tensione che c’era gli altri partiti non vollero nemmeno sospendere per qualche momento le sedute proprio quando eravamo tutti tesi alla ricerca di Moro. Questo fu uno dei motivi anche più aspri di discussione. A mio avviso, era comunque arrivata a livello parlamentare una svolta nella quale il ‘sì’ e il ‘no’ erano ormai maturi. Ritardare, certo, poteva evitare nell’immediato un impatto un po’ traumatico; però avrebbe anche protratto un dibattito su un tema così forte che giustamente interessava tutte le forze politiche e che, dall’altra parte, non poteva naturalmente essere l’unico tema a cui dedicare tutte le nostre forze. In quel contesto – continua Andreotti – è corretto dire che riuscire a convergere su una legge di quel tipo fu un segnale politico forte. Dopo tensioni molto forti in un paese c’è, e ci deve essere, un momento di respiro; un raffreddamento che qualche volta porta a vedere meno intensamente anche problemi importanti. Ma siccome la gran parte delle legislazioni del mondo l’aborto lo contemplava, ringraziamo Dio che ce lo siamo levato di torno perché ce lo saremmo ritrovato successivamente e magari avrebbe complicato ancora di più le cose”.
L'ultima volta che l'Italia ebbe un governo di larghe intese vero – cioè con i politici dei due principali schieramenti avversari presenti entrambi in un esecutivo – fu nel 1946, un anno dopo quel 25 aprile lì. A Palazzo Chigi c’era De Gasperi e nel governo entrò Palmiro Togliatti. Nel corso degli anni ci sono state altre forme di grandi coalizioni e di larghe intese e seppure in molti casi le prime due forze di maggioranza e di opposizione abbiano appoggiato un governo assieme è da quel periodo lì che un primo ministro non tenta di compiere un’impresa simile. I paragoni storici sono avventati, ed è impossibile equiparare quel periodo storico a questo (Togliatti e De Gasperi, in fondo, durante la guerra erano sullo stesso fronte, ma volendo si potrebbe dire che anche il Pd e il Pdl oggi potrebbero combattere insieme sullo stesso fronte contro i, diciamo così, delitti economici dell'unione europea). Eppure, in un certo modo, oggi sia il centrodestra sia il centrosinistra hanno un’occasione storica. L’occasione di superare, insieme, un ventennio di guerra politica in cui guelfi e ghibellini (berlusconiani e antiberlusconiani) hanno combattuto senza risparmiare un colpo. E’ stata una guerra. Tutti sono responsabili. E ha ragione Giorgio Napolitano quando – lo ha fatto mirabilmente lunedì scorso – sculacciando i partiti non fa sconti a nessuno: né al centrodestra, né al centrosinistra (che ricordiamo dal 1994 a oggi hanno governato più o meno gli stessi anni). Oggi l’occasione di deporre le armi esiste ed entrambi i partiti hanno la possibilità di disegnare attorno a sé un nuovo perimetro. Il Pdl ha la possibilità di costruire le fondamenta per una destra che sia qualcosa di più della semplice proiezione del volto di Berlusconi (e che sia altro da quella del restituiamo l’imu). Il Pd, invece, ha la possibilità di trovare un collante per tenere insieme le proprie anime che sia diverso dall’anti berlusconismo. La sfida oggettivamente è impossibile ma il percorso che indica oggi Napolitano è questo. E a suo modo non è male che il governo di servizio prenderà forma proprio il 25 aprile.
“A prescindere da come andranno le cose si può dire che in poche ore il Pd, decidendo di dare il suo sostegno al presidente, ha scelto di imboccare una nuova direzione che porterà il nostro partito verso un percorso che potrebbe essere persino rivoluzionario. Lo dico in modo chiaro: da ieri c’è un nuovo perimetro in cui si muove il Pd e uscire fuori da quel perimetro significa imboccare una strada diversa. Non so come andrà a finire ma, con tutto quello che è accaduto nelle ultime ore, di una cosa sono certo: per la prima volta ieri il Pd mi ha fatto sentire completamente a casa mia”.
Matteo Renzi sul Foglio di oggi
(dal Foglio del 13 ottobre 2012)
Il lettiano è gentile, elegante, colto, educato, garbato, indaffarato, impegnato, introdotto, trasversale, ma certe vote non può non ammettere di essere se non disperato quantomeno un po’ frastornato. Il lettiano guarda Monti e dice “eccomi, sono io!”; guarda Renzi e dice “eccomi, sono io!”; guarda Bersani e dice “eccoci, siamo noi!”; e poi guarda il Pd, e guarda Fassina (che vuole rottamare Monti) e guarda Orfini (che vuole rottamare Monti) e guarda D’Alema (che vuole rottamare Monti) e guarda Vendola (che vuole rottamare Monti e in nome dell’ardire utopico dei pensieri lunghi sogna non un tecnico ma un Hugo Chávez a Palazzo Chigi) e dice “ma loro che ci fanno qui?, e noi che ci facciamo qui con loro?”. Il lettiano medio, insomma, sogna Monti perché solo Monti può garantire all’Italia di essere ancora l’Italia, e non la Grecia; vota Bersani perché solo Pier Luigi può garantire al Pd di essere ancora il Pd, e non l’Udc o i Ds; ma non vota Renzi perché Matteo è Matteo, sì, è uno di noi, che la pensa come noi, che è cresciuto come noi, che ragiona come noi, che dice le cose che diciamo noi, che sogna il partito che sogniamo noi, ma è uno che divide e non unisce, uno che separa e non miscela e uno che probabilmente potrebbe vincere le elezioni ma che sicuramente potrebbe distruggere il nostro amato Pd. E quindi il lettiano che fa? Si muove con tatto e discrezione, stringe rapporti su rapporti, coltiva contatti su contatti, organizza brunch su brunch, lunch su lunch, breakfast su breakfast, e prova dunque a unire invece che a disunire, ad aggregare invece che a disaggregare, a conciliare invece che a litigare, a combattere invece che nascondersi e arretrare (il lettiano non ama la tipologia del franceschiniano che fischietta e fa finta che va sempre tutto bene e si fa crescere la barba per mimetizzarsi in mezzo ai comunisti). Come tutti nel Pd però il lettiano ha i suoi sogni e i suoi incubi: e se per il renziano l’incubo è il dalemiano, se per il dalemiano l’incubo è il veltroniano, se per il bersaniano l’incubo è il montiano, per il lettiano l’incubo è il fassiniano. Nel senso di Stefano, nel senso di Fassina, nel senso del responsabile Economia del Pd: che ogni volta che parla ai giornali fa tremare il lettiano, lo mette in ansia e quasi gli fa venire la tachicardia E così: c’è Fassina che dice che il montismo è da rottamare? Ecco che arriva la sculacciata del lettiano (“Hai superato il segno!”). C’è Fassina che dice che la Fiom fa bene a scioperare? Ecco che arriva la pernacchia del lettiano (“Così si scredita il governo!”). C’è Fassina che dice che il Pd non potrà mai seguire l’agenda Monti? Ecco che arriva la condanna del lettiano (“Così si spaventano i mercati!”). Il lettiano insomma si dà da fare, si fa in quattro, si tormenta e si dispera ma comunque crede al Pd più di quanto credano al Pd molti esponenti del Pd, crede al progetto del centrosinistra senza trattino, crede al suo segretario, crede al montismo, crede al riformismo, crede all’andreattismo e crede che un Pd moderno debba tenere dentro tutti – da Fassina a Boccia, da Orfini a Renzi – ma che il leader di questo partito debba essere un uomo di mediazione, di sintesi e insomma trasversale, quasi di centro. Il lettiano ci crede, crede che Bersani possa vincere, che il segretario possa essere un buon presidente del consiglio, che possa essere più lettiano che fassiniano e spera davvero, il lettiano, che il segretario lo ascolti, che lo segua e lo protegga e lo metta nelle condizioni un domani di non perdere la propria identità e di sentirsi a suo agio in questo Pd senza essere costretto a farsi crescere anche lui, come qualcuno, la barba fitta fitta per mimetizzarsi magari in mezzo ad alcuni vecchi comunisti.
A 56 giorni dalle elezioni del 24 -25 febbraio – dopo che ci si è dovuti dedicare all’elezione del Capo dello Stato – si deve senza indugio procedere alla formazione dell’Esecutivo. Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale. Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione , di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governar e la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche . O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio d i decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti. il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Lo dicevo già sette anni fa in quest’aula, nella me desima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino “il tempo della maturità per la democrazia dell’alterna nza” : che significa anche il tempo della maturità per la rice rca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.
Giorgio Napolitano, discorso di insediamento alle Camere
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