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Contro il mito della società civile

"Fino a oggi la sinistra ha osservato senza reagire uno schema di questo tipo: la società civile delegittima la politica con continue campagne di aggressione, poi si autopropone come antibiotico per guarire la politica e la politica accetta che sia la società civile a salvare la politica dalla sua inesorabile autodelegittimazione. Se Renzi andrà avanti su questo percorso non mancherà l’appoggio anche di chi non la pensa come lui”.
Matteo Orfini, deputato del Pd, il Foglio, 15 aprile 2014

Sullo stesso tema

Fine del nannimorettismo. Renzi, i candidati, l’insofferenza contro l’egemonia della società civile
 

Fine del modello Rai. Quanta politica c’è nelle nomine di Renzi

 

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

La premessa del Def in anteprima

(il testo qui pubblicato è quello entrato in Consiglio dei ministri. All'interno del documento ci sono state alcune modifiche, per esempio sulla parte di spending review prevista per il 2014, passata da 6 miliardi a 4,5 miliardi)

 

Il Documento di Economia e Finanza 2014 offre al Governo un’occasione preziosa: dimostrare la volontà del Paese di imprimere una forte accelerazione al processo di riforma strutturale dell’economia, per una nuova e sostenibile ripresa della crescita e dell’occupazione.
L’urgenza e l’ambizione delle azioni di riforma che il Governo intende attuare sono senza precedenti. Il percorso che si delinea prevede il passaggio fondamentale dallo stato di gestione della crisi ad una politica di cambiamento, riassumibile in due concetti: il consolidamento fiscale e l’accelerazione sulle riforme strutturali per favorire la crescita.
A livello nazionale, le riforme avviate dai governi precedenti e quelle previste per il 2014 sono in piena sintonia con il quadro europeo: con le priorità per il 2014 dell’Analisi Annuale della Crescita, con le Raccomandazioni della Commissione sulla correzione degli squilibri macroeconomici, con gli obiettivi prioritari stabiliti nel Semestre Europeo e con le sette iniziative ‘faro’ (Flagship Initiatives) della Strategia 2020.
Il Governo presenta all’interno del documento nuove e rilevanti politiche per la ripresa economica. Per cogliere i frutti delle riforme e dei sacrifici sono però necessarie alcune condizioni.
In primo luogo, occorre saper sfruttare le opportunità offerte da un quadro europeo oggi più favorevole agli investimenti per la crescita e l’occupazione. Fondamentale sarà la sinergia fra Governo, Parlamento e il Consiglio Europeo per utilizzare tutti gli spazi di flessibilità esistenti nel Patto di Stabilità e di Crescita e per rendere possibile, mantenendo le finanze pubbliche in ordine, un rilancio degli investimenti pubblici produttivi.
E’ in questo solco che si colloca l’apertura della Commissione Europea verso l’operazione dell’Italia per pagare i debiti scaduti della Pubblica Amministrazione. Serve anche flessibilità per attenuare i possibili effetti negativi di breve periodo di alcune riforme e poter dare modo alle stesse di mettere in moto dinamiche positive nelle aspettative degli operatori economici a favore della crescita e dell’occupazione.
L’obiettivo è dunque quello di consolidare in via definitiva l’uscita dalla crisi finanziaria attraverso un serrato e preciso cronoprogramma che impegna il Governo in scadenze ravvicinate, con interventi normativi e attuativi rapidi e certi. Questo rappresenta il carattere distintivo e innovativo del Programma Nazionale di Riforma 2014.
In sintesi non è solo nei contenuti delle riforme che si basa la forza del progetto di cambiamento, ma soprattutto nella capacità di implementare; far legiferare il Parlamento in tempi rapidi e certi e soprattutto nella attenzione alla concreta realizzazione della normativa stessa, con il conseguente impatto a beneficio dei cittadini, mediante un sistematico monitoraggio dell’attuazione dei decreti ministeriali e degli atti conseguenti per rendere operative le misure Il Governo sa bene cosa serve al Paese, parimenti alla Commissione Europea ma anche al semplice cittadino che fronteggia, spesso in solitario, il lento e macchinoso apparato statale.
La strategia adottata: misure di impatto immediato che si inscrivono in un ampio insieme di riforme strutturali
L’ampio piano di riforme strutturali, avviando una profonda trasformazione del nostro Paese, interviene su tre settori fondamentali: istituzioni, economia e lavoro.
Una nuova legge elettorale capace di garantire la governabilità, l’abolizione delle Provincie, la revisione del Senato e la riforma del Titolo V della Costituzione rappresentano sinergicamente le direttrici di una profonda revisione del sistema politico-istituzionale italiano, responsabile di aver rallentato, e talvolta ostacolato, la gestione della cosa pubblica, sia a livello nazionale che locale, nonché di aver ritardato la ripartenza dell’economia italiana.
Per quel che concerne le politiche economiche, la strategia del Governo si incentra su interventi in grado di incidere sulla competitività del Sistema-Paese per un forte impulso alla crescita, sulla base del riequilibrio delle finanze pubbliche nel consolidamento del bilancio per il 2014 nella direzione del pareggio strutturale. Il risanamento delle finanze pubbliche è testimoniato dal buon andamento dell’avanzo primario, che anche nel 2014 sarà tra i più elevati della zona euro.
Nell’ambito di un organico programma economico di riforme le principali misure delineate, il cui impatto sarà significativo già nel breve periodo, sono:
 _La piena attuazione della Revisione della Spesa strutturale, con un cambiamento stabile e sistematico dei meccanismi di spesa pubblica; sono previsti risparmi fin dall’anno in corso per circa 6,0 e fino a 17 e 32 miliardi di euro rispettivamente per il 2015 e 2016 in termini cumulati. I risparmi conseguiti verranno principalmente utilizzati per la riduzione del cuneo fiscale. Il Governo intende istituzionalizzare il processo di revisione della spesa rendendolo strutturale e parte integrante del processo di preparazione del bilancio dello Stato e delle altre Amministrazioni pubbliche attraverso indicatori di impatto in grado di misurare l’efficacia e l’efficienza della spesa.

La revisione della fiscalità attraverso innanzitutto la riduzione del cuneo fiscale, una misura che interverrà sia sulle imposte gravanti sulle famiglie che sugli oneri sopportati dalle imprese. La riduzione delle imposte sulle fasce più basse dei redditi dei lavoratori dipendenti potrà avere effetti strutturali di stimolo all’offerta di lavoro e alla riduzione della povertà. In tale progetto di riforma rientra altresì l’attuazione della legge di delega fiscale, che, oltre alla riforma del catasto, definisce un sistema più equo, trasparente, semplificato e orientato alla crescita, garantendo al contempo stabilità e certezza del diritto.
 _Una qualificata ma decisa opera di valorizzazione e dismissione di alcune società sotto controllo statale e di parte del patrimonio immobiliare, per ridurre il debito pubblico e recuperare spesa improduttiva. La misura, volta a produrre introiti attorno a 0,7 punti percentuali di PIL all’anno dal dal 2014 e per i tre anni successivi. Il Governo intende infatti procedere e accelerare nel programma di privatizzazioni avviato dal precedente Esecutivo, con l’obiettivo di accrescere l’efficienza delle imprese interessate e ridurre i contributi statali.
 _Il completamento del pagamento dei debiti commerciali da parte delle Amministrazioni pubbliche, contestualmente alla messa a regime di un nuovo sistema di regolamento e di monitoraggio che permetterà di rispettare i tempi previsti secondo la normativa comunitaria; ciò permetterà di ridurre l’incertezza sistemica delle imprese sulle decisioni di investimento.
 _Un energica azione in materia di miglioramento dell’ambiente imprenditoriale e attrazione di capitali esteri attraverso la semplificazione del rapporto tra imprenditore e amministrazione in senso ampio (fisco, autorità amministrative di autorizzazione e tutela, giustizia, ecc.). A questo si aggiunge il necessario superamento di un sistema imprenditoriale fortemente “banco-centrico”, grazie alla messa a disposizione e al rafforzamento di forme di finanziamento alternative al credito per le imprese, in particolare per quelle di piccole e medie dimensioni.
 _Un miglioramento della riforma del mercato del lavoro attraverso il Jobs Act al fine di produrre un sistema più inclusivo e dinamico, superando le rimanenti segmentazioni e rigidità e contribuendo strutturalmente all'aumento dell'occupazione, soprattutto giovanile, e della produttività del lavoro. La maggiore flessibilità è volta alla realizzazione a regime di un contratto unico con forme di tutela progressiva. Una maggiore tutela del lavoro dipendente ma anche un sostegno più ampio all’iniziativa privata, attraverso facilitazioni per autoimprenditorialità, venture capital e in particolare imprenditorialità giovanile. Sarà rafforzata e maggiormente responsabilizzata la contrattazione decentrata al fine di garantire il coinvolgimento del lavoratore con l’azienda in modo da legare la retribuzione all’interesse comune della produttività.
 _La riforma della Pubblica Amministrazione e la semplificazione burocratica, la riforma della giustizia amministrativa e penale, la valorizzazione del percorso scolastico e formativo dei giovani, l’aiuto alla ricerca e una valorizzazione del percorso di studi universitario, anche attraverso la cosiddetta Garanzia Giovani.
A tali proposte strutturali si affiancano investimenti immediati, in parte già previsti volti a dare risposte concrete ai cittadini. Tra questi in particolare:
 _Piano scuola: vi sono circa 2,0 miliardi di euro di risorse disponibili destinate alla scuola a cui possono attingere comuni e province per la messa in sicurezza degli edifici scolastici;
 _Nel Fondo di Garanzia vi sono 670 milioni di euro di risorse aggiuntive nel 2014 e complessivamente oltre 2 miliardi nel triennio per le piccole e media imprese;
 _Piano casa del valore di 1,3 miliardi di euro per interventi destinati alla casa o alla ristrutturazione;
 _Investimenti previsti dalle Politiche di coesione nel nuovo ciclo di programmazione dei fondi strutturali, gli interventi contro il dissesto idrogeologico e la tutela del territorio.

Riforme strutturali e consolidamento dei conti pubblici: misure tra loro complementari, non sostituibili
Questa strategia di riforma si incardina nel processo di consolidamento dei conti pubblici: per un Paese ad alto debito come l’Italia la stabilità di bilancio rappresenta infatti una condizione indispensabile per avviare un solido e duraturo percorso di sviluppo dell’economia.
Questa trasformazione richiede una contemporaneità e complementarietà di azioni: il consolidamento fiscale e la riduzione del debito pubblico, il rilancio della crescita, per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche; un ritorno alla normalità dei flussi di credito al sistema delle imprese e alle famiglie attraverso anche il rafforzamento dei sistemi alternativi al credito bancario e il pagamento dei debiti commerciali della Pubblica Amministrazione; l'adozione di riforme strutturali che rilancino la produttività e allentino i colli di bottiglia come la burocrazia o la giustizia inefficiente.
I notevoli sforzi profusi dal Paese nel controllo dei conti, premiati dai mercati finanziari, ci consegnano l’opportunità di uscire da una fase di severa austerità; ma qualsiasi scelta di politica economica non può derogare la stabilità di bilancio. Realizzare compiutamente il programma di riforme strutturali, senza far venir meno il sostegno alla ripresa, consentirà di proseguire nel percorso di consolidamento fiscale.
Perché una simile strategia abbia successo risulteranno cruciali il coinvolgimento e il contributo costruttivo delle parti sociali, delle associazioni imprenditoriali, delle forze politiche e dell’opinione pubblica, le cui proposte dovranno sempre essere rese compatibili con il mantenimento degli equilibri di bilancio.
E’ un piano ambizioso ma è quello che serve al Paese ed è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.
 

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

Ingroia, abbiamo un problema

 "Ovviamente non c'è dubbio che per una persona come il dottor Ingroia che ha dei programmi futuri di politica e che è un abile manovratore dei mezzi mediatici con rapporti con giornalisti in tutta Italia, un'occasione come quella del procedimento sulla trattativa è un'occasione molto ghiotta e che Ingroia l'abbia spregiudicamente utilizzata".

Francesco Messineo, procuratore della Procura di Palermo e capo della direzione distrettuale antimafia, deposizioni al Csm

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

Altro Augusto costituzionalista contro i parrucconi

"Sono rimasto sbalordito a sentire che il monocameralismo depotenzierebbe il Parlamento. Oltre tutto, ripenso allo stesso disegno di legge presentato da Rodotà nel 1985 che, cito testualmente, recita: Il Parlamento viene valorizzato se 'l'organo rappresentativo riesce ad esprimersi in una sola sede attraverso un organo unico'. Allora Rodotà sosteneva che due Camere consentono troppo spazio al governo contro il Parlamento".

E perché avrebbe cambiato idea secondo lei?

"Probabilmente per spaccare il Pd marcando il dissenso riguardo alla presenza di Berlusconi nella maggioranza che sostiene le riforme".

Augusto Barbera, professore ordinario di diritto costituzionale all'Università di Bologna, oggi sulla Stampa

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

Rodotà, ma che stai a fa?

Uno spasso. Due giorni fa abbiamo segnalato sul sito del Foglio, e su questo blog, una piccola storia – svelata dal professor Stefano Ceccanti – che riguarda l’illustre professor Stefano Rodotà e che in questi giorni è stata ripresa da molti giornali, da molti siti e da molti blog. La storia la riassumiamo in breve per capire di cosa stiamo parlando. Il professor Rodotà, insieme con altri illustri intellettuali, con altri costituzionalisti e con altri professori spesso impegnati a sottoscrivere appelli molto importanti in difesa della Costituzione, e spesso dell’umanità, il 27 marzo ha messo la sua firma in calce a un appello pubblicato da Libertà e Giustizia, “Verso la svolta autoritaria”. In cui il professor Rodotà, insieme con Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Roberta De Monticelli, Salvatore Settis, Nando dalla Chiesa, Barbara Spinelli, Paul Ginsborg, Maurizio Landini, Marco Revelli, Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Luciano Gallino, Ida Dominijanni, Dario Fo, Fiorella Mannoia, ha rimproverato il governo Renzi di essere impegnato a portare avanti una serie di politiche volte a strapazzare i principi democratici inscritti nella Carta costituzionale dai padri costituenti.
Recita l’appello

“Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali”.

E ancora:

“Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto”.

Il senso dell’appello è chiaro e proviamo a tradurlo con parole semplici. In tre punti.

Primo: le riforme costituzionali proposte da Matteo Renzi e sostenute da Silvio Berlusconi rischiano di produrre una terribile svolta autoritaria che non potrebbe che avere l’effetto di dare al prossimo capo del governo i poteri di un dittatore.

Secondo: l’impostazione delle riforme Costituzionali volute da Matteo Renzi (e da Silvio Berlusconi e da Giorgio Napolitano) oltre a essere profondamente sbagliata è viziata da un problema non di poco conto, perché far riformare la Costituzione a un Parlamento eletto con una legge elettorale non costituzionale è un grave affronto alla Costituzione.

Terzo: bisogna far di tutto affinché le riforme costituzionali di Renzi non vengano approvate come Renzi vorrebbe approvarle (“Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato”).

La storia è affascinante e contiene una serie di spunti di riflessione che – prima ancora di arrivare al fantastico caso Rodotà – meritano di essere approfonditi. E’ una storia affascinante perché è ormai da una ventina d’anni che di fronte a un presidente del Consiglio che chiede di rivedere in modo significativo alcuni aspetti della Costituzione (è successo con Berlusconi, è successo con D’Alema, è successo con Prodi, è successo con Monti, è successo con Letta, è successo con Renzi) c’è sempre un blocco politico conservatore pronto a combattere con tutte le armi a disposizione per impedire che venga toccata la Costituzione – e a dire che il blocco politico è “conservatore” non è l’autore di questo post ma è il protagonista di questo post (“Se si tratta di difendere i principi della Costituzione allora sì, siamo assolutamente conservatori”. Rodotà, 9 settembre 2013). E’ una storia affascinante perché è ormai da una ventina d’anni che questo blocco conservatore ha dato un suo contribuito significativo alla formazione dell’identità del centrosinistra ed è anche a causa di questo blocco conservatore se negli ultimi vent’anni ogni tentativo di migliore l’impianto della nostra Carta è stato bloccato sempre con l’accusa esplicita che chiunque voglia rivedere in modo significativo la Carta non può che essere un mezzo dittatore, per non dire un fascista. E’ una storia affascinante perché lo spirito politico che muove questo blocco conservatore è lo stesso che ha spinto fortissimamente nel 2013 per far sì che potesse nascere in Parlamento una magnifica maggioranza formata dal Pd e dai Cinque Stelle (e molti dei firmatari di questi formidabili appelli in difesa della Costituzione sono gli stessi che un anno fa firmarono per far sì che Bersani affiancasse la sua gioiosa macchina da guerra ai ragazzi di Grillo e Casaleggio). E’ una storia affascinante perché gli stessi professori che oggi, con tono molto risentito e accigliato e preoccupato, ricordano che questo Parlamento, in virtù di una sentenza della Corte Costituzionale, è figlio di una legge elettorale non costituzionale sono gli stessi che poi – oplà – si dimenticano che è stata la stessa Corte Costituzionale a dichiarare che questo Parlamento non è illegittimo (e usare la Corte Costituzionale a spizzichi e bocconi, e prendere solo quello che conviene prendere da un testo, dimenticandosi quello che quel testo dice una riga dopo, ricorda molto il metodo Travaglio, ma questa è un’altra storia).

Questo per quanto riguarda le premesse (ma potremmo andare avanti per ore). Per quanto riguarda invece la questione di merito la storia su Rodotà e vale la pena spendere alcune righe per spiegarla. La storia che abbiamo segnalato due giorni fa su questo sito è quella relativa a una proposta di legge costituzionale presentata nel 1985 dal professor Rodotà. In quella legge, Rodotà ammette di essere favorevole a un sistema di monocameralismo, e dunque all’abolizione del Senato, e dice dunque una cosa che, tecnicamente, è l’esatto opposto rispetto a quella che dice oggi. Testo del 1985: “Questa proposta di legge costituzionale tende a introdurre nell’ordinamento della Repubblica innovazioni ampie e profonde. L’ambizione è, quindi, molto alta: trasformare la conformazione organica dell’istituzione parlamentare, sostituendo al vigente bicameralismo paritario il monocameralismo puro”. Appello di oggi: “Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare…”. La contraddizione è evidente, ed è clamorosa, e da un certo punto di vista Rodotà è persino più radicale di Renzi (il presidente del Consiglio non vuole abolire il Senato, Rodotà sì). Ma per centrare meglio la questione bisogna fare un passo in avanti e capire la ragione per cui alcuni bravi commentatori (Andrea Mollica sul sito di Gad Lerner, Christian Raimo su Il Post) hanno trovato argomenti per dimostrare che in realtà non esiste alcuna contraddizione tra il Rodotà di oggi e il Rodotà di ieri. La tesi più forte è questa: il tentativo di difendere il bicameralismo di oggi non è in contraddizione con la vecchia legge perché in quella legge Rodotà prevedeva un rafforzamento del Parlamento attraverso l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale.


E’ così?
 

A voler essere pignoli la contro obiezione è molto fragile, perché il testo firmato da Rodotà, e dagli altri autorevoli professori, sul sito di Libertà e Giustizia non fa nessun riferimento alla legge elettorale, e si limita a parlare di “monocameralismo e semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo”. Dunque, di che stiamo a parlà? E soprattutto: se Rodotà pensava davvero che fosse quello il punto, e non un altro, perché ha firmato quell’appello senza far inserire l’espressione “legge elettorale”? Oggi sull’Unità, ieri sul Fatto, Rodotà ha spiegato meglio la sua posizione e ha ribadito che non c’è discontinuità tra la sua posizione di ieri e quella di oggi perché nel 1985 il suo monocameralismo era temperato dall’introduzione di un sistema proporzionale. L’obiezione è vera solo a metà perché in quel disegno di legge, come notato da Giorgio Armillei in questo post su Landino, “la proposta di allora non costituzionalizzava affatto la proporzionale pura ma era solo un riferimento ai ‘principi della rappresentanza proporzionale’, cosa che è pienamente compatibile anche con sistemi proporzionali corretti con sbarramenti e/o con premi” (in fondo, a voler essere pignoli, anche l’Italicum proposto da Renzi è una legge proporzionale, seppure corretta con un importante premio maggioritario). Dunque, anche qui, di che stiamo a parla’? E se il professor Rodotà voleva che le sue parole non fossero fraintese perché ha firmato un appello in cui tecnicamente si chiede di fare una cosa più moderata (il bicameralismo differenziato) rispetto a quella più radicale (monocameralismo) che proponeva Rodotà nel 1985?

Il caso Rodotà, contraddizioni a parte, ci aiuta a fare un passo in avanti e a comprendere un aspetto importante che riguarda la posizione del professore (e della sua allegra compagnia) e che è poi il cuore del principio applicato dai sacerdoti della Costituzione. Il principio è più o meno questo. Punto primo: noi siamo gli unici al mondo titolati a dire cosa è in sintonia con lo spirito della Costituzione e cosa non è in sintonia con lo spirito della Costituzione e la nostra parola non è un punto di vista ma è il discrimine tra ciò che è il Bene e tra ciò che è il Male. Punto secondo: sssendo l’impianto della Costituzione del 1948 l’ultimo baluardo al ritorno del fascismo, ciò che noi consideriamo lontano dallo spirito della Costituzione non può che essere lontano dai principi dell’antifascismo. Quindi, noi sacerdoti della Costituzione, ogni volta che segnaliamo il tentativo di qualcuno di violare la Costituzione, stiamo segnalando il rischio che qualcuno riproponga nel nostro paese una forma di fascismo sotto mentite spoglie. Le conseguenze di questo processo sono evidenti e la ha sintetizzate bene il professor Dino Cofrancesco in un contro appello dedicato a Rodotà e compagnia due giorni fa: ogni volta che si cerca di affrontare il tema della fatale debolezza dell’esecutivo si assiste a una levata di scudi  di intellettuali militanti che, col pretesto di difendere la Costituzione, avallando le degenerazioni del parlamentarismo. Da questo punto di vista, più che la contraddizione con il 1985, l’aspetto più significativo che riguarda la storia del professor Rodotà, e dei fantastici firmatari dell’appello, è quella relativa alla fragilità della loro posizione. A quello che è diventato “il Partito della Carta”. Un partito che trova la sua forza nella difesa della conservazione. Un partito che trova la sua forza nel dimostrare ogni giorno che non si tocca la Carta. Un partito che oggi è diventato sinonimo di una cosa diversa. Del non si tocca il paese. Del non si tocca l’esistente. E un partito che non avendo solide argomentazioni per spiegare perché toccare la Carta è un atto fascista cade spesso in qualche contraddizione. Nulla di male, prof. Davvero. Basterebbe ammetterlo. Basterebbe riconoscerlo. Bastarebbe smetterla di inseguire ancora il compagno Grillo e il compagno Casaleggio. No?


 

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

Che succede all'Unità? Movimenti in vista

Taccuino Unità. Oltre alla spending review di governo c’è anche un’altra spending review significativa che riguarda il partito di Renzi e che nelle prossime settimane sarà destinata a far discutere la dirigenza del Pd. Nell’ambito dei tagli alla spesa previsti dal Partito democratico (in arrivo i risultati della due diligence sui conti del Pd) un capitolo importante con il quale il tesoriere del partito si sta trovando a fare i conti è quello relativo allo storico giornale della sinistra, ovvero l’Unità. Le novità sono due. La prima: alcuni soci, oltre a essere intenzionati a diluire la loro partecipazione, si stanno muovendo (in area lombarda) per trovare un nuovo azionista che potrebbe rilevare un cospicuo pacchetto del giornale. La seconda: il Pd, nonostante l’Unità sia formalmente il giornale dei Ds, ha un vincolo di circa 2 milioni di euro all’anno con il quotidiano (vincolo legato a una serie di abbonamenti e di acquisti diretti di copie del cartaceo) e dal prossimo anno questi milioni dovrebbero essere azzerati. L’intenzione del Pd non è quello di abbandonare al suo destino il giornale ma di promuovere una transizione verso un nuovo corso editoriale. Ieri pomeriggio si sono incontrati gli azionisti – Matteo Fago, Gunther reform holding, Partecipazioni editoriali integrate srl, Monteverdi srl, Soped, Renato Soru, Chiara srl, Eventi Italia srl – per discutere il futuro della Nie, la società che edita il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, e alcuni soci si stanno muovendo, triangolando con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, per impostare un piano di ristrutturazione del giornale. I prossimi mesi saranno decisivi. E a occhio e croce non solo per l’Unità.

(dal Foglio del 2 aprile)

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

Rodotà, ma che stai a di'?

In una autorevole intervista rilasciata oggi sul Fatto Quotidiano, l'autorevole professore Stefano Rodotà, nei panni del costituzionalista, pur non essendo un costituzionalista, si scaglia nuovamente contro l'autoritaria riforma costituzionale proposta dal tiranno di Firenze, Matteo Renzi. Senso della polemica: questa riforma non si deve fare perché troppo modificativa degli equilibri costituzionali Vergogna! Vergogna! Prima dell'intervista al Fatto, Rodotà aveva firmato un appello sul sito di Libertà e Giustizia in cui il professore, insieme con molti altri intellettuali, chiedeva a Renzi di fermarsi con la riforma del Senato. Testo dell'appello: "Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto". Ecco. A quanto pare, però, come ricordato poco fa dal professor Stefano Ceccanti, lo stesso Rodotà, appena alcuni a fa, tà-tà-tà, era più riformista del tiranno di Firenze. Proponendo addirittura la – orrore! – soluzione ultra giacobina del monocameralismo secco. Vergogna! Qui il testo dell'ottima riforma proposta da Rodotà, che a questo punto suggeriamo ai parlamentari a cinque stelle, e anche a quelli democratici, di presentare anche in alternativa al testo del governo. Tà-tà-tà.

 

 

 

 

 

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

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