Bisogna dire la verità: in questi giorni si sono dette davvero un mucchio di sciocchezze su questi referendum e in particolare, lo avrete notato, si sono dette un mucchio di stupidaggini soprattutto sui due quesiti che riguardano l'acqua. Si è detto che bisogna andare a votare “sì” perché bisogna evitare che l’acqua, da bene pubblico, diventi un bene privato, e si è detto che sulla scheda elettorale bisogna assolutamente scrivere “sì” perché, in caso contrario, saremmo tutti complici di un grave crimine: quello di trasformare l’acqua in un bene non più gratuito ma, orrore, a pagamento.
Ecco. Mi sono letto in questi giorni alcuni documenti e alcune testimonianze interessanti su questo benedetto referendum (i link utili per farvi un’idea li trovate alla fine di questo lungo post) e mi sono fatto l’idea che il centrosinistra, per quanto riguarda l’acqua, ha fortissimamente contribuito a creare in questi giorni un clima di grande mistificazione attorno a questo tema. Il Partito democratico, da mesi, dice che bisogna votare “sì” contro “la legge sulla privatizzazione forzata nella gestione dell’acqua” (sono parole ufficiali del Pd) perché “l’acqua è una risorsa pubblica che va governata con una programmazione pubblica, con regole di controllo pubbliche, con sistemi di tariffe che aiutino le fasce sociali più deboli ed evitino lo spreco dell'acqua”.
Se ci si fa caso, anche se in modo molto macchinoso, in questa dichiarazione di voto anche il Partito democratico ammette che, in realtà, non si sta discutendo affatto della "privatizzazione dell'acqua" ma, bensì, si sta discutendo se sia giusto o no affidare la “gestione” dei servizi di raccolta, di conservazione, di depurazione e di distribuzione dell'acqua non all’azienda scelta da un comune senza bando ma all’azienda o alla società che, dopo aver partecipato a un bando, dimostra di essere la migliore possibile per erogare quel preciso servizio.
Ebbene, per chi non lo sapesse, oggi la gestione di questi servizi avviene senza alcun bando di gara (o meglio: il bando ci può essere ma non è mai obbligatorio, è a discrezione del comune), e gli unici che possono accaparrarsi questi servizi sono (a) le società pubbliche scelte direttamente dal comune oppure (b) le “società in house”, che altro non sono, per dirla in modo grezzo, che quelle società private partecipate anche dal pubblico. Detto in altre parole, dunque, scrivere "sì" sulla scheda elettorale renderà impossibile mettere i comuni nella condizione di affidare la gestione dei servizi alla migliore società disponibile sul mercato.
Come avrete capito, dunque, in questo primo quesito non si parla in nessun modo di privatizzare l’acqua (e non si parla neppure di privatizzare gli acquedotti, ovviamente, e neppure di privatizzare le infrastrutture idriche, dato che il decreto Ronchi – che ha tanti difetti, certo, ma che comunque andrebbe letto prima di essere valutato – assicura “piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche”) ma si parla semplicemente di cosa si può fare per rendere più efficiente la gestione della distribuzione dell’acqua (cosa che, come tutti sanno, rappresenta una questione piuttosto importante dato che in Italia, a oggi, è più di un terzo l’acqua che viene sprecato a causa di perdite nella rete idrica). E’ un po’ quello che, in un certo senso, diceva di sognare anche Sergio Chiamparino nel suo libro “Oltre il Pd”; in questo passaggio in particolare: “L’acqua è un bene pubblico che va gestito nel migliore dei modi. Un vero partito riformista dovrebbe impegnarsi a garantire la proprietà pubblica delle reti che conducono l'acqua e affidare la gestione a chi è in grado di garantire miglior servizio possibile”. E io, qui, sono proprio d’accordo con l’ex sindaco di Torino.
Per quanto riguarda il secondo quesito, la questione è sempre collegata alla possibilità o meno di aprire il mercato della gestione dei servizi al miglior offerente. Che cosa dice il secondo quesito sull’acqua? Dice, anzi, propone (non, come avevo scritto in un primo momento “di abolire la remunerazione degli investimenti effettuati nel settore idrico”) di abolire l'obbligo di caricare quella remunerazione in bolletta (nel senso che abolisce l'obbligo di caricarla in bolletta e la scia la possibilità di finanziarla attraverso la fiscalità). Cosa che, in altre parole, renderebbe impossibile ai privati l’ingresso nel mercato della gestione dei servizi idrici (nel senso che alla gestione dei servizi potrebbero partecipare solo società che non hanno come obiettivo quello di guadagnarci qualcosa dal buon funzionamento dei servizi…ah, questo capitalismo!).
Ora, dov’è il problema? Il problema è che molte delle persone che andranno a votare “sì” al referendum sull’acqua voteranno “sì” perché non solo non vogliono che l’acqua non sia privatizzata (cosa che come abbiamo visto non è oggetto del quesito referendario) ma non vogliono neppure che da un giorno all’altro aumenti la bolletta dell’acqua. Chi sostiene il “sì” dice che sarà impossibile che in caso di vittoria del “no” le bollette non schizzeranno all’improvviso in alto. Chi sostiene il “no” dice che è vero che c’è la possibilità che nei prossimi mesi la bolletta dell’acqua subirà un rincaro ma dice anche che il rincaro sarà inevitabile anche nel caso in cui dovessero vincere i “sì”, in quanto nei prossimi anni sarà necessario, su tutto il sistema di rete idrico italiano, fare degli investimenti per evitare che, come detto, in futuro, a causa di gravi perdite presenti nella rete idrica, continui a essere sprecato più di un terzo dell’acqua disponibile nel nostro paese (come ha ricordato in questi giorni anche Oscar Giannino, negli ultimi anni, dal 2000 al 2006, dunque prima della nascita del decreto Ronchi, le tariffe dell’acqua sono cresciute, in tutto, circa del 47 per cento!).
Dunque, in sostanza, chi appoggia il “no” (come ha d’altronde detto bene oggi Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera) lo fa principalmente perché oggi ci ritroviamo di fronte a una scelta importante da fare, sul tema dell’acqua. O lasciare tutto così com’è oggi (cosa che non esclude affatto la possibilità che nei prossimi mesi la bolletta continui a salire) oppure tentare di rendere più competitiva, e possibilmente migliore, la gestione dei servizi idrici e provare in qualche modo a modernizzare un settore importante del nostro paese. Si può anche sostenere che, in un mondo ideale, sarebbe bellissimo se “il pubblico” fosse così accorto da scovare la migliore azienda capace a svolgere determinati servizi senza aver bisogno di fare alcun bando di gara. Ma conoscendo come funzionano molti bandi di gara in Italia io, sinceramente, ci penserei due volte prima di lasciare le cose così come stanno. Ma insomma, per chi vuole, se ne può parlare qui.
Qui un po’ di articoli interessanti da leggere sul tema
Massimo Mucchetti, oggi sul Corriere della Sera
Carlo Stagnaro, sul Foglio di qualche giorno fa
Un articolo interessante su Qdr
Una bella riflessione di Stefano Ceccanti
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