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Tremonti dixit /3
Ma la crisi di queste settimane non è solo economica, è anche culturale. Il libero mercato viene rimesso in discussione come dogma e, come per i risultati delle politiche americane, è presto per dire come andrà a finire. Si stava meglio quando si stava peggio? Di' la tua su Hyde Park Corner - Leggi La prima parte dell'intervista - Leggi La seconda parte dell'intervista - Leggi Perché (quasi) nessuno in America critica la Bushnomic

Ma la crisi di queste settimane non è solo economica, è anche culturale. Il libero mercato viene rimesso in discussione come dogma e, come per i risultati delle politiche americane, è presto per dire come andrà a finire. Tremonti non mette affatto in discussione il libero mercato ma solo il suo eccesso mercatista. Propone di recuperare le parole che dopo la Seconda guerra mondiale Carl Schmitt, in prigione, rivolgeva ai giuristi: “Silete, iureconsulti”. Oggi Tremonti attualizza la frase di Schmitt in “silete, economisti”: “Non è una sfida accademica, è una partita culturale, e alla fine una partita politica. Confermo la mia valutazione d’insieme. Non è la fine del capitalismo ma del tipo finale di capitalismo che è degenerato nel mercatismo. Nessuno ha parlato di crisi finché non è arrivata la crisi”.
Il ministro non è un economista, ha una formazione giuridica, si è avvicinato all’economia non nelle aule dell’accademia ma nella sua esperienza di avvocato e poi soprattutto di politico. Proprio come Guido Rossi, avvocato prestato all’economia, con il quale in questa fase c’è sintonia intellettuale. Sulla Stampa di sabato scorso Rossi dichiarava: “Non so se il mercato è davvero morto. Probabilmente lo rivedremo, ma in forma diversa, i protagonisti saranno i governi e le Banche centrali”. “Comunque il silenzio chiesto agli economisti si motiva in base al silenzio fatto dagli economisti ancora fino al 2007 ed ancora oltre. Non sono stati molto predittivi tanti interventi che ancora dopo il 2007 erano fatti nella logica business as usual”.
Già nel novembre 2006, in un’intervista al Corriere della Sera molto citata in questi giorni, Tremonti intuiva che tipo di crisi sarebbe arrivata. Poco dopo anche Nouriel Rubini, economista americano laureato alla Bocconi, preannunciava la catastrofe, dal suo sito Internet RGE Monitor, che ogni giorno diffonde una newsletter molto informata e molto seguita: “Onore al merito. Isolato, ma merito. La differenza non è comunque solo temporale, ma di metodo. Quel sito è molto analitico sugli effetti della crisi, ma non sulle cause. Ti dice cosa sta succedendo. La serie dei miei scritti, che non sono tanto analitici quanto politici, si sviluppa soprattutto alla ricerca delle ‘cause’ dei fenomeni in atto e non solo arriva prima ma va anche ‘indietro’ nel tempo”. Nel 1995 Tremonti pubblica “Il fantasma della povertà”, nel 2005 “Rischi fatali”, nell’autunno 2007, mentre la crisi sta esplodendo, scrive “La paura e la speranza”. Con una tesi di fondo comune: “C’è un legame essenziale e strutturale tra i tempi e i metodi della globalizzazione e la crisi finanziaria. Questa è prodotta da quelli. La caduta delle frontiere combinata con i computer ha dematerializzato la finanza, internazionalizzando la ricchezza e così dissociandola dalle regole. Le regole sono rimaste locali, la finanza è diventata globale. E nella globalità la finanza si è fabbricata un suo modo di funzionamento in cui l’unica regola era che non ci fossero regole. E’ così che è stato possibile produrre ricchezza, più che a mezzo merci, a mezzo debito”.
Molti economisti non condividevano le tesi tremontiste e non hanno visto la catastrofe in arrivo. Eppure gli indizi c’erano. Tremonti: “Non era necessario, ripeto, leggere le carte geografiche, era sufficiente leggere i bilanci. Nei bilanci delle mega banche la leva finanziaria – il leverage, come lo chiamano gli economisti – era in un rapporto di 20 o 30 a 1, più o meno prossimo al margine statistico di vincita d’azzardo al casinò. E’ per questo che il banco è saltato. Non era mica una cosa difficile da notare. Quando, nella primavera 2004, ancora ministro, ho chiuso il mio “colloquio” alla Sec sul caso Parmalat dicendo che mi sembravano una specie di ‘Global Parmalat’ ero considerato uno stravagante isolato. Quando nelle riunioni del G7, ancora fino alla metà del 2004, quando ancora ero ministro, cercavo di spiegare che la combinazione dei nuovi principi contabili IAS e di Basilea 2 era causa non di sicurezza, ma di rischio, venivo considerato non ortodosso. In realtà la meccanica di una ricchezza che cresceva in forma geometrica e progressiva basandosi sul debito, creava l’illusione che tutto fosse insieme perfetto e prevedibile, stilizzabile in modelli matematici millimetrici e infallibili.
E’ in questo ambiente artificiale che l’economia è stata presa da una specie di ubris – parola che certi economisti tenderebbero a credere inglese, e invece è greca – e si è illusa in ordine a una sua nuova natura. Non di scienza sociale, e per questo imperfetta, ma di scienza esatta. Come nelle scienze esatte si è sicuri, sicuri ad esempio che ad una certa altezza l’acqua bolle o gela a una certa temperatura, così l’economia ha pensato di definire con esattezza scientifica quello che stava succedendo”. Tra le cose che gli economisti non sono riusciti a capire, sostiene il ministro, “c’è ad esempio che, proprio per ragioni sociali, i debiti privati possono essere più pericolosi dei debiti pubblici. Comunque, se agli economisti il ‘silete’ non piace, devono prima spiegare il loro silenzio protrattosi fino al 2007 e oltre” sulla crisi in arrivo. “Cattivi maestri, esorcisti, alchimisti, guaritori, sciamani, santoni. In Italia c’è solo un economista che ora si distingue per rigore intellettuale, morale e civile”. Ma il nome non lo dice. (3.continua)
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