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Tremonti dixit /2

“Alcune medicine hanno aggravato la malattia, lo sgravio fiscale non ha funzionato: doveva sostenere i consumi, ma il crash nasce"

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Una crisi che, secondo il ministro, era possibile prevedere con largo anticipo: “Bastava leggere le carte geografiche, bastava sentire il pulsare della storia. Ma c’era anche qualcosa di più banale, qualcosa con evidenza empirica. Almeno questo poteva, anzi senza forse, essere oggetto delle valutazioni “scientifiche” degli economisti. Era sufficiente guardare i bilanci delle mega-banche globali per vedere che stavano in piedi in base a un effetto di pura illusione finanziaria. Al passivo trovavi un patrimonio netto fatto da poche decine di miliardi di dollari, all’attivo un attivo fatto mediamente da un trilione di dollari, quanto il debito pubblico di un grande paese. La differenza tra attivo e patrimonio netto era in questo modo più o meno uguale a un altro trilione di dollari, questa volta di debito. Le “piramidi”, sei o sette, stavano una a fianco dell’altra. Ma il sito conteneva anche tante altre costruzioni, magari meno famose, ma spesso anche più grandi. In questo scenario di cartone la ‘criticità’, si fa per dire la criticità, stava nel fatto che non c’erano gli attivi, essendo questi a loro volta fatti dai passivi di parti correlate, dentro un sistema di specchi rappresentativo di una ricchezza prevalentemente nozionale e finzionale. I conti devono ancora essere fatti, ma nell’insieme consolidato c’è sicuramente più passivo che attivo. Di sicuro c’è che un enorme quantum di debito è ora venuto a scadenza con la sua cambiale. Che va pagata”.

Spetta alla politica decidere su a chi presentare il conto. Le nazionalizzazioni di queste settimane negli Stati Uniti dimostrano che l’Amministrazione Bush ha deciso di spostare il costo, o almeno il rischio del costo, della cambiale sull’insieme dei contribuenti. Tremonti spiega che il costo della crisi “potrà essere pagato dai contribuenti, perché il salvataggio pubblico è un modo per girare il conto dai colpevoli agli innocenti, dalla follia della finanza alle tasche dei contribuenti. Oppure potrà essere pagato con l’inflazione: una grande inflazione capace di assorbire in breve tempo grandi posizioni debitorie. E quindi ancora a carico della collettività, essendo l’inflazione a sua volta una tassa e per di più ingiusta. O con altro, di cui è meglio non parlare”.
La reazione degli Stati Uniti, giudicata da quasi tutti i commentatori inevitabile, ha però sollevato diverse critiche soprattutto perché è parsa dettata più da considerazioni tattiche che strategiche, condizionata dalla cronaca finanziaria e non da logiche di medio termine. Chiediamo al ministro cosa ne pensa.

Meglio pensare in proprio. Gli strumenti applicati in questo anno di crisi sono stati, in serie, tutti quelli immaginati e immaginabili. Dalla manovra sui tassi di interesse agli assegni fiscali distribuiti ‘con gli elicotteri’, fino al gran finale fatto da improvvisi fallimenti e da una catena di nazionalizzazioni, a volte anche transfrontaliere perché fatte con l’ingresso di capitali statali stranieri. Tutto il repertorio della politica economica, dal monetarismo della manovra sui tassi al keynesismo del sostegno alla domanda, dall’ortodossia della bancarotta fino al ritorno salvifico del buon vecchio New Deal”. Se si vuole dare una valutazione complessiva dell’operato della Casa Bianca e degli altri decisori americani, secondo il ministro Tremonti bisogna fare due considerazioni. “La prima: nessuna ideologia”, lo dimostra “l’eterogeneità stessa degli interventi, prova del fatto che molti libri del dopoguerra sono stati buttati dalla finestra e molti libri dell’anteguerra sono stati portati su dalle cantine”. Secondo: “E’ facile giudicare da fuori, ma è evidente che all’inizio non c’è stata una piena e immediata comprensione della portata della crisi. Prima una medicina, poi l’altra, magari con effetti di aggravamento della malattia stessa. Per esempio non ha funzionato lo sgravio fiscale, che avrebbe dovuto sostenere i consumi, all’interno di una crisi che era causata proprio da un eccesso di consumi (a debito). Come tentare di curare un ubriaco offrendogli del whisky. Il paziente è saggio se rifiuta. Gli sgravi fiscali non hanno funzionato come stimolo perché saggiamente la gente li ha messi da parte. La crisi era da debito e una delle cure è stata quella di creare enormi discariche a cielo aperto di titoli intossicati proprio dal debito. Non è che spostandoli da un posto all’altro i debiti smettono di essere debiti. Alla fine sono arrivati gli ultimi interventi: il blocco della speculazione in Borsa, un blocco che esclude il carattere positivo della speculazione – ma non era la speculazione l’essenza stessa del mercato? – e il salvataggio fatto con la mano pubblica che, sovrapponendosi a quella privata, dovrebbe portare con sé le cose che sono venute a mancare: la fiducia e la speranza. Ma è presto per dire che è sufficiente, bisogna aspettare. Bisogna aspettare anche la politica”.

“Il mega salvataggio da un trilione di dollari in queste ore sta producendo in America una forte dialettica politica tra l’esecutivo e il legislativo. Tra le ragioni del governo, che vuole strumenti definiti in base alla formula clean and quick, con il Tesoro che decide chi salvare e per quanto tempo intervenire, e le ragioni del Parlamento che, prevedendo un costo fiscale per i contribuenti, vuole far sentire la sua voce. In fondo è sempre valido in America il no tax without representation. In più c’è il calcolo elettorale su a chi conviene cosa. A chi conviene radicalizzare la crisi? A chi conviene risolverla?”. (2. continua)

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