Brevi saggi più o meno concupiscenti/21

Mangiare il frutto e avvicinarsi a Dio

Calando le mutande e sventolando il sesso a mò di cartello si fa soltanto una gran pernacchia alla libertà. E, per sbeffeggiare il sessuofobo, ci si rende ancor più servi di lui. La libertà, come il sesso non è male in sé. Mangiando il frutto l’uomo è ancora più vicino a Dio.

Leggi Riparliamo di concupiscenza di Giuliano Ferrara

Davvero il peccato originale è la caduta irrimediabile dell’uomo, dopo la quale egli può vivere soltanto nella scissione di sé, condannato irrimediabilmente alla pena di non poter dominare il suo sesso e a subire l’autonomia del suo erotismo? O non è piuttosto l’inizio dell’unica possibile storia dell’uomo? Inizio drammatico e storia tormentosa, perpetuamente al bivio tra la ricomposizione della scissione e il precipitare nell’alienazione.

Che cos’è l’uomo prima della caduta? All’inizio soltanto un ammasso di terra forgiato a immagine di Dio, prima forma della materia creata e dotata di un’anima primitiva. E qual è il suo sesso? “Dio crea l’uomo a sua replica, lo crea, maschio e femmina, li crea” (Genesi I, 27). Versetto ambiguo che ha suscitato infiniti commenti, tra cui spiccano quelli dei kabbalisti che, come Joseph Gikatila, ne hanno dedotto che all’atto della creazione maschio e femmina sono stati creati insieme “perché è impossibile creare una mezza forma, un’anima che non comporta maschile e femminile» e “uomo” è soltanto il nome di questa unità originale di cui “maschio e femmina sono soltanto due metà”. Dunque l’uomo primigenio è un essere androgino per la forma e per l’anima. E allora – ecco lo scandalo, o il segreto supremo – se Dio ha fatto l’uomo a sua immagine, Dio è anch’esso androgino. Ci troviamo qui di fronte – come ha osservato Charles Mopsik – a una questione cruciale oggi: “lo schema monoteista del Dio Padre Onnipotente non è forse una distorsione o una perversione della concezione degli uomini della Bibbia”? Non è forse un mito equivoco e pericoloso?

Ma torniamo alla creazione prima della caduta, perché essa contiene un secondo atto: la separazione dell’uomo androgino primigenio nelle due parti, maschio e femmina, Adamo ed Eva. Sono i due poli che vengono separati e che però tendono costantemente a riunirsi e a ridivenire “come un essere solo” (Genesi II, 24). Ma della sessualità non c’è ancora traccia. Non si parla di sesso, né di organi sessuali, volontari o no che siano. Forse sono organi qualsiasi, come un piede o una mano; ancora meno perché non si dice a cosa servano, anzi non se ne parla proprio. Di più: Adamo ed Eva non procreano. La storia umana è all’istante zero, nella sua piena potenzialità, ma non è ancora iniziata. Ed essa inizia con la caduta, quando Adamo ed Eva addentano il frutto proibito e scoprono che nel loro sesso si concentra materialmente e simbolicamente tutta la drammatica alternativa tra bene e male che comporta la libertà che si sono conquistati. Essi ne hanno vergogna come del cattivo uso che possono fare della libertà.

Ma la libertà, come il sesso non è male in sé. Mangiando il frutto l’uomo è ancora più vicino a Dio, come Dio stesso ammette: “l’uomo è diventato come uno di noi, per conoscere il bene e il male” (Genesi III, 22). Dipende da lui e dall’uso che farà di questa libertà. Al contrario, è un’interpretazione cupa e pessimistica dire che la caduta sia una condanna senza appello, che ormai l’uomo sia irrimediabilmente scisso, che il suo sesso sia divenuta un’attività involontaria impossibile da dominare. Non dobbiamo dimenticare che l’albero del bene e del male è albero della “conoscenza”. E ancora ci soccorre il kabbalista quando ricorda che “se la cosa non comportasse una grande santità, la relazione sessuale non sarebbe stata chiamata “conoscenza”” e “se noi dicessimo che la relazione sessuale è qualcosa di vile, ne risulterebbe che gli organi sessuali sono organi ripugnanti, mentre è il Santo Nome che li ha creati” e “nulla di ciò che Egli ha creato contiene viltà o sporcizia”. È quindi l’intenzione dell’atto sessuale e della concupiscenza che determina il loro carattere nobile o vile, non l’atto in sé né gli organi che vi sono implicati. Al contrario, la sessualità e l’erotismo sono il luogo in cui la retta intenzione può dar luogo al manifestarsi della massima espressione del sacro. Conformemente alla richiesta, sono partito dalla teologia, per far vedere che da essa non può derivarsi, se non con una forzatura, la legittimità della sessuofobia. Qual è allora l’alternativa alla sessuofobia? Non i suoi apparenti nemici, e in realtà suoi complici: la “liberazione” assoluta del sesso, oppure la sua visione in senso tecnico e medico. Regressione, liberazione e medicalizzazione: tre complici nefasti.

Sarebbe interessante scavare attraverso quali tradizioni si sia costituita questa triade e, in particolare, la sua prima decisiva matrice sessuofobica. E certo non è qui il luogo per farlo. Ci limitiamo a constatare che la teologia sessuofobica si riferisce spesso alla proposizione di Aristotele secondo cui il tatto è il più vile dei cinque sensi: “il senso del tatto è una vergogna per noi”. Non a caso contro di essa si scaglia il kabbalista quando tratta Aristotele da “greco impuro” che non crede all’intenzionalità della creazione del mondo, e biasima Maimonide per averlo seguito in questo nefasto errore. Nella cultura occidentale esiste un’altra corrente, e ne troviamo traccia in Platone che, nel Convivio, afferma che l’unione dell’uomo e della donna è una procreazione e che “in questo atto vi è qualcosa di divino”; e sostiene anche che l’atto sessuale convoglia lo stato spirituale dei genitori i quali per tale via, influenzano la costituzione del loro futuro bambino.

Non stupisce quindi che in tradizioni influenzate dal platonismo e dal neoplatonismo si ritrovi una visione meno regressiva della sessualità. Ho preso a testimonianza la tradizione kabbalista perché in essa la sacralizzazione dell’eros raggiunge livelli elevati e si manifesta in una costante polemica contro Aristotele e quei filosofi che hanno detto che “l’istinto sessuale è una cosa vergognosa” (Maharal di Praga). In questa letteratura si ricerca il “segreto” della relazione sessuale in una sua razionalità propria – all’opposto di considerare sesso e concupiscenza come espressione di irrazionalità incontrollata – e in un senso intimo che la lega al divino.

La congiunzione sessuale procreativa rappresenta la ricostituzione dell’unità dell’uomo a immagine dell’unità di Dio: l’uomo e la donna che si rivivono come unico corpo riscoprono per tale via il senso profondo dell’unità divina, unità eminentemente androgina. Perciò, il rapporto sessuale è un mezzo per eccellenza per conoscere Dio e unirsi a lui. Ma attenzione. Tale sessualità è agli antipodi dal rapporto tra un uomo e una donna che congiungano i loro sessi attraverso due camicie da notte bucate – situazione, se non ricordo male, bene descritta ne “Il Gattopardo”, e che è emblema della sessuofobia. Al contrario, l’erotismo è l’arco che scaglia la freccia. Nella letteratura sopracitata, baci, carezze, toccamenti, vengono descritti con un’audacia straordinaria come la via che conduce all’acme della congiunzione, all’unificazione dei corpi e allo scambio del seme. Sono la via che fa del rapporto un atto sacro.

Lasciamo ora la teologia e, senza dimenticarla, rivolgiamoci alla storia ed alla cultura profana. Scriveva Sartre in una lettera a Simone de Beauvoir: “Si è gettati nel mondo, in una situazione per sua natura irrazionale, per esempio la situazione sessuale, con questo legame del piacere sessuale e della procreazione, e qualsiasi cosa tu faccia – astinenza, aborto o, al contrario, procreazione – non puoi altro che coprire per un istante l’irrazionalità della situazione ma non eliminarla, perché definisce il tuo essere nel mondo”. Non potrebbe darsi una migliore descrizione della miseria e dell’impotenza di un certo “razionalismo” della cultura occidentale di fronte alla sessualità, che non riesce a vedere altro che come espressione di “irrazionalità”.

La condanna sartriana a un frustrante vagare tra i tre poli dell’astinenza, dell’aborto o della procreazione è il frutto dell’assoggettamento ai tre nefasti complici: regressione, liberazione o medicalizzazione. La condizione di “irrazionalità” cui siamo condannati, per Sartre è il legame tra piacere sessuale e procreazione. Ma allora cosa sarebbe “razionale”? Scinderli in modo assoluto, a quanto pare. Qualcosa di impossibile che possiamo “coprire” soltanto per un istante con dei rimedi provvisori. Non sappiamo se Sartre sarebbe stato soddisfatto dei programmi alla Donna Haraway, consistenti nel puntare tutte le carte sulla biologizzazione o medicalizzazione totale della questione: ridurre la questione della procreazione a un fatto meramente tecnico, da risolvere in laboratorio, lasciando al sesso piena autonomia sotto la protezione di un controllo assoluto della fecondità. Forse l’avrebbe considerata una “copertura” più ampia ma ancora insufficiente oppure avrebbe intonato un inno alla liberazione prodotta dalla biotecnoscienza.

Ma quel che c’interessa sottolineare è il carattere straordinariamente presuntuoso e miserabile di questo concetto di razionalità condiviso dai membri della triade nefasta. Per il sessuofobo, che disprezza la carne e il tatto e considera la concupiscenza una tragica condanna, l’unica via sono i contatti procreativi veloci attraverso le camicie da notte bucate. Coloro che predicano come razionalità l’autonomia assoluta dell’erotismo, la sua “liberazione” da qualsiasi forma naturale e costrizione e da qualsiasi finalità, sono gli antagonisti-complici del sessuofobo. Non propugnano né negano un’ingenuità primitiva, un Eden in cui Adamo ed Eva non hanno mai praticato sesso, erotismo o procreazione. Fanno soltanto uno sberleffo alla pudicizia, ovvero una derisione alquanto cretina di quel sentimento che esprime la consapevolezza del valore morale attaccato all’atto sessuale.

Calando le mutande e sventolando il sesso a mò di cartello si fa soltanto una gran pernacchia alla libertà. E, per sbeffeggiare il sessuofobo, ci si rende ancor più servi di lui. Poi c’è il terzo attore, il discorso “medico”. È rappresentato dal dottor Stock, di cui abbiamo parlato tempo fa su queste pagine: “Con qualche operazione di marketing mirata, la riproduzione tradizionale potrebbe diventare antiquata, se non del tutto irresponsabile”. È un’altra modalità della stessa idea: il trionfo della razionalità coincide con il trionfo della schizofrenia. In attesa di realizzare il progetto totale del dottore, insegnano alle bambine come mettere un guanto a un cetriolo – ricordava Giuliano Ferrara nell’articolo che ha dato avvio a questa serie. Così quantomeno si ammazza l’erotismo sostituendolo con l’orgasmo. Al razionalismo falso e schizofrenico della triade nefasta va opposta una visione integra dell’uomo e della sua sessualità. A fronte della sessualità del represso, del “liberato” e del dottore, è infinitamente più sano e più libero l’erotismo del kabbalista. (Immagine: “Adamo ed Eva” di Suzanne Valadon,1910)

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Leggi gli articoli di Duccio Trombadori, Mauro Suttora, Massimiliano Lenzi, Ruggero Guarini, Angiolo Bandinelli, don Gianni Baget Bozzo, Oddone Camerana, Andrea Affaticati, Umberto Silva, Luigi Amicone, Sandro Fusina, Saverio Vertone, Giuseppe Sermonti, Edoardo Camurri, Francesco Agnoli, Ottavio Cappellani, Giuliano Zincone, Paola Mastrocola, don Francesco Ventorino, Mariarosa Mancuso e Camillo Langone

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