Le altre patologie di un mondo malato
Le pazzie sul clima. Lo zarismo di stato. Il discredito del capitalismo. L’ingegneria genetica. La deriva trumpiana. I moralismi da quattro soldi. Allo sforzo di curare un mondo malato non resta che l’eccezionalismo europeo. I sintomi da studiare

Edvard Much, The Scream (via Wikimedia Commons)
Il mondo è malato, questo lo intuiamo tutti. Non è solo l’evidenza della pandemia. C’è qualcosa d’altro. Non sono un illustre clinico, e nemmeno un qualunque illustre, dunque non entro nel gioco delle classificazioni e non formulo una diagnosi accurata. Elenco, con la felice imprecisione del corsivista, dei sintomi patologici.
Non siamo più d’accordo sul clima atmosferico, sul caldo e sul freddo. C’è un consenso mainstream, un senso comune, che indica nel riscaldamento globale un fenomeno distruttivo, e perfino apocalittico. Ai bambini nelle scuole si insegna che “la nostra casa brucia”. E’ in questione una teoria di cose che non sono una bazzecola, la successione ordinata e ciclica delle stagioni, la responsabilità umana nella degenerazione della vita naturale, il rapporto dell’uomo con gli altri animali, con le piante, con i mari, con il cielo. A questo senso comune di un mondo ammalato, mentre si tollera a stento il dissenso particolare di individui e minoranze, non fa riscontro un comportamento comune obbligante, i green new deal sono balbettamenti, ci si allarma per un baratro verso cui siamo incamminati e non si fa niente di serio per evitare l’inabissamento predicato come prossimo. Tutto questo è patologico.
Ora l’intelligenza artificiale sperimenta congegni neuronali capaci, si dice, di cambiare la percezione animale e in prospettiva anche la coscienza umana, non solo quella attitudinale dei maiali più o meno orwelliani. L’ingegneria genetica ha perfezionato il vecchio peccato di aborto, nel frattempo trasformato in diritto, e riformulato integralmente maternità, paternità, genitorialità, gender, come si dice, e le regole della riproduzione della specie sono più o meno tutte saltate o riformulate o riformulabili. Matrimonio e famiglia non sono più istituzioni sociali fondate sull’amore e sulla cura, atti di definizione di una vita, sono occasioni di estrinsecazione dei sentimenti personali. Due cose diverse, con tutto il rispetto per i sentimenti con i quali, è noto, non si scherza. Non siamo d’accordo sul clima, e nemmeno su maschio e femmina, su madre e padre, sulla nozione di attesa di un figlio. Le chiese hanno poco da dire, e si allineano al caos. Mica poco. Patologico.
In controtendenza, economia e tecnica si sono sviluppate e sono cresciute per qualche decennio in maniera perfino esagerata, esponenziale, i mercati unificati sono esplosi sanando aree grandi di povertà e sottosviluppo, sono cadute le vecchie frontiere in ogni senso, ma il discredito del capitalismo e della società di mercato, anche socialmente orientata, è divenuto immenso, riesplode il sentimento rousseauiano della disuguaglianza come prodotto necessario e maledetto della civilizzazione, le generazioni sono descritte come nemiche, portatrici di interessi incompatibili a fronte del debito, della qualità e quantità del lavoro.
Poi c’è la politica, che è fatta di cultura, economia, diritto e molto altro, e tutto supera e riassume in una specie di essenza della storia. Guai patologici anche qui. Veleno in Russia, segreti e sospetti come metodo di governo, strana figura di zarismo elettivo e oligarchico. Illegalità del potere in America, con la spettacolare virata presidenziale verso la pratica dell’illegalismo di stato, dalla fine rovinosa dell’eccezionalismo al narcisismo patologico, e perfino la regolarità delle elezioni che furono la festa della democrazia liberale per due secoli è in discussione. Un avventuriero ribaldo a capo del gigante brasiliano. L’Eurasia, da Putin a Xi Jinping, in preda ai fumi di un potere che si eternizza, e la Cina misteriosa vitale e pericolosa riaffacciata sulla Via della Seta, e oltre. In varie forme, dall’India all’Africa al medio oriente, la malattia del mondo si manifesta diversa e al tempo stesso uniforme. E dovunque è in gioco la forma politica di un lungo periodo di pace generale, in cui la guerra è stata localizzata, il terrorismo come prolungamento asimmetrico della guerra tutto sommato tenuto a bada: quella forma è la democrazia retta da istituzioni liberali, garanzia di diritti e di obblighi sociali condivisi nell’autogoverno. Patologie dispiegate, virali.
L’eccezionalismo come propensione alla pratica di una libertà civile organizzata per istituzioni liberali, e come vocazione a una lettura del mondo non divisiva e folle, non imperniata su egemonismi e particolarismi nazionali, è migrato in Europa, dove sopravvive il vecchio schema politico, con storture e problemi importanti ma minori, di un liberalismo temperato e socialmente orientato. Se uno oggi, in particolare dopo la svolta del Next Generation Ue, debba indicare due luoghi di trazione di idee accettabili e di modi di vita politica ricchi di senso e relativamente sani, non patologici, pensa a Parigi e Berlino, prima di tutto, e alle altre vecchie capitali europee, con poche eccezioni. L’Unione è un grumo di problemi e di crisi ricorrenti, innumerevoli i campi in cui non fa la sua parte, ma in linea generale è ciò che resta, senza sfregi esistenziali distruttivi, del modo scelto in occidente per uscire dalla lunga guerra di classe e civile infettata dai totalitarismi novecenteschi e diffusa su scala mondiale. E’ un peccato e un rischio che tra cancel culture, populismi straccioni, grida apocalittiche, correttismi e moralismi da quattro soldi, in tutto questo buttare le cose in caciara, non si partecipi di più e meglio allo sforzo terapeutico di curare un mondo molto malato.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
