Un pranzo da re

La recensione del libro di Jim Harrison edito da Edizioni Settecolori, 290 pp., 23 euro

14 OTT 26
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Un uomo – è Jim Harrison, poi vedremo bene chi è – torna a casa, tira fuori delle ostriche dal frigo e le posa sulla scrivania vicino ad alcuni libri e racconta “sembravano così fragili rispetto alle ostriche sgusciate e, senza capire bene cosa stessi facendo, ho affondato le mani nella massa viscida iniziando a mangiarle avidamente, perché in quel momento ero così in preda al dolore che sapevo che il cibo vivo mi avrebbe aiutato”. Se il cibo è spesso la soluzione – non tutti i dietologi ne convengono – la soluzione di fatto è in ogni caso la vita vera e questa scena si mostra a noi come una metafora per nulla banale di che rapporto intercorra tra letteratura e realtà letto al solo senso della vista e del tatto. Harrison è stato uno scrittore e poeta americano prolifico e degno persino di trasposizioni a Hollywood (che chiama Sfarzolandia) di romanzi molto letti come Revenge ma di sé diceva “sono il miglior food editor qui negli States” e forse sapeva il suo.
Il mangiare per lui era un atto d’estrazione oltre che di meditazione. Così andava a caccia di beccacce e quaglie e a pesca di trote iridee e credeva nel potere del cibo vivo rispetto a quello morto. Amava aglio, sale e peperoncino e, riguardo al vino, anche la degustazione, vittima di troppo sbandierati sentori, non sempre lo soddisfaceva. Al sushi dava del voi e non sempre con rispetto; anche solo mezzo club sandwich gli procurava noia e persino la politica estera la spiegava alla luce delle diverse cucine e così Mitterrand finiva per surclassare Reagan. L’introduzione, firmata da un controverso chef stellato di origini italiane (di cui scrive “Ogni volta che ho un cruccio in materia di vino o cibo, consulto Mario Batali a New York”), ce lo racconta caustico e irriverente, incontenibile come un moderno “gargantua e pantagruele” dall’appetito vorace ma gourmand. Nelle righe di questa sorta di autobiografia per abbuffate, una rutilante messe di avventure erotico-gastronomiche, scorrono vino e passano portate ma con una felicità del gusto e dell’esperienza filosofica in senso capiente che ci fa sentire piccoli e grandi insieme e ci fa dubitare di non aver vissuto abbastanza o abbastanza bene. Prima di farcene una ragione siamo ancora in tempo per fare un passo indietro e "Un pranzo da re" finisce per essere non un menù ma un viatico, che salva la vita specie prima del delicato per lo spirito solstizio d’inverno: “Mangio bene per evitare di suicidarmi e, adesso che siamo arrivati a metà gennaio, la mia rabbia si è in gran parte dissipata”.
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Jim Harrison
Un pranzo da re
Edizioni Settecolori, 290 pp., 23 euro